Ottobre, andiamo. È tempo di entrare nel girone infernale delle stramaledette feste di compleanno dei nostri figli. Un flagello, cui sottrarsi è assolutamente impensabile, peggio che venire chiusi dentro una escape room (lì una via d’uscita almeno si trova). Sono purghe che occupano la vita di tutti i genitori dal primo compleanno all’asilo fino al termine delle elementari (dopo si diradano, solo gli irriducibili resistono oltre gli 11 anni).
Il fenomeno, ahimè, noto da almeno un decennio, è ormai trasbordato, tracimando dalla festicciola con la crostata e quattro amici a casa, in veri e propri “eventi”. Oggi per spegnere le candeline senza sfigurare davanti ai compagni, perché poi di questo si tratta, ossia una faticosa gara a dimostrare quali genitori perfetti siamo, bisogna chiamare perlomeno la wedding planner. Per arrivare ad avere qualcosa che stia a metà tra un diciottesimo (anche se ne compiono cinque) e un party da fare invidia al Grande Gatsby. Chi sfoggia la tenuta in campagna, tutta rattan e vigneti, chi la piscina sull’attico in centro, chi ha un’animazione che manco a Disneyland, multipli cambi d’abito, prestigiatori che al confronto il Mago Zurlì era un dilettante.
L’escalation del lusso tra catering bio e torte monumentali
Anche se scendiamo di un gradino, la grandeur resta. Si affittano centri sportivi, loft, atelier, bowling, paintball e lunapark, enormi spazi stracolmi di ogni sorta di gonfiabili, decorati da migliaia di palloncini di tutte le nuance, giraffe a grandezza naturale, trucca-bimbi (esteso anche alle madri, viste mentre si facevano mettere l’eyeliner), gigantesche bolle di sapone, cibi rigorosamente bio (che bontà la quinoa a merenda a quattro anni).
E naturalmente la “cake design”, la torta scultura anche a tre piani come quelle degli sposi (carissime e immangiabili, ma con la lista degli allergeni allegata).
La capitale delle baby-feste è senza dubbio Milano, dove è nato un business gigantesco intorno alle location da affittare, sempre prenotate. Racconta Valentina Desario, autrice e fondatrice del seguitissimo blog Stancamente Mamma: «È una sorta di circo orchestrato dai genitori, che fanno a gara a chi organizza quella migliore. I figli sono il palcoscenico dei desideri non realizzati, l’ultima possibilità di emergere dalle loro frustrazioni. Una volta era condivisione, oggi sono dolorosi momenti di esclusione, perché non sempre tutta la classe è invitata, c’è a chi tocca stare a casa. Non è mai vita reale, ma una continua, faticosissima rappresentazione mediatica».
La soglia minima dei mille euro e la dittatura del format
E allora via con gli animatori, anche più di uno per intrattenere ogni fascia d’età (come se dall’alba dei tempi i bambini non sapessero divertirsi da soli benissimo). Per le bambine il must è diventato il Beauty Spa Party, dove le piccole vengono dotate di vestagliette e fascette di spugna per poi essere coccolate con manicure, smalti e maschere idratanti. Opzionale anche una postazione da parrucchiere per treccine e chignon. Insomma per una “festicciola” (si fa per dire) spendere 1.000 euro è la base di partenza. Cari genitori, anche se gonfiate voi i palloncini fino al ricovero in rianimazione, non illudetevi: il budget cala di poco (e c’è anche chi si indebita. I nostri padri boomer ci avrebbero dato un salutare calcione nel deretano solo a sentirne parlare). Invece l’asticella si alza costantemente. Continua la blogger, che ha un bambino di dieci anni: «Di queste feste me ne sono fatte tante, altrettante ne ho organizzate con una spesa notevole. Se prendi il giro ti tocca ogni anno e non puoi più sottrarti, pena la pubblica flagellazione. Ormai è tutto una performance, specialmente qui a Milano. È la città stessa che ti spinge a ostentare, a essere competitivo. Io ho prenotato a luglio per novembre e le location migliori erano già tutte prese».
Il confronto diventa crudele, scene di lotta di classe all’asilo. Tutto parte da quanti metri quadri di superficie ludica ti puoi permettere nelle terrificanti “sale-bimbi”, cresciute più dei funghi sull’Amiata, perlopiù saune finlandesi dove si suda tutti quanti, grandi e piccini. La selezione musicale è assai deprecabile, ma il volume è quello dell’Ushuaia di Ibiza.
Donuts zuccherosi e pizzette gommose non devono mancare. Se scegli di condividerli devi essere pronto come un eroe della Marvel ad affrontare l’invasione di piccole e inarrestabili cavallette che, da altre festine, se insoddisfatte della loro merenda, si getteranno sulla tua.
L’obbligo del regalo e il mistero del cadeau finale
Scherza, ma non troppo, Angelica Massera, attrice e content creator, due figli e una media di quaranta compleanni all’anno, praticamente un secondo lavoro: «Ricordatevi che il regalo vi tocca farlo, anche se non ci andate. Non si scappa, le genitrici vi verranno a cercare fino alle Colonne d’Ercole, è un meccanismo perverso. E se ti viene la malaugurata idea di non partecipare sarai giudicato e lapidato. Rischi il biasimo anche se non presenzi ai festeggiamenti di chi è nato il 13 agosto, perché dire che eri in ferie non è una scusa accettabile». Infine si arriva al teatro dell’assurdo: «Al termine di ogni evento non può mai mancare una sorta di “bomboniera”, un regalino fatto a tutti i partecipanti che di solito fa una brutta fine, ossia non arriva manco a casa. Tuttavia è un obbligo con lo scopo di fare ricordare la festa, mentre tu vuoi solo andartene e dimenticarla il prima possibile».
Ci si è interrogati a lungo sull’utilità di questa “cinesata” agli amichetti, spesa ulteriore e senza senso. Perché si sente la necessità di elargire i doni agli ospiti? Bisogna essere sadomaso per farsi dell’ulteriore male. Nessuno dei genitori intervistati è stato in grado di spiegare la follia del cadeau finale. «Se lo aspettano», è la risposta più frequente, che ancora una volta spiega la nostra distorta idea di come rendere felice un figlio.
Comunque, anche lì è un percorso pieno di incognite: ormai i lecca-lecca e i pacchettini con i Goleador sono banditi, si va solo sul “green”. Attenti al rosa e all’azzurro, il pacchettino non può mai essere gender, manco se hanno ancora il pannolino. Solo fluidi pensierini. La scrittrice Raffaella Case è sincera: «Appalto, se no asfalto». Alle mondanità della bimba di sette anni ci pensa il marito: «Lui non solo partecipa a quelle degli altri, ma organizza le nostre». Praticamente si avvia verso la beatificazione, mentre la figlia geniale adolescente ha deciso di fare l’animatrice, contando sullo zoccolo duro delle amichette della sorella. «Un successo pazzesco, mi ha fatto salire l’Isee», scherza. «Io mi tengo lontana da questi luoghi di detenzione temporanea, fabbriche effimere del divertimento. Poi c’è l’oratorio, almeno in Bovisa (a Milano, ndr) dove vivo, più nazionalpopolare e sicuramente alla mano. C’è ancora qualcuno, i veri coraggiosi, che azzarda la festa a casa, selezionando i bambini. Arrivano i genitori a scuola con inviti carbonari, supplicando il silenzio, ma le mamme sgamate ti fanno i trabocchetti. Infine c’è il ritrovo al parco, rischi Chi l’ha visto?, ma sono le migliori e più gestibili».
Dagli sleepover ai sequestri domenicali senza via di scampo
Ma dalla Bovisa, spostandosi in centro, la musica cambia: «Per le bambine fanno pigiama party, anzi sleepover, come si dice adesso, in stile Kardashian. Mia figlia fu invitata a una meravigliosa serata allestita con tende degli indiani montate in un gigantesco salone. In questi ultimi anni ho notato che si sta andando verso una complicata sofisticazione: tra un po’ gli verrà chiesto il consenso firmato per partecipare».
Intanto l’anno scolastico è iniziato e le feste, come osservano le attrici e autrici della celebre pagina Instagram Le Mostre (@le.mostre) ossia Elisa Maria Bottiglieri e Marianna Folli, entrambe con una figlia femmina, incombono inesorabili. «Sono dei veri e propri sequestri di persona», dicono all’unisono, perché il copione è uguale per tutte. «Addirittura esistono “gli spietati” che ti convocano alle dieci della domenica mattina. L’ultima volta in una di quelle terribili gabbie di gonfiabili un piccolino aveva vomitato e da lì siamo precipitati in un girone dantesco. Poi quando cerchi di filartela senti una mano sulla spalla che autorevole ti stoppa: “Come, non ti fermi per la torta?”. Sono ormai le sette di sera e sogni solo di scappare via, invece bisogna ancora aprire i regali e intanto si fa notte».
A queste povere donne sfrante hanno dedicato un divertente capitolo dell’ultimo libro Acqua, sapone e gin tonic (appena uscito per DeAgostini). «Siamo a un punto tale che quando ho letto che quest’anno sarebbe arrivato potente El Niño durante l’inverno, il mio primo pensiero non è andato al cambiamento climatico, bensì alla festa di mia figlia, che mi tocca in autunno inoltrato. Se fa caldo forse riesco a sfangarla e farla al parco». Gin tonic.
