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Il nuovo spazio dei ricordi

Le nostre memorie sono un patrimonio di grande valore. Sanno raccontare la storia di ognuno. Per valorizzarle, c’è chi le riassume in un diario o fissando le foto sulla carta. Qualcuno, addirittura, le affida a un satellite.

Tutto scorre, troppo in fretta. La vita succede per accumulazione: di routine e attese, scintille d’entusiasmo e inquietudini. Il tempo per il passato, per cullarsi nella nostalgia di un ricordo, è consumato dalla frenesia, da una costante fuga in avanti.

Ieri, però, riposa tutt’intorno: negli occhiali lasciati in un cassetto, appartenuti a qualcuno che non vive più qui; in un orologio dal vetro scheggiato, un peluche dal pelo lucido, la guida a colori di un viaggio lontano. In troppi souvenir sgualciti, appassiti, disordinati. Nelle migliaia di foto che scattiamo di continuo con il telefonino, senza mai riguardarle, quasi che la loro essenza si riduca all’atto di registrare il presente. Di afferrare gli attimi, collezionarli con avidità per non ripercorrerli.

Invece, coltivare la memoria è un esercizio necessario e terapeutico: «I ricordi sono la struttura della nostra vita, il cemento dell’identità. Costruiscono un flusso, costituiscono la base di ogni prospettiva» commenta Grazia Attili, professore emerito di Psicologia Sociale all’Università Sapienza di Roma e autrice di numerosi saggi sul tema dell’attaccamento e dei legami. Che si possono annodare pure attraverso un distacco, incluso il più estremo, paradossale e remoto.

È la teoria e la pratica di Upmosphere, il marchio di una start-up italiana visionaria (per una volta il termine è appropriato), che i ricordi li spedisce fino in orbita, a ruotare attorno al pianeta, a scorrazzare tra i 500 e gli 800 chilometri sopra il suolo terrestre. Li inserisce dentro una capsula, una scatola di legno adagiata in un satellite; li affranca per sempre dalla banalità polverosa dell’appassimento. Rendendoli speciali, anzi straordinari.

«Accettiamo solo materiali inerti: qualunque metallo, per esempio di un gioiello; tessuti, quindi abiti o loro frammenti. E poi immagini o lettere, certo» elenca Alessandro de Mojana, uno dei soci di quest’avventura nata da un gruppo di amici che si conoscono da trent’anni. Insieme, hanno voluto scommettere sull’incredibile, sull’oltrepassare il senso del limite sia logico che logistico.

La parte tecnica, chiamiamola così, è stata affidata a D-Orbit, nome solido dell’industria aerospaziale tricolore. Il test preliminare del meccanismo, terminato lo scorso giugno, è andato a buon fine; il primo volo ufficiale, fissato per il prossimo aprile, è già sold-out. Tra i clienti, una coppia di sposi che invieranno le loro fedi, come promessa suprema e sublime di un amore in rotta verso l’infinito. Sono aperte le prenotazioni per la partenza successiva, probabilmente in estate.

Il biglietto è un privilegio per pochissimi, costa svariate migliaia di euro, in compenso non si riduce a un’esperienza che straripa di suggestioni. Aggiunge il fascino di una variabile geografica e tecnologica. «La posizione del satellite» spiega de Mojana «viene rilevata da un’applicazione sullo smartphone. Si crea un ponte, si sa sempre dove si trova il proprio oggetto. Se è in Africa o in Groenlandia, sta transitando agli antipodi o giusto sopra le nostre teste». Peraltro, da nicchia e bizzarria, il cielo come cassettiera della memoria potrebbe evolvere in tendenza, in consuetudine: «Anche i telefonini, all’inizio, erano valigie dalla taglia esagerata che costavano milioni. Adesso, sono nelle tasche di miliardi di persone. Lo spazio è destinato a diventare un luogo accessibile».

Nel frattempo, ci sono varie e valide alternative per valorizzare i momenti che contano. Si possono stampare le foto più significative, incorniciarle o mostrarle sul televisore: l’esercizio della scelta, della selezione, è già un modo per riavvolgere il nastro, scavare una profondità nel piattume della corrente digitale.

Ancora meglio, si può iniziare a scrivere un «gratitude journal»: non un semplice diario ma, per l’appunto, un giornale della gratitudine. Una sequenza di pagine dove annotare le piccole cose liete che succedono tutti i giorni: l’incontro promettente con uno sconosciuto, la cortesia inaspettata di un collega, il regalo di un amico, gli indizi o la miccia di una nuova passione.

«Sono metodi» commenta Attili «tramite i quali si ricava energia. Riassaporare un’emozione, la raddoppia. Nel gesto stesso di raccontarla per iscritto, quando si compie l’atto motorio di fissarla, la si sta già rivivendo». A guadagnarne è l’immagine, la percezione di sé: «Si sedimenta la convinzione che possano capitare cose positive. I ricordi sono un coupon per proiettarsi nel domani, un voucher di benessere per il futuro». Il suggerimento, dunque, è amplificare tale vagabondo rimembrare: «Coinvolgere tutti i sensi. Marcel Proust parlava delle madeleine come elemento scatenante delle memorie dell’infanzia. Percepire un odore, ascoltare una voce, toccare una stoffa, risveglia e restituisce vecchie emozioni».

Si asseconda un bisogno, che da oggi sa andare persino in orbita. «È la versione evoluta» osserva Attili «di lasciare un messaggio in bottiglia». Peraltro, con un gran finale: dopo qualche anno, il satellite rientra nell’atmosfera e si distrugge, senza produrre detriti spaziali. Brucia e brilla, fino a dissolversi. «Il materiale in legno con cui sono realizzate le scatole della memoria garantisce una combustione completa e sostenibile» rileva de Mojana.

Se proprio un ricordo deve perdersi e smarrirsi, non sia per una trascuratezza o una dimenticanza. Lo si faccia congedare con un’esplosione di luce, nella speranza colma di desiderio di una stella cadente.

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