Arriverà senza avvisare, scombinerà i programmi di tutti noi e trasformerà anche il più razionale degli adulti in un detective alle prese con il termometro. La febbre: sgradita compagna dei mesi invernali, rimane spesso un enigma anche nell’età d’oro della medicina. Trentasette e sei, cosa fare, si aspetta? A 38 si va di tachipirina, ma sarà influenza o Covid? E se poi la temperatura sale siamo già tutti pronti a diagnosticarci qualsiasi cosa, dalla nuova influenza esotica proveniente magari dall’Australia all’ultima malattia di cui abbiamo letto sui giornali: e se fosse arrivato anche qui da noi quel virus strano che si è presa Sofia Goggia in Argentina?
Davanti alla febbre, la paura è una cattiva consigliera, esattamente quanto la sottovalutazione. E se una volta c’erano i medici di famiglia che visitavano a casa e raccomandavano «latte, letto e lana» (cure, va detto, spesso non risolutive), oggi la situazione è assai più complicata. Perché un rialzo febbrile può essere tante cose, e molte non sono semplici infreddature di stagione: nella società globalizzata dove un volo intercontinentale trasporta una colonia di zanzare in tutto il mondo, la febbre parla un linguaggio diverso, una specie di esperanto che occorre decifrare in modo più sofisticato di quanto si facesse in passato. «Per fortuna oggi abbiamo molti più strumenti rispetto a solo pochi anni fa», dice a Panorama Alberto Benetti, direttore del reparto di medicina interna-alta complessità dell’Ospedale Niguarda di Milano. «Nei Pronto soccorso utilizziamo i tamponi multiplex, che in caso di febbre sospetta ci consentono di identificare contemporaneamente, oltre a influenza e Covid, il virus respiratorio sinciziale, il metapneumovirus e altri patogeni respiratori. Abbiamo anche test specifici per alcune infezioni batteriche, come quelle da legionella, pneumococco e mycoplasma».
Oltre la semplice influenza: la complessità diagnostica e i rischi nascosti
Non che tutti debbano sottoporsi a una batteria di esami quando il termometro sale, ma se il quadro clinico lo richiede esiste la possibilità di ampliare le indagini. Soprattutto per scongiurare complicazioni, come le polmoniti che negli scorsi mesi estivi – fuori stagione rispetto all’immaginario collettivo – hanno colpito numerosi personaggi pubblici: da Claudio Baglioni (che ha dovuto annullare il tour italiano di concerti) a Vittorio Sgarbi, tuttora ricoverato, fino al cantante country statunitense Travis Tritt, che ha dichiarato di aver contratto la polmonite senza accorgersene, salvo poi “crollare” dopo due settimane di vago malessere.
Ma davvero si può avere la polmonite senza rendersene conto? «Può succedere, anche se in genere la malattia si manifesta chiaramente con febbre, tosse e, talvolta, dolore toracico: però non tutte le tipologie di polmonite hanno la stessa gravità» risponde Francesco Blasi, direttore della pneumologia dell’Irccs ospedale Policlinico di Milano. «Alcune forme, causate da patogeni atipici come mycoplasma e chlamydia, possono iniziare con febbre e mal di gola e sviluppare la tosse dopo due o tre giorni, con sintomi simili a una bronchite. In altri casi il quadro può essere più lieve, il paziente in buona salute può non accorgersi di averla e scoprirlo solo in seguito, magari dopo una radiografia che mostra segnali di passate infezioni».
Quando il quadro clinico precipita: sepsi e parametri vitali da monitorare
Attenzione, però. Perché esistono polmoniti che possono evolvere in modo serio, come quelle provocate da pneumococco o legionella, e quando l’infezione innesca una risposta sistemica e compromette altri organi può svilupparsi una sepsi, uno shock settico talora fatale. «In questi casi bisogna prestare attenzione ai segnali d’allarme: confusione mentale, peggioramento respiratorio, battito cardiaco molto accelerato o irregolare, calo importante della pressione arteriosa e riduzione della quantità di urina», continua Blasi. «Anche una sudorazione profusa associata a un peggioramento improvviso delle condizioni generali deve insospettire. Se una persona con febbre presenta un brusco cambiamento dei parametri abituali occorre immediata assistenza medica».
Questa grande capacità diagnostica, disponibile anche nei reparti di emergenza grazie ai nuovi tamponi, nella maggior parte delle volte consente di avviare i malati al corretto percorso di cura, ma non deve ingenerare falsa sicurezza: il pericolo è ritrovarsi con pazienti dimessi in buone condizioni e poi una volta a casa rapidamente peggiorati, magari dopo una polmonite o una infezione da legionella. I rischi di una «ricaduta» sono alti. L’ultimo “celebre” caso in ordine di tempo riguarda il campione Nascar statunitense Kyle Busch, morto in maggio dopo una grave polmonite sfociata in sepsi. Busch è svenuto mentre, già convalescente, stava testando un simulatore: è deceduto dopo poco tempo senza mai aver ripreso conoscenza. Mentre nel dicembre 2025, in Sicilia, un uomo dimesso dal Pronto soccorso con diagnosi di polmonite – ma senza complicazioni che consigliassero il ricovero – è morto dopo appena due giorni dal rientro a casa.
L’imprevedibilità del decorso e la necessità di un’assistenza continua
Come può succedere? «Ogni paziente è un caso a sé, e ogni infezione, sia virale che batterica, può avere un andamento che non può essere previsto al 100%, nonostante le classificazioni – i cosiddetti score di rischio – ci permettano di valutarli con sempre più precisione» prosegue Blasi. «Per questo noi medici ospedalieri insistiamo sul fatto che, una volta dimesso, qualsiasi paziente debba essere seguito dal medico di base e dalle strutture del territorio. Le infezioni con febbre possono essere imprevedibili e molto debilitanti».
Ne sa qualcosa Sofia Goggia che ha contratto il virus chikungunya mentre era in Argentina ad allenarsi per la stagione sciistica ed è tornata di corsa in Italia spossata dalla malattia. «La chikungunya è un’infezione virale, trasmessa dalle zanzare del genere Aedes», spiega Antonio Cascio, direttore dell’Unità malattie infettive del Policlinico di Palermo (città dove peraltro è in corso un’emergenza per il riscontro di batteri della legionella, che ha portato alla chiusura di tre scuole). «La trasmissione avviene soprattutto nelle aree tropicali e subtropicali, ma negli ultimi anni abbiamo osservato anche in Italia casi di trasmissione autoctona. Può provocare febbre elevata, anche oltre i 39 gradi, e dolori articolari in diverse parti del corpo. In alcuni casi le manifestazioni possono essere molto severe e protrarsi a lungo, con complicanze come miocarditi e manifestazioni neurologiche». Nella chikungunya, i disturbi articolari possono durare mesi e diventare invalidanti: Goggia ha raccontato di aver avuto anche difficoltà nel parlare e camminare.
Dai campanelli d’urgenza alla febbricola persistente: come orientarsi
Questo ovviamente non vuol dire che oltre i 38 e mezzo di temperatura si debba sempre sospettare chissà cosa e precipitarsi in Pronto soccorso. «I segnali d’allarme che devono farci preoccupare sono letargia, mal di testa intenso, soprattutto se associato a rigidità nucale, e tachicardia», continua Cascio. «Se compaiono macchie rosse sulla pelle è un grande segnale d’allarme: potrebbero essere petecchie, emorragie cutanee che in caso di febbre possono essere associate a infezioni meningococciche, sepsi o malattie emorragiche. Ricordiamo anche che non si devono mai assolutamente prendere antibiotici, in caso di febbre, se non si ha una diagnosi formulata da un medico».
C’è poi la cosiddetta «febbricola», che oscilla sui 37,5 e va avanti per settimane. Anche se consente di svolgere le normali attività, è comunque un segnale da non sottovalutare. «Può essere la spia di un processo infiammatorio non infettivo, legato per esempio a malattie reumatologiche o a patologie tumorali, responsabili delle febbri paraneoplastiche», precisa Benetti. «Un rialzo febbrile persistente però non significa automaticamente malattia autoimmune o tumore. Occorre valutare il quadro clinico, raccogliere un’anamnesi accurata e ascoltare il paziente, indagando eventuali altri sintomi. È da questi elementi che può emergere la necessità di approfondire la diagnosi».
La temperatura alta non è mai banale, quasi mai innocente, e va sempre considerata nella sua globalità. «L’umanità ha tre grandi nemici: febbre, carestia e guerra; di questi, il più terribile è la febbre». Così parlava nel 1896 il medico canadese William Osler, uno dei padri della medicina moderna, durante il congresso dell’American Medical Association ad Atlanta. Il mondo è cambiato, ma le sue parole sono ancora valide.
