Il Covid torna a far parlare di sé con l’arrivo dell’autunno, mentre aumentano i casi segnalati in Italia e l’attenzione degli esperti si concentra sulle varianti che continuano a circolare, a cominciare da XFG, conosciuta anche come Stratus, e NB.1.8.1, ribattezzata Nimbus. Non siamo davanti a una nuova emergenza sanitaria e, secondo le informazioni attualmente disponibili, questi ceppi non sembrano provocare forme di malattia più gravi rispetto alle precedenti varianti di Omicron, ma il virus continua a evolversi e la ripresa delle attività scolastiche e lavorative riporta al centro dell’attenzione la prevenzione delle infezioni respiratorie.
A fornire un quadro aggiornato della situazione italiana è l’Istituto superiore di sanità, che nel bollettino pubblicato il 23 settembre ha registrato 180 diagnosi di Covid nella settimana compresa tra il 14 e il 20 settembre, contro le 140 della settimana precedente. Un incremento del 28,6% che riguarda però numeri assoluti molto contenuti e che deve essere interpretato considerando come sia cambiata, rispetto agli anni della pandemia, la capacità dei sistemi di sorveglianza di intercettare tutte le infezioni.
L’incidenza nazionale dei casi diagnosticati e notificati rimane infatti inferiore a un caso ogni 100mila abitanti, mentre il monitoraggio delle varianti conferma la presenza di diversi ceppi appartenenti alla famiglia Omicron, con una prevalenza di XFG tra i campioni sequenziati nel mese di agosto.
Covid in Italia, dove stanno aumentando i contagi
L’aumento dei casi notificati non interessa tutte le Regioni allo stesso modo e, almeno secondo gli ultimi dati disponibili, presenta differenze territoriali significative, con la Lombardia che registra il numero più elevato di diagnosi e un’incidenza superiore alla media nazionale.
Nella settimana dal 14 al 20 settembre, infatti, i casi segnalati in Lombardia sono stati 109, rispetto agli 83 della settimana precedente, con un incremento del 31,3% e un’incidenza di circa 1,1 casi per 100mila abitanti. Seguono il Lazio, con 26 diagnosi contro le precedenti 21, e l’Emilia-Romagna, che passa da 15 a 19 casi.
Si tratta di dati che confermano un aumento delle segnalazioni in alcune aree del Paese, senza però indicare una diffusione uniforme del virus sull’intero territorio nazionale. Lo stesso ISS evidenzia infatti che l’incidenza rimane molto bassa in tutte le fasce d’età, mentre le informazioni relative alle settimane più recenti potrebbero essere successivamente modificate a causa dei tempi necessari per la raccolta e la validazione dei dati.
Esiste inoltre un problema che rende particolarmente difficile confrontare la situazione attuale con quella degli anni della pandemia: oggi vengono effettuati molti meno tamponi, numerose persone non si sottopongono ad alcun test e una parte delle infezioni viene gestita direttamente a domicilio, senza entrare nelle statistiche ufficiali.
I casi diagnosticati e segnalati rappresentano quindi soltanto una parte delle infezioni effettivamente presenti nella popolazione, motivo per cui il monitoraggio degli esperti si concentra anche sull’evoluzione delle varianti e sugli indicatori relativi alle conseguenze più gravi della malattia.
XFG e Nimbus, cosa sappiamo delle varianti che circolano in Italia
Le varianti attualmente sotto osservazione appartengono prevalentemente alla grande famiglia Omicron, che negli ultimi anni ha continuato a evolversi attraverso mutazioni e ricombinazioni, dando origine a numerosi ceppi con caratteristiche genetiche differenti.
Tra quelli che hanno attirato maggiormente l’attenzione delle autorità sanitarie figura XFG, conosciuta anche come Stratus, una variante ricombinante appartenente alla discendenza di JN.1, individuata per la prima volta nel 2025 e progressivamente diffusasi in diversi Paesi.
Secondo l’ultimo monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità, relativo ai campioni raccolti in agosto e aggiornato al 20 settembre, XFG risulta predominante tra le sequenze analizzate in Italia, sebbene lo stesso istituto precisi che il numero limitato di sequenziamenti non permette necessariamente di ricostruire con precisione la distribuzione di tutte le varianti effettivamente circolanti.
Accanto a Stratus viene monitorata anche NB.1.8.1, soprannominata Nimbus, un’altra discendente della famiglia JN.1 che aveva attirato l’attenzione internazionale già nel 2025, in seguito alla sua diffusione in diversi Paesi asiatici.
Entrambe sono classificate dall’Organizzazione mondiale della sanità e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie come varianti sotto monitoraggio, una definizione che segnala la necessità di seguirne attentamente l’evoluzione, ma che non equivale a considerarle particolarmente pericolose.
Nell’aggiornamento del 25 settembre, l’ECDC conferma infatti che XFG è dominante a livello europeo, mentre Nimbus continua a circolare, senza che siano emerse prove di un aumento della gravità clinica associato a queste varianti.
La distinzione è importante perché una variante capace di diffondersi più facilmente o di aggirare parzialmente le difese immunitarie non provoca necessariamente sintomi più gravi, così come l’emergere di nuovi ceppi non significa automaticamente che la protezione acquisita attraverso la vaccinazione o precedenti infezioni sia diventata inefficace.
Quali sono i sintomi del Covid con Stratus e Nimbus
Dal punto di vista clinico, i sintomi associati alle varianti attualmente in circolazione rimangono sostanzialmente simili a quelli osservati con le precedenti forme di Omicron, anche se intensità e durata possono cambiare sensibilmente da una persona all’altra.
Tra le manifestazioni più frequenti figurano mal di gola, febbre, brividi, tosse, stanchezza, congestione nasale e mal di testa, ai quali possono aggiungersi dolori muscolari, disturbi gastrointestinali e, in alcuni casi, alterazioni del gusto e dell’olfatto.
Particolare attenzione è stata riservata al mal di gola intenso, talvolta descritto come uno dei sintomi caratteristici delle infezioni attribuite a Nimbus, ma attualmente non esistono prove cliniche sufficienti per considerarlo un segnale specifico di questa variante oppure per riconoscere con certezza il ceppo responsabile attraverso i soli sintomi.
Il problema principale è che le manifestazioni iniziali del Covid possono essere facilmente confuse con quelle dell’influenza o di altre infezioni respiratorie, soprattutto quando si presentano sotto forma di raffreddore, tosse e malessere generale, rendendo impossibile una diagnosi attendibile sulla base dei soli disturbi.
Nella maggior parte delle persone l’infezione provoca sintomi lievi o moderati, ma anziani, immunodepressi, donne in gravidanza e persone affette da determinate patologie croniche continuano a presentare un rischio maggiore di sviluppare complicazioni.
Difficoltà respiratorie importanti, dolore persistente al torace, confusione improvvisa o un evidente peggioramento delle condizioni generali sono segnali che richiedono una valutazione medica urgente, indipendentemente dalla variante eventualmente responsabile dell’infezione.
Cosa fare se si hanno i sintomi e quando effettuare il tampone
Con la fine dell’emergenza sanitaria sono cambiate profondamente anche le regole da seguire in caso di positività, perché in Italia non è più previsto l’obbligo generalizzato di isolamento per le persone che risultano positive a un test diagnostico.
L’assenza di un obbligo, tuttavia, non significa che il virus abbia smesso di essere contagioso o che non sia più necessario adottare precauzioni, soprattutto quando si frequentano ambienti affollati oppure si entra in contatto con persone che potrebbero sviluppare forme più gravi della malattia.
Le raccomandazioni del Ministero della Salute invitano infatti chi presenta sintomi a rimanere a casa fino alla loro risoluzione, utilizzare una mascherina chirurgica o FFP2 quando entra in contatto con altre persone, curare l’igiene delle mani ed evitare, per quanto possibile, gli incontri con soggetti fragili.
In presenza di sintomi compatibili con il Covid, un tampone può essere utile per distinguere l’infezione da altre malattie respiratorie e adottare le precauzioni necessarie, soprattutto quando si vive con anziani o persone immunodepresse.
Bisogna però ricordare che un test antigenico negativo, soprattutto se effettuato nelle primissime fasi dell’infezione, non esclude completamente la presenza del virus. In caso di sintomi persistenti e sospetto di contagio, può essere opportuno ripetere il test dopo 48 ore, seguendo le indicazioni del dispositivo utilizzato o del proprio medico.
Per le persone particolarmente vulnerabili è inoltre importante contattare tempestivamente il medico in caso di positività o comparsa di sintomi, perché alcuni trattamenti antivirali, quando indicati, devono essere iniziati nelle prime fasi della malattia.
Vaccino Covid 2026-2027: cosa cambia con le nuove varianti
La continua evoluzione del SARS-CoV-2 rende necessario aggiornare periodicamente anche la composizione dei vaccini, con l’obiettivo di mantenere un’adeguata protezione contro le varianti circolanti e, soprattutto, di ridurre il rischio di ospedalizzazione e malattia grave.
Per la stagione 2026-2027, l’Agenzia europea per i medicinali ha raccomandato ai produttori di privilegiare proprio XFG nell’aggiornamento dei vaccini, pur considerando possibili altre formulazioni appartenenti alla famiglia JN.1, sulla base dei dati relativi alla circolazione internazionale del virus e alla risposta immunitaria.
La raccomandazione europea riguarda la composizione dei prodotti e non deve essere confusa con le modalità operative della campagna vaccinale italiana, che dipendono dalle decisioni delle autorità sanitarie nazionali e dall’organizzazione delle singole Regioni.
La vaccinazione continua comunque a rappresentare uno degli strumenti più importanti per prevenire le conseguenze gravi del Covid, soprattutto per anziani, persone fragili e soggetti con condizioni cliniche che aumentano il rischio di complicazioni.
L’aggiornamento vaccinale non garantisce di evitare qualsiasi infezione, ma contribuisce a mantenere la protezione nei confronti delle forme più severe della malattia, un obiettivo che rimane centrale anche in una fase epidemiologica complessivamente stabile.
Il Covid torna con l’autunno: dobbiamo preoccuparci?
L’aumento delle segnalazioni, la circolazione di XFG e Nimbus e l’avvicinarsi della stagione delle infezioni respiratorie rendono opportuno mantenere alta l’attenzione, senza però interpretare automaticamente ogni oscillazione dei contagi come il segnale di una nuova emergenza.
Il coronavirus, del resto, non ha ancora assunto un andamento stagionale prevedibile come quello dell’influenza e può continuare a circolare anche nei mesi più caldi, motivo per cui l’evoluzione delle prossime settimane dovrà essere valutata attraverso i dati epidemiologici e non soltanto sulla base del calendario.
La situazione attuale è inoltre profondamente diversa rispetto a quella del 2020, grazie alla protezione immunitaria acquisita dalla popolazione, alla disponibilità dei vaccini e alla possibilità di utilizzare trattamenti specifici nei pazienti per i quali sono indicati.
Il quadro rimane dunque stabile e non emergenziale, ma questo non significa che il Covid sia scomparso o che le sue conseguenze siano diventate irrilevanti per tutti. La sfida dell’autunno sarà soprattutto quella di riconoscere tempestivamente le infezioni, proteggere le persone più vulnerabili e continuare a monitorare l’evoluzione del virus senza trasformare ogni nuova variante in un motivo di allarme.
