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Mondiale -100 giorni tra ritardi, costi e proteste

Mondiale -100 giorni tra ritardi, costi e proteste

Il Brasile in affanno corre per essere pronto a giugno: budget triplicato, vittime negli stadi e impianti che saranno consegnati solo in extremis

Il budget iniziale è stato ampiamente sforato e l’operazione trasparenza, promessa da Lula al momento dell’assegnazione del Mondiale, è un lontano ricordo. I brasiliano non amano il Mondiale in casa propria e la gigantesca macchina organizzativa, che sta mangiando soldi e producendo poche certezze, non fa nulla perché l’happening della prossima estate possa risultare simpatico a un popolo che sta soffrendo la crisi e vive immerso nelle contraddizioni insanabili di un Paese dove la forbice tra ricchezza e povertà non accenna a ridursi. Mancano cento giorni al Mondiale e nulla (o quasi) è pronto, ma siccome non esiste un piano B per la Fifa tutto dovrà essere comunque a posto.

L’immagine simbolo è lo stadio Itaquerao che ospiterà la partita iniziale tra Brasile e Croazia. Costato 820 milioni di reals (250 milioni di euro) e tuttora un cantiere aperto. Sarà consegnato (se sarà consegnato) soltanto a maggio. Le infrastrutture all’esterno? Solo un abbozzo. Non è l’unico impianto in gravissimo ritardo. Lo stadio di Curitiba rischia di essere cancellato dall’elenco delle sedi del Mondiale, a Belo Horizonte anche sabato scorso si è verificato il crollo di una parte della struttura causa pioggia e a Porto Alegre mancano completamente tutte le opere di urbanizzazione all’esterno dello stadio.

Gli ultimi tre mesi si risolveranno in una gigantesca corsa contro il tempo che avrà l’effetto di dilatare ulteriormente i costi per la realizzazione di un evento molto contestato dai brasiliani. Le manifestazioni di piazza della Confederation rischiano di essere state solo una prova generale in vista delle prossima estate, quando gli occhi di tutto il mondo saranno puntati sul Brasile. La presidente Dilma Roussef è corsa ai ripari con una serie di concessioni in tema di tariffe pubbliche, ma il fuoco della protesta continua a soffiare sotto la cenere.

Nel mirino innanzitutto i costi spropositati per ospitare il Mondiale. Il budget iniziale complessivo di 25,5 miliardi di reals è già salito a 31 (10,5 miliardi di euro), il triplo rispetto a quanto speso dalla Germania per organizzare il Mondiale nel 2006 e dal Sudafrica per infrastrutturare da zero un paese alla prima esperienza con una grande manifestazione internazionale. Gran parte dei soldi sono stati fagocitati dalla realizzazione dei 12 stadi, costati fin qui 7 miliardi di reals (2,3 miliardi di euro) e destinati a trasformarsi in altrettante cattedrali nel deserto alla fine delle partite. Il calcio brasiliano sta vivendo l’inizio di una crisi preoccupante dopo gli anni del mini-boom e molti club, che si erano messi in fila per acquistare gli impianti al termine del Mondiale, non hanno più il denaro per farlo.

I progetti sul territorio sono in forte ritardo e, nella maggior parte delle situazioni, non verranno forse nemmeno portati a termine. Le ricadute positive sull’economia brasiliana sono tutte da verificare. Non sempre organizzare il Mondiale si è rivelato un affare. Nel 1994 il Pil statunitense aumentò dell’1,4%, nel 1998 in Francia fece segnare +1,3% e nel 2002 si ebbe crescita in Corea del Sud (+3,1%) e calo in Giappone (-0,3%). Insomma il successo non è assicurato e, forse, anche per questo il popolo brasiliano è diviso e sempre più scettico. Se nell’inverno 2008, a manifestazione assegnata, i favorevoli erano il 79%, oggi la percentuale è scesa al 52% e cresce il numero dei contrari. 

La parola fallimento, però, non è prevista. La Fifa non ha pronto un piano B se non per qualche situazione locale e, dunque, il Mondiale si farà e dovrà apparire (se non essere) tutto perfetto. Con la speranza che Neymar e compagni arrivino fino in fondo così da anestetizzare un popolo che non ama la macchina organizzativa, ma sogna di alzare la Coppa. Sarebbe la sesta volta. Sarebbe la più bella.

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