Pablo Trincia: «Il naufragio della Concordia è una cicatrice ancora aperta»
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Pablo Trincia: «Il naufragio della Concordia è una cicatrice ancora aperta»
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Pablo Trincia: «Il naufragio della Concordia è una cicatrice ancora aperta»

Intervista all'autore del podcast Il Dito di Dio – Voci dalla Concordia, con le testimonianze di soccorritori e i superstiti che hanno vissuto il dramma della notte del 13 gennaio del 2012. «Non è l’ennesima storia Schettino centrica: è la storia di tutti gli altri»

Erano le 21:45 del 13 gennaio del 2012 quando la Costa Concordia urtò il più piccolo degli scogli delle Scole, a 96 metri dalla riva dell'Isola del Giglio. Quella notte di dieci anni fa è rimasta impressa nella memoria collettiva, come una cicatrice difficile da riassorbire: fu uno dei naufragi più incredibili della storia, uno squarcio di 70 metri fece inclinare una nave da 110 mila tonnellate su un fianco e quattromila persone vissero un dramma impossibile da rimuovere. «Ma poteva essere una strage ancora più grande se solo il vento avesse fatto spostare la nave a largo invece che appoggiarla sugli scogli del Giglio», racconta a Panorama.it Pablo Trincia, lo scrittore e conduttore che sul naufragio della Concordia ha realizzato un podcast di otto puntate, Il dito di Dio, ideato e prodotto da Chora Media per Spotify.

L’ascolto de Il dito di Dio è un’esperienza totalizzante: a tratti lascia senza fiato, a volte commuoversi è impossibile. Come ha fatto a non farsi fagocitare mentre ci lavorava?

«È stato impossibile non portarsi a casa il lavoro, è stata un’esperienza emotiva fortissima. Non puoi non immedesimarti, non pensare a queste persone che stavano a cena o a vedere uno spettacolo e all’improvviso si sono ritrovati all’inferno».

È stato più o meno complicato rispetto a Veleno, il suo primo podcast, in cui raccontò il caso dei “Diavoli della bassa modenese”, sedici bambini tolti ai genitori per presunti abusi e riti satanici?

«Sono due storie e due mondi diversi. Lì percepivo l’angoscia di vedersi strappati via i figli senza prove reali, qui ho sentivo la vulnerabilità: su quella nave c’erano coppie, c’erano bambini, c’erano persone che realizzavano il sogno di una vita. Su quella nave c’eravamo tutto noi. E conoscere le loro storie, ascoltare le loro testimonianze, ti rende vulnerabile. In ogni caso, per raccontare nel modo giusto devi sintonizzarti con i sentimenti di chi hai di fronte, entrare in profonda empatia».

Com’è nato Il dito di Dio?

«Stavo lavorando a un’altra serie quando Mario Calabresi, il ceo di Chora Media, mi ha chiamato e mi ha detto: “Perché non facciamo qualcosa sul naufragio della Concordia, è un fatto gigantesco”.

La sua reazione?

«Inizialmente di spavento. C’erano una giungla di nomi, facce e storie che rendevano la realizzazione complicata. Quando si fa un podcast si ha bisogno di tante voci e spesso si è a corto di materiale umano. Qui avevamo il problema opposto: una sovrabbondanza di testimonianze e di livelli narrativi che bisognava intrecciare nella maniera giusta».

Come c’è riuscito?

«Trovando un metodo, partendo da una mappatura spazio-temporale della nave, che è una città galleggiante con 4 mila persone a bordo. E mi creda che c’è voluto tempo e molte discussioni con la mia co-autrice Debora Campanella, mia moglie, per contestualizzare i fatti. Dopo dieci anni, la memoria ti abbandona e il falso ricordo è entrato nella testa di molti dei superstiti».

Quanti mesi di lavoro ci sono voluti per realizzare il podcast?

«Circa sei. Abbiamo dovuto verificare i fatti e gli eventi. Ognuno dei testimoni aveva ricordi soggettivi di ciò che è successo e non sapevano contestualizzare dove si trovassero, ad esempio. E poi la sonorizzazione, altro elemento centrale, ha richiesto tempo».

Il momento più complicato della realizzazione?

«La scrittura. È stato come costruire con la mente una città: poi bisognava dargli un senso e una forma».

Il più emozionante?

«Sono due. L’intervista con Stefania Vincenzi, la figlia di Maria Grazia, una delle disperse. Quell’incontro di tre ore, ascoltando in cuffia la sua voce – perché stavo registrando -, mi ha devastato emotivamente. E poi quello con il figlio del signor Giovanni Masia, il pensionato di Portoscuso, persona con cui ho molto empatizzato. Ho dovuto stoppare la registrazione perché mi sono ritrovato in lacrime a singhiozzare».

Che idea si è fatto del perché il comandante Francesco Schettino, dopo l’impatto, abbia aspettato così a lungo per lanciare l’emergenza generale e poi l’abbandono nave, rischiando un bilancio di vittime ancora più grave?


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«Ho letto le carte, ascoltato le registrazioni della scatola nera. Penso semplicemente che lui sia andato in blackout. Non è facile, ma bisogna provare a immedesimarsi in un uomo che capisce di aver perso una nave da mezzo miliardo di dollari: nel giro di pochi minuti finisce nei guai, la sua carriera è stroncata».

E lui che fa nei momenti successivi all’impatto?

«Cose strane. Chiama anche la moglie. Addirittura, chiede se è possibile far agganciare la nave con delle funi e farla trascinare da altre imbarcazioni. Peccato che la Concordia pesasse 110 mila tonnellate».

Non c’è mai del moralismo però nei confronti del comandante Schettino nel suo racconto.

«Perché non mi interessava giudicare, piuttosto uscire dalla logica del buoni e cattivi e rendere tutta la complessità di questa storia. Noi come ci saremmo comportati al suo posto? È facile dirlo dal divano di casa. Il giudizio sulla vicenda l’ha già dato la magistratura».

Perché tra le tante testimonianze non c’è quella di Schettino?

«Perché non ho sentito bisogno di andare da lui, visto che la sua versione e le dinamiche di quella notte le conosciamo bene grazie a un impianto probatorio enorme. E poi perché non volevo che fosse l’ennesima storia Schettino centrica: volevo che fosse la storia di tutti gli altri. Abbiamo contattato la figlia e sorella, che hanno declinato».

Tutto nasce dal tristemente celebre “inchino” che il capo maître della Concordia, Antonello Tievoli, chiese a Schettino come saluto a sua mamma e alla sua famiglia, che stavano al Giglio.

«Ero curioso di sapere se la madre del maître avesse visto questo “inchino”: così sono andato a cercarla, ma ora è anziana e mi ha accolto un parente. La signora non si affacciò quella sera, era inverno e faceva troppo freddo. Ci leggo dell’amara ironia. Ho cercato anche Tievoli ma non l’ho trovato».

C’è stata più negligenza o più errori umani nel dopo incidente?

«Entrambe le cose. Ma la vera differenza la fa che le persone non sono state avvisate: se tutti avessero indossato i giubbotti, forse non ci sarebbe stato nemmeno un morto. Dopo sei minuti in plancia di comando sapevano che l’acqua era entrata nella nave, ma si scelse la via del silenzio e della menzogna».

Il dito di Dio dove interviene in questa enorme tragedia?

«Un ingegnere che si è occupato del rigalleggiamento della Concordia, ci ha detto: “Da ateo dico che quella sera c’è stato il dito di Dio”. Improvvisamente cambia il vento e spinge la nave verso le rocce, la appoggia lì invece che portarla in alto mare dove sarebbe affondata inghiottendo centinaia di persone. Poteva essere una strage immensa».

È appena uscito per Einaudi anche Romanzo di un naufragio, in cui racconta la storia di quella notte.

«È complementare al podcast. Nel libro ci sono scene più approfondite, più testimonianze, ho provato ad andare in profondità nel racconto. Ci sono le vite dei sopravvissuti, c’è il prima e il dopo».

Ha in mente una serie tv?

«Se ne sta discutendo, ma non me ne occupo io. Spero che il progetto si realizzi».

Lei dice che il naufragio della Concordia è come una grande cicatrice. Dieci anni dopo quella cicatrice si è rimarginata?

«No. Tra i superstiti c’è chi soffre ancora di attacchi di panico, chi di dolori fisici, chi ha problemi nella gestione delle emozioni. Hanno visto e subito l’inimmaginabile. La cicatrice è viva, ci sono tagli aperti. Dieci anni è la giusta distanza per raccontare ma non per guarire».

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