L’amministrazione Trump ha annunciato che, a partire dalla settimana prossima, sbloccherà 172 milioni di barili di greggio dalla Strategic Petroleum Reserve: la mossa intende chiaramente contrastare l’aumento del prezzo del petrolio, verificatosi a seguito dell’attacco israelo-americano all’Iran. D’altronde, quello petrolifero è il principale nodo che l’inquilino della Casa Bianca ha necessità di sciogliere.
Da una parte, il Wall Street Journal ha riferito che vari consiglieri del presidente lo stanno esortando a chiudere celermente il conflitto con Teheran, essendo sempre più preoccupati per l’incremento del prezzo della benzina negli Stati Uniti: un fattore, questo, che potrebbe pesare negativamente sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato. È anche per tale ragione che, lunedì, Donald Trump ha affermato che la guerra finirà «presto». Ciò detto, il presidente non ha fornito una tempistica precisa. Mercoledì sera, ha detto, sì, che l’Iran è «praticamente al capolinea», ma ha anche aggiunto che ciò non implica una fine immediata del conflitto.
Nonostante stia cercando una exit strategy, Trump sa bene che i pasdaran hanno intenzione di rendergli la vita difficile nello Stretto di Hormuz, per indebolirlo in vista delle elezioni di metà mandato. In quell’area passa del resto circa il 20% del petrolio a livello mondiale. L’interruzione della navigazione ha quindi degli effetti significativi sull’incremento dei prezzi del greggio. È in quest’ottica che, mercoledì, il presidente americano ha esortato le petroliere a usare lo Stretto. «Penso che dovrebbero usarlo, abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte», ha affermato, riferendosi agli iraniani. Non è inoltre un mistero che il Pentagono stia valutando da giorni la possibilità di fornire scorte armate alle petroliere che passano nello Stretto.
Insomma, da una parte Trump cerca di accelerare la conclusione del conflitto per evitare un ulteriore incremento dei prezzi del greggio; dall’altra, i pasdaran, rendendo difficile la navigazione a Hormuz, puntano a mantenere alti quegli stessi prezzi, con il preciso obiettivo di colpire politicamente il presidente americano. È del resto proprio per far fronte a questa vulnerabilità che, come abbiamo visto, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti si accinge a sbloccare una parte della Strategic Petroleum Reserve. Non è tuttavia affatto escludibile che, al di là delle operazioni contro le navi posamine, Washington possa procedere a breve con le scorte armate, anche se questo di certo non accelererebbe la conclusione del conflitto.
Più in generale, per la Casa Bianca la questione petrolifera si lega indissolubilmente al futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Trump ha fatto chiaramente intendere di propendere per una soluzione venezuelana: vuole, in altre parole, come interlocutore una figura «interna» al vecchio regime decapitato, dopo averla adeguatamente «addomesticata». Il presidente americano ha infatti bisogno di stabilità sia per evitare costose operazioni di nation building sia perché vuole cooperare con Teheran nel settore petrolifero: il che è per lui necessario per colpire la Cina sul piano dell’approvvigionamento energetico e su quello valutario. È per questo che, negli scorsi giorni, ha spinto Israele a rinunciare allo scenario di regime change classico, chiedendo inoltre allo Stato ebraico di non attaccare più le infrastrutture petrolifere iraniane.
