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Sharia in Italia: dalle percosse per il velo allo stupro punitivo. Ecco le donne che hanno detto no

Sharia in Italia: dalle percosse per il velo allo stupro punitivo. Ecco le donne che hanno detto no
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Da Trieste a Padova, emergono le denunce di donne sottomesse alle norme islamiche più rigide che scelgono di ribellarsi alla violenza domestica.

Nell’Italia dove i fedeli musulmani sono sempre di più, i codici dell’islam dilagano, e chi non è d’accordo la paga a caro prezzo. La testimonianza anonima delle pagine precedenti è solo la punta dell’iceberg: le cronache nazionali sono venate di drammi in cui la violenza nei confronti di donne e minori ha una matrice chiara: la sharia, ovvero l’insieme di principi ricavati dal Corano (il testo sacro), dalla Sunna (cioè detti, atti e silenzi del profeta Maometto, seconda fonte della legge islamica dopo il Corano) e dall’interpretazione di cosiddetti “giuristi”. Sulla base di tali regole, nell’osservanza privata si esercitano pressioni sui membri della famiglia per non sgarrare. E le punizioni psicologiche e fisiche possono essere crudeli.

Talvolta queste condotte che appartengono ad altri tempi e ad altri luoghi, trapelano. Come a Trieste, dove il 15 ottobre si è tenuta la prima udienza del processo a un afghano denunciato dalla compagna, una donna italiana di 40 anni convertita all’islam, che ha parlato di minacce («Ti uccido nel sonno»), di uno stupro punitivo e altro. «È passata dalla sottomissione alla ribellione», conferma chi conosce gli atti che raccontano di «un regime di vita intollerabile» in nome di Allah. L’italiana vessata è rappresentata dall’avvocato Antonio Santoro, che all’inizio l’aveva difesa da un’assurda denuncia “preventiva” di maltrattamenti presentata dall’afghano. La situazione si è subito ribaltata: il “talebano” imponeva la sharia in casa anche ai figli minorenni.

Il regime domestico tra punizioni fisiche e divieti ossessivi

L’incubo, per l’italiana convertita, durava da due anni e mezzo. Un pugno in piazza perché fumava durante il Ramadan, l’imposizione del velo e l’obbligo di pregare anche ai figli. Minacce di morte e controlli ossessivi sul telefonino. Divieto di partecipare alle feste. Quando nel 2023 la donna ha perso un bambino, l’afghano era convinto che si trattasse di una punizione di Allah. Epiteti come «diavolo, anticristo, bestia» venivano rivolti a lei e al figlio più grande perché non era circonciso. L’episodio più grave: un giorno le ha abbassato i pantaloni sul balcone costringendola a subire un rapporto sessuale come punizione. La “colpa” immaginaria è che desiderava altri uomini. Gli inquirenti avrebbero in mano un messaggio audio dell’indagato.

Storie nascoste nella trama del fanatismo religioso arrivato sul nostro territorio. Tra 55 e 58 mila donne italiane hanno abbracciato la fede di Maometto (su 106 mila convertiti). E i dati del Viminale su denunce e arresti per “violenze di genere” sono chiari. L’83% dei 48 casi registrati nel 2025 di «costrizione e induzione al matrimonio», riguarda stranieri. Da gennaio sono il 73%. Non si tratta solo di islamici, ma in gran parte sono episodi di nozze forzate musulmane. Per le 231 denunce ad arresti relative a «lesioni permanenti al viso» della donna, i mariti o compagni stranieri sono in maggioranza, 54% lo scorso anno e 55% nel 2026. Anche in questo caso non saranno tutti islamici, ma «l’incidenza degli extracomunitari provenienti da aree come il Maghreb è alta» spiega una fonte di Panorama.

La voce delle vittime tra denunce televisive e anni di sottomissione

Infatti è marocchino il marito di un’altra donna, Antonella, che il mese scorso ha raccontato il suo caso nel programma di Mediaset Dritto e rovescio. Anche qui, abusi e sottomissione. «Ero una serva. Per loro queste sono le donne. Non ti puoi emancipare» ha raccontato davanti alle telecamere. «La sua ira diventava feroce quando non portavo il velo» ha ricordato. «Mi ha massacrata [di botte] e sono finita in coma». L’aspetto più inquietante è che il marito, all’inizio, appariva perfettamente integrato, non un talebano, «ma poi ha gettato la maschera».

Una settimana prima, negli studi di Fuori dal coro, altra trasmissione di Rete 4, Dyha, una donna algerina che vive in Italia, ha descritto le violenze subite in nome della sharia. «Ho rifiutato l’approccio sessuale e per questo sono stata legata al letto, come dice il Corano» ha rivelato, «poi violentata e picchiata».

Un anno prima, Amira, pachistana residente a Ferrara ha denunciato i 12 anni di matrimonio islamico vissuto come una schiava. «Era una prigione. Sono stata trattata come un essere inferiore e se facevo qualcosa di sbagliato venivo punita o minacciata di morte». Ha deciso di spezzare le catene quando il marito voleva dare in sposa la figlia di 12 anni a un anziano.

La rete delle nozze combinate e le fughe per salvarsi la vita

L’associazione Trama di Terre, di Imola, ha pubblicato un recente rapporto sull’Emilia Romagna, “patria” dell’accoglienza. Nel 2025 ben 58 donne, fra i 18 e 55 anni e pure una minorenne, arrivate come migranti, si sono rivolte ai presidi territoriali per un matrimonio forzato o tentativo di imporre le nozze. Actionaid denuncia che in Italia questo rischio «riguarda circa 2 mila bambine e ragazze ogni anno, in maggioranza delle comunità originarie di Bangladesh, Mali, Somalia, Nigeria, India, Egitto, Pakistan». E di origine era Saman Abbas, la 18enne di Novellara (Reggio Emilia) che nel 2021 fu uccisa dalla famiglia perché si era rifiutata di accettare un matrimonio forzato.

Uno degli ultimi casi – di nuovo a Trieste – è avvenuto il 2 settembre, quando una giovane d’origine bangladese scappa di casa con la sorellina e chiede aiuto alla polizia. «Mamma e papà mi obbligano a sposarmi con un uomo» racconta impaurita agli agenti. «Vogliono portarmi in Bangladesh e se rifiuto mi ammazzano». Ora il padre, conosciuto come radicale che frequenta la moschea, è agli arresti domiciliari per il reato di “costrizione al matrimonio”.

Nel suo libro Ora basta, immigrazione, islamizzazione, sottomissione, l’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint descrive alcune storie conosciute sul territorio di cui è stata sindaco, Monfalcone, dove gli stranieri sono il 32,4% della popolazione con maggioranza proveniente dal Bangladesh. Tra queste, anche la ribellione ai matrimoni forzati. Una delle ragazze citate ha poi scritto una lettera aperta. «Ho vissuto l’adolescenza nella gabbia di casa mia, relegata fra le quattro mura della mia stanza e sai perché? Perché per la mia famiglia una musulmana non può scegliere il suo compagno e io mi ero innamorata di un ragazzo di fede cristiana». Per i suoi genitori «un’eresia, un peccato e per questo mi hanno chiusa in una stanza buia: l’unico volto che vedevo era quello di mio fratello, che mi portava da mangiare in silenzio. Non sapevo quanto sarebbe durata quella prigione. Per questo, non vedendo alcuna via di fuga e capito che mai avrei potuto vivere la stessa libertà delle ragazze come me, ma non islamiche… ho cercato di togliermi la vita». La giovane ingerisce della candeggina, ma così «inizia la mia seconda vita. Prima l’ospedale, poi la comunità e ora sono libera».

La piaga dei matrimoni forzati non dipende solo dall’islam, ma pure dalle tradizioni di alcune comunità che non si integrano, come i bengalesi e i pachistani. Il nikah, le nozze islamiche consenzienti, sono pubblicizzate in Rete, in italiano, con tanto di consigli pratici e richiami alla legge dura e pura del Corano. «Molte coppie musulmane scelgono di fare prima il nikah (per vivere insieme halal) e poi registrare il matrimonio civilmente» si legge su Internet. «Questa doppia procedura è perfettamente legale e rispetta sia la sharia che la legge italiana». E ancora: «Dopo il nikah sei sposato davanti ad Allah, ma non davanti allo Stato italiano. Per i diritti civili – eredità, pensione di reversibilità, assistenza sanitaria – serve il matrimonio in Comune».

Il nodo giuridico delle corti arbitrali e i confini della legge italiana

Il 3 marzo scorso viene costituita a Padova la “Camera arbitrale islamica italiana”. L’animatore è l’avvocato Omar Vanin, che insegna pure all’università. Il caso scoppia fra settembre e ottobre con un esposto alla Procura di un membro di Futuro nazionale. Ancora nessuno ha attivato un arbitrato islamico, ma è illuminante la lettura del sito in Rete per fare richiesta. «La vostra via alla Giustizia islamica in Italia» è il primo titolo che salta agli occhi. La Camera arbitrale risolve «controversie civili e commerciali in conformità con i principi della sharia». E ancora: «Per le persone di fede musulmana, scegliere l’arbitrato secondo sharia offre benefici netti che allineano la risoluzione dei conflitti con gli imperativi religiosi e della comunità». Vanin, in seguito alla polemiche, parla di “pregiudizi islamofobi” e precisa che non si tratta di un tribunale. Il legale sostiene che la Camera arbitrale «non esercita una forma di “giustizia alternativa”» e agisce «sempre e comunque nel rispetto della legge italiana». Però gli stessi musulmani di Padova e l’Unione delle comunità islamiche d’Italia prendono le distanze.

Sul sito si elencano i Centri arbitrali islamici in Europa, come il discusso Islamic Sharia Council nel Regno Unito. E si legge che «per le persone di fede musulmana, scegliere l’arbitrato secondo sharia offre benefici netti che allineano la risoluzione dei conflitti con gli imperativi religiosi e della comunità». Ma c’è di più: si dice che le decisioni arbitrali, in nome del Corano, hanno «la stessa efficacia di una sentenza dei giudici italiani».

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