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Milano sfoglia le pagine di Bookcity

Milano sfoglia le pagine di Bookcity

Dal Castello Sforzesco alla periferia, la città si prepara a un happening collettivo

Prova fatta: lo sa tutta Milano. Siamo solo alla seconda edizione, eppure Bookcity è già riconoscibile. Il merito non è del fatto che si strilla che ci saranno tre giorni di incontri, reading, presentazioni, che in città arriveranno oltre 1.000 fra autori e moderatori e che, insomma, parte il solito festival del libro. Benché Milano aspettasse da troppi anni e da troppe polemiche di essere al centro dell’attenzione con un’attività culturale così imponente, non è per questo che a dire Bookcity fanno faccia consapevole l’hair stylist di Coppola e lo studente del Beccaria, le signore del Fai e le biglietterie dei teatri principali, i bibliotecari della Sormani e della Braidense e gli architetti che bazzicano la Fondazione Piero Portaluppi gli economisti ambientali che fanno reporting alla Fondazione Mattei e i detenuti di San Vittore, la comunità ebraica e i nostalgici d’essai della Cineteca.

La verità è che Milano è cascata dentro Bookcity dall’area C alla periferia, con tutti i suoi snobbissimi enti culturali, le sue eccellenze, le sue fondazioni, e pure con i pochi milanesi rimasti. La formula ha funzionato alla grande lo scorso anno e pare avviarsi a superare quel successo con la seconda edizione perché Milano è stata «occupata». Esattamente come viene occupata dalla Settimana della moda o dal Salone del mobile. Solo che stavolta (strano, stranissimo) parliamo di libri. Il tappeto rosso è per Walter Siti, Michela Murgia, Dacia Maraini, Sveva Casati Modignani, Luis Sepúlveda, Frederick Forsyth, Silvia Avallone. E quelli di Bookcity sono stati così bravi a infilarli dentro le pie- ghe della città, a farteli ritrovare una sera a teatro, una mattina al museo (Archeologico, del Novecento, di Storia naturale… a Milano c’è solo l’imbarazzo della scelta), una giornata all’università, per un aperitivo a Palazzo (Morando, Moriggia, Reale), che, se uno va in giro tra il 21 novembre e il 24 e non si sente né radical né chic né nerd, si avvicina e si ferma ad ascoltare.

Non ci sono biglietti d’ingresso, non ci sono padiglioni, non ci sono pass speciali, non ci sono inviti da esibire. La città più glamour ed esclusiva d’Italia fa un passo avanti (strano, stranissimo) e apre, liberamente a tutti, tutti gli incontri. Meno male, perché già i milanesi si sentivano inferiori ai torinesi, che si sono chiusi dentro uno, poi due poi tre padiglioni di Salone del libro dove sinceramente a volte l’aria si fa un po’ pesante e vien voglia di un gelato sotto i portici.

Si sentivano inferiori ai cittadini di Mantova dove per cinque giorni da 16 anni si parla di «città del libro sul modello europeo» ogni volta che viene settembre e a ogni tavolino di ogni piazzetta siede un editor, uno scrittore, un correttore di bozze che si fa fotografare allegramente con un lettore e un piatto di ravioli alla zucca. E adesso qui, nella grande Milano in attesa dell’esplosione alimentare di Expo 2015, dove i milanesi si dividono ancora tra chef d’alto bordo nascosti nelle cucine di trattorie d’antan ed ex baretti da travet costretti per gli interminabili happy hour a travestire la cotoletta del giorno prima, si sentono pure inferiori a tutte le province del mondo, da quelle nostrane fino a Hay-on-Wye nel Galles, dove è fin troppo facile sposare premi Nobel a culatelli chilometro zero e destare nelle folle l’appetito per la cultura. Ci volevano i libri, a farci rialzare la testa. Strano, stranissimo.

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