Il 27 febbraio 1996 segna l’inizio di un immaginario che in trent’anni è passato dal pixel monocromatico alla centralità culturale globale: uscivano in Giappone Pokémon Rosso e Verde, due cartucce per Game Boy che avrebbero ridefinito il concetto stesso di franchise transmediale prima ancora che l’espressione diventasse di uso comune. Trent’anni dopo, il Pokémon Day non è soltanto una celebrazione per nostalgici o una ricorrenza di settore: è la conferma che quell’universo di creature immaginarie dai poteri speciali ha saputo attraversare tre generazioni trasformandosi, senza mai perdere coerenza identitaria, in una delle architetture culturali più solide della contemporaneità.
L’idea originaria — catturare, collezionare, scambiare — conteneva già in sé un’intuizione sociale ed economica potente: Pokémon non era solo un videogioco, ma un sistema relazionale. Lo scambio tramite link cable non era un dettaglio tecnico, era un meccanismo culturale. Trent’anni dopo, quella stessa logica di scambio e collezione si è spostata su scala globale, digitale, finanziaria.
Da franchise narrativo a infrastruttura transmediale capace di tenere insieme anime, carte, app e mercati secondari
Sotto il coordinamento di The Pokémon Company, Pokémon è diventato molto più di un prodotto videoludico: anime, film, manga, merchandising, eventi dal vivo e soprattutto il Gioco di Carte Collezionabili hanno costruito un ecosistema narrativo che funziona come una vera infrastruttura culturale. Personaggi come Pikachu non sono semplicemente mascotte, ma simboli intergenerazionali riconoscibili in qualsiasi latitudine.
Con Pokémon GO il franchise ha dimostrato di saper ibridare spazio fisico e spazio digitale, trasformando le città in campi da gioco e anticipando modelli di partecipazione collettiva che oggi sono la norma nell’economia delle piattaforme. La forza del brand non è stata soltanto espansiva, ma adattiva: ogni nuova tecnologia è stata integrata senza fratturare la memoria delle origini.
La finanziarizzazione della nostalgia trasforma le carte Pokémon in asset, le aste in spettacolo e il collezionismo in esperienza condivisa
Il trentesimo anniversario non fotografa soltanto una longevità straordinaria, ma evidenzia una trasformazione più profonda: la nostalgia è diventata economia strutturata. Secondo i dati diffusi da eBay, “Pokémon” è la parola chiave più cercata su eBay.it dal 2024, con una ricerca effettuata ogni 14 secondi circa; a livello globale, nel 2025 le ricerche hanno superato le 360 al minuto, mentre le vendite di Pikachu sono cresciute del 120% anno su anno e le carte listate in Italia continuano ad aumentare.
Non si tratta più soltanto di memorabilia, ma di un mercato secondario articolato, con carte gradate, certificazioni, quotazioni e aste live che trasformano l’atto dell’acquisto in performance pubblica. La Pokémon Week organizzata su eBay Live in occasione del Pokémon Day 2026, con box break e aste in diretta, è emblematica di questo passaggio: il collezionismo non è più gesto privato, ma esperienza condivisa, spettacolarizzata, quasi rituale.
Chi era bambino alla fine degli anni Novanta oggi dispone di potere d’acquisto, memoria emotiva e strumenti finanziari; la carta che un tempo circolava nei cortili delle scuole oggi passa attraverso marketplace globali, certificazioni professionali e community digitali che ne amplificano valore e desiderabilità. Il meccanismo resta lo stesso — catturare, collezionare, scambiare — ma la scala è cambiata.
Trent’anni dopo, Pokémon dimostra che la cultura pop può diventare sistema economico senza perdere forza simbolica
Il punto forse più interessante di questo trentesimo anniversario è proprio l’equilibrio tra dimensione culturale e dimensione economica. Pokémon è riuscito a trasformarsi in un ecosistema finanziariamente rilevante senza svuotarsi di significato simbolico, mantenendo intatta la capacità di parlare a pubblici diversi e di rinnovare il proprio immaginario.
Dal pixel verde del Game Boy alle aste live in streaming, dalla collezione cartacea alla piattaforma digitale, l’universo nato il 27 febbraio 1996 continua a dimostrare che la cultura pop, quando è costruita su meccanismi narrativi solidi e su comunità reali, può diventare molto più di un fenomeno generazionale: può diventare una grammatica condivisa e, allo stesso tempo, un’economia globale della memoria.
