Non è una capsule, non è un’operazione di stile, e soprattutto non è una storia di beneficenza travestita da design. È un progetto che nasce da una domanda molto più scomoda e molto più contemporanea: che cosa può fare davvero il design quando smette di limitarsi alla forma e comincia a misurarsi con le condizioni reali in cui quella forma viene prodotta?
Negli ultimi anni il design è tornato a interrogarsi sul proprio ruolo politico e sociale. Non tanto nel senso dell’attivismo dichiarato, quanto nella capacità di incidere sulle strutture invisibili che regolano produzione, lavoro e accesso. In questo scenario, il confine tra oggetto e sistema si fa sempre più poroso: ciò che conta non è solo ciò che viene progettato, ma il modo in cui entra nel mondo.
In IKEA questa domanda non è nuova. «Il design in IKEA è sempre stato legato all’idea di migliorare la vita quotidiana della maggioranza delle persone», spiega Magnus Nord. Ma è dal 2012 che questo principio si è tradotto in una pratica strutturata, fatta di collaborazioni con imprese sociali, produzione locale e lavoro stabile per persone spesso ai margini dei circuiti economici tradizionali. Non come gesto simbolico, ma come sistema.
Negli anni, questo approccio ha inciso silenziosamente sul modo stesso di concepire il progetto: non più solo una sequenza lineare che va dall’idea al prodotto, ma un processo circolare, in cui design, produzione e impatto sociale si influenzano a vicenda. Oggi queste partnership superano le undici realtà in diversi Paesi e rappresentano una parte strutturale del lavoro sul prodotto.
Il progetto nasce esattamente lì: non da un concept calato dall’alto, ma da un processo di ascolto. «Con MÄVINN si parte sempre dalla conoscenza delle competenze artigianali dei partner sociali, dei materiali disponibili e della reale capacità produttiva», racconta Nord.
Il punto di partenza non è il rendering, ma le mani. Le tecniche esistenti, i materiali realmente disponibili, la possibilità concreta di trasformare il lavoro artigianale in un reddito continuo. «Nel tempo abbiamo imparato a progettare con le persone, non semplicemente per le persone», aggiunge. È una distinzione sottile, ma radicale, che sposta l’asse del progetto dall’oggetto finito alle condizioni che lo rendono possibile.
Per questo non si presenta come una semplice collezione, ma come un percorso. Un processo aperto, stratificato, che tiene insieme produzione, cultura materiale e responsabilità sociale senza separarli in compartimenti stagni.
Ogni oggetto porta con sé una doppia tensione: la memoria del gesto e l’orizzonte di ciò che quel gesto rende possibile. «Questi oggetti portano con sé l’eredità delle tecniche artigianali e, allo stesso tempo, il progresso di ciò che rendono possibile: reddito, fiducia, opportunità», dice Nord. Il valore non è solo estetico, ma relazionale. È nel fatto che una tovaglietta, un tappeto o un paralume non siano il punto di arrivo, ma l’inizio di una filiera più stabile.
In un’epoca in cui l’artigianato viene spesso ridotto a linguaggio decorativo o nostalgia da catalogo, IKEA rivendica una posizione diversa. «L’artigianato non è nostalgia. È lavoro qualificato reso visibile», afferma Nord.
La differenza sta nella scala. Gli oggetti sono fatti a mano e le loro imperfezioni dichiarano la presenza umana, ma allo stesso tempo vengono tradotti in un’offerta accessibile, coerente, riconoscibile. È qui che l’artigianato smette di essere nicchia e torna a essere parte della vita quotidiana, senza perdere complessità né dignità.
Il dialogo tra locale e globale passa anche dai materiali. Juta, fibre di banano, foglie di palma, cotone: scelte che non rispondono solo a criteri estetici o di sostenibilità, ma a una logica di coerenza con i territori e le competenze esistenti.
«Manteniamo l’integrità delle lavorazioni e dei materiali locali, collegandoli poi attraverso un linguaggio di design condiviso», spiega Nord. Il risultato è un insieme che non cancella le origini, ma le rende leggibili ovunque, senza folklorismi né neutralizzazioni.
Anche il tema dell’inclusività, spesso svuotato dal marketing, qui assume una dimensione misurabile. «L’inclusività diventa tangibile quando è incorporata nell’accesso al lavoro e nel modo in cui i prodotti vengono progettati e realizzati», sottolinea Nord.
Non è una dichiarazione di intenti, ma una struttura che si valuta nel numero di posti di lavoro creati, nella continuità del reddito, nella possibilità di pianificare il futuro. In questo senso, il design diventa una forma di infrastruttura: qualcosa che sostiene, nel tempo, la vita quotidiana di chi produce tanto quanto di chi utilizza.
Le donne, in particolare, restano centrali nell’identità del progetto. Molte delle imprese coinvolte operano in contesti fragili, segnati da povertà, instabilità o crisi climatiche. «Crediamo che l’autonomia economica delle donne rafforzi le famiglie, le comunità e sostenga le generazioni future», dice Nord.
In questo senso, il valore dell’oggetto finale non è solo ciò che appare nello spazio domestico, ma ciò che resta fuori campo: tempo, autonomia, riconoscimento. Elementi invisibili, ma determinanti, che ridefiniscono il concetto stesso di valore nel design contemporaneo.
Anche il rapporto con chi acquista cambia. L’estetica resta una porta d’ingresso fondamentale, ma non è più l’unica. «Le persone non vogliono più scegliere tra bellezza e responsabilità», osserva Nord.
La trasparenza sulle condizioni di produzione, sull’origine dei materiali e sulle persone coinvolte diventa parte integrante dell’esperienza. Non come obbligo morale, ma come nuova normalità del buon design, in cui funzione, forma ed etica smettono di essere piani separati.
Il progetto, allora, non è un punto di arrivo. «È meglio descrivibile come un capitolo di un percorso in evoluzione, non come una conclusione», chiarisce Nord.
È la dimostrazione concreta che un altro modo di progettare è possibile: un design che non si limita a raccontare storie, ma costruisce infrastrutture sociali. Silenziosamente. Oggetto dopo oggetto.










