Dimenticate il cashmere, nel mondo dell’alta moda e del tessile di lusso la lana più pregiata al mondo si trova nelle Ande. Si chiama lana di vigogna (vicuña, in spagnolo), e appartiene all’omonimo piccolo camelide selvatico che vive sulle montagne peruviane, a oltre 4.000 metri di altitudine.
Cos’è la lana di vigogna
La lana di vigogna non è una lana in senso stretto, ma la fibra ricavata dal vello della Vicugna vicugna, un camelide selvatico simile al lama che abita l’ecosistema della puna andina, tra i 3.800 e i 4.800 metri di altitudine, principalmente in Perù, ma anche in Bolivia, Argentina, Cile ed Ecuador.
È considerata una delle fibre animali più pregiate al mondo per una ragione semplice, ovvero per la sua finezza. Il diametro medio delle fibre si aggira infatti intorno ai 12 micron. Per avere un termine di paragone, il cashmere si colloca tra i 14 e i 19 micron.
La vigogna è quindi sensibilmente più sottile, e proprio questa caratteristica la rende straordinariamente morbida, leggera e delicata sulla pelle.
Inoltre, la struttura delle scaglie che compongono la fibra le conferisce un’elevata capacità di infeltrimento, che a sua volta genera tessuti dotati di una notevole capacità termica, capaci cioè di mantenere il calore corporeo in modo efficiente pur restando estremamente leggeri.
È proprio la combinazione tra finezza estrema, leggerezza, calore e rarità a fare della vigogna una fibra unica, al vertice della piramide tessile mondiale.
Una storia antica
La storia di questo tessuto pregiato inizia da molto lontano, ben prima che l’alta moda europea ne scoprisse le virtù. Già durante l’Impero Inca, la vigogna era un animale sacro e la sua lana era riservata esclusivamente all’imperatore e alla sua cerchia ristretta.
Indossare un capo in vigogna era un privilegio che sanciva l’appartenenza all’élite. La raccolta della fibra non era una pratica qualsiasi, ma un rituale solenne e collettivo chiamato chaku (o chaccu), una parola quechua che indicava la grande caccia cerimoniale.
Il chaku si svolgeva ogni quattro anni, le comunità radunavano un numero enorme di vigogne, le tosavano e le liberavano. Con la conquista spagnola e il crollo dell’Impero Inca, iniziò la caccia dell’animale per il commercio della pregiatissima fibra, che portò nei secoli la specie sull’orlo dell’estinzione.
Negli anni Cinquanta del Novecento la popolazione era ridotta a poche migliaia di esemplari, un numero drammaticamente esiguo rispetto ai milioni che popolavano un tempo le Ande. Fu solo a partire dagli anni Sessanta e Settanta che i governi dei Paesi andini, sotto la spinta di accordi internazionali, iniziarono a proteggere la vigogna con normative severe.
La specie fu inserita nell’appendice I della CITES, che ne vietava il commercio internazionale, per poi passare a un regime più flessibile che consentiva la commercializzazione della fibra proveniente esclusivamente da animali vivi e tosati in modo regolamentato.
Si arrivò così alla reintroduzione del chaku degli Inca, trasformato in una pratica di tosatura sostenibile ed etica. Si tiene ogni anno (non più ogni quattro) e coinvolge le comunità locali, che radunano le vigogne, le tosano e le rilasciano, garantendo la conservazione della specie.
Alta sartoria
Se la vigogna è la fibra più rara e pregiata del mondo, non sorprende che i capi realizzati con essa raggiungano cifre astronomiche e che il suo uso sia appannaggio esclusivo di una ristrettissima cerchia di marchi del lusso assoluto.
Un maglione in pura vigogna può tranquillamente raggiungere una cifra di diverse migliaia di euro, mentre per cappotti e capispalla si superano anche i 20 e 30.000 euro. Cifre decisamente proibitive, ma d’altra parte la rarità della fibra è estrema.
La vigogna rimane un simbolo di lusso silenzioso e inaccessibile, un materiale che non conosce stagionalità e che resta saldamente nelle mani di maison di lusso e pochi altri specialisti delle fibre nobili.
