Melissa P. : «Io non sono la Moana   Pozzi della letteratura»
Melissa P. : «Io non sono la Moana   Pozzi della letteratura»
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Melissa P. : «Io non sono la Moana Pozzi della letteratura»

Melissa P. torna a far parlare di sé grazie al lancio del podcast Pornazzi, uscito su Storielibere.fm, dove racconta l’epopea della pornografia dagli Egizi a oggi. In questo dialogo, affatto scanzonato, racconta a Panorama la sua idea di sesso e il suo concetto di fedeltà, prendendo le distanze dalla celebre pornostar.

Roman Polanski disse che mentre l’erotismo usa solo una piuma, la pornografia usa tutto il pollo. E Melissa Panarello, a 20 anni dall’uscita del suo libro cult 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, ha deciso di farci conoscere tutto il pollo. Pezzetto dopo pezzetto. Nel suo podcast Pornazzi, appena uscito su Storielibere.fm, la scrittrice catanese racconterà, a cadenza mensile, «Pornopoli», dai tempi degli Egizi a oggi. Un mondo sovversivo, all’avanguardia, che ha saputo anticipare i tempi, creare i propri divi, anche distruggendoli dentro. Moana Pozzi, due anni prima di morire e venire innalzata a icona pop della redenzione, definì così quell’universo che conosceva bene: «Gli attori porno sono una massa di disperati. I film al 99 per cento sono una realtà squallida». Ma secondo la scrittrice, non tutto è carne e sangue..

Cosa l’ha spinta a raccontare l’epopea del porno?

È un’idea che ho da qualche anno. Mi affascina quel mondo, la sua filosofia, cosa c’è dietro a un set. Se ne parla sempre associandolo al senso del peccato. Questa è una cosa che io voglio evitare. Perché il sesso per me è tutto, tranne che trasgressione.

Cos’è allora?

È comunicazione fra le persone. Priva di sovrastrutture e razionalità, è la forma più autentica per raccontarci all’altro. E in questo senso trovo un’enorme sincerità nella pornografia: è verità. Mentre trovo ipocrita l’eros. Non svelare del tutto le cose mi irrita.

Nella prima puntata racconta il mondo antico. Cosa ha scoperto?

Cose interessantissime, per esempio che esistevano rappresentazioni pornografiche, ormai introvabili, anche nei «libri d’Ore», i preziosi codici miniati.

Oggi come si è evoluto l’hard?

È stata sdoganata la totale libertà. Non c’è censura né chiusura. Ma credo che questa cosa si dovrà fermare, perché il corpo ormai è stato esposto e scandagliato in modo plateale. Il prossimo passo può essere solo la scarnificazione.

Il porno ha sempre anticipato le tendenze, come se lo spiega?

Grazie all’industry la tecnologia ha fatto passi da gigante. Dalle prime videocassette ai dvd, ora siamo alla realtà virtuale. Persino all’inizio dell’era cinematografica i primi filmini erano pornografici.

Cosa manca invece ai film di oggi?

Un approccio un po’ più creativo. Ormai è diventato a tutti gli effetti una forma di educazione erotica per i giovani. Che hanno così una visione distorta: credono che il sesso debba essere uguale a quello visto nei video. Ho intervistato alcune adolescenti: molte credono che la fellatio debba finire come quelle su Pornhub.

Che ne pensa dell’ascesa dell’amatoriale?

C’è una maggiore varietà e poi ci sono coppie reali e meglio assortite. È molto facile riprendersi e caricare le performance sulle piattaforme web. Ma alla fine il porno è spettacolo, si chiama cinema non a caso. È finzione, anche nell’utilizzo dei corpi, del linguaggio. Deve trascendere dalla realtà. Che noia se assomigliasse a quello casalingo. L’amatoriale va bene fino a un certo punto, ma poi lo spettatore vuole vedere l’eccezionale.

Mai fatto un porno amatoriale?

No, assolutamente. Sono molto più timida di quello che si sospetta. Mi ricordo che mi chiamò Lasse Braun (celebre regista italiano protagonista della legalizzazione della pornografia e dei primi hard svedesi, ndr) chiedendomi se mi andava di fare un film. Ovviamente gli dissi di no. Non mi piacerebbe, né mi ecciterebbe.

Quando ha visto la prima pellicola vietata?

Avevo 13 anni e con un’amica scoprimmo le cassette di suo padre nascoste in un armadio. Guardammo Bella di notte con Moana Pozzi. Erano gli anni Novanta e le trame erano simili a quelle degli erotici. La sceneggiatura partiva sempre dalla moglie infedele e annoiata che finiva a letto con molti uomini per provare piacere. La trama classica era questa, con poche variazioni. Poi arrivò una profusione di zie, ereditiere, gole profonde... I registi di allora erano comunque interessanti, erano tutti autori e ognuno aveva una sua estetica. Oggi uno vale l’altro e l’estetica è sempre uguale.

In Pornazzi uno spazio sarà dedicato ai protagonisti, che vite hanno avuto?

Molto complesse, difficili, con un background non sempre lineare. Solo Moana ha avuto un retaggio borghese e l’ha trasferito sui set. Gli altri spesso sono figli del popolo, della fatica, del lavoro, del dolore. Io amo le pornostar storiche, le attiviste come Annie Sprinkle, femminista, educatrice sessuale, artista. Donne forti, che non esistono più.

È amica di Rocco Siffredi?

Sì, ci siamo sempre trovati molto affini nella nostra vulnerabilità. Conosciamo l’uno dell’altro i punti più deboli. È una persona estremamente malinconica e solitaria. E questo si scontra con l’immagine del pornodivo performante. Ma io amo quel Rocco che mi parla dei propri incubi e dei luoghi oscuri.

Sono passati 20 anni dal suo strepitoso primo successo, quanto sono cambiati le donne e gli uomini?

Mi sembrano sempre gli stessi. Tutto si ripete, tutto è rimasto uguale a prima. Trovo le medesime complessità, i narcisismi, i momenti di grande chiusura del mondo maschile. Certo le donne hanno acquisito più sicurezza e gli uomini ne hanno persa un po’. E nel perderla, si sono incattiviti. Questo gioco della bilancia non è sempre a nostro vantaggio.

Allora vincono ancora gli uomini?

Sono i maschi che non vogliono scopare. Forse perché il sesso è ovunque, diventando così un’ansia da prestazione costante. A volte non si sentono all’altezza. Per molti è anche una forma di vendetta: non vogliono concedere alle donne quel piacere che loro si prendono con orgoglio e senza senso di colpa. La guerra si gioca a letto. Tuttavia l’abbuffata di sesso virtuale spinge a un rapporto con sé stessi. E una volta che ti sei soddisfatto in quel modo, non cerchi più l’altro.

Lei come è cambiata?

Ho avuto rapporti lunghi e monogami. Mi sono divertita solo per un anno, poi ho fatto la suora, una promotrice del romanticismo, anche nel sesso occasionale e nella pornografia. Mi definisco all’antica, sono da sempre una sentimentale.

Eppure ha continuato a essere considerata una scrittrice trasgressiva, come mai?

Vengo continuamente vista come quella scollacciata, proprio io che non ho mai mostrato l’ombelico, né l’ho mai fatto nei bagni dei bar. In questi anni sono andata a letto presto. L’idea che si ha di me è molto diversa da quella che sono. Si pensa che se una donna parla di sesso sia provocatoria. Io ne parlo in maniera naturale e libera. Non sono la Moana Pozzi della letteratura.

Alla fine per lei cos’è il sesso?

È quello che è sempre stato: un momento di grande libertà, intimità, di raccoglimento con l’altra persona. Non ho mai cercato la performance. Sono noiossima.

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