​Una marcia in più, Storie italiane di imprenditrici vincenti
​Una marcia in più, Storie italiane di imprenditrici vincenti
Cultura

Donne al timone

Si può costruire il proprio destino fino al successo. Lo dimostrano 22 imprenditrici italiane che sono andate ben oltre il «soffitto di cristallo» da infrangere, raggiungendo mete straordinarie nel proprio campo. Un libro ne racconta le storie. Un’ottima ispirazione per i colleghi maschi.


Laura cominciò trasportando verdura su un camion Fiat di terza mano, ora guida una delle aziende di logistica integrata più importanti d’Italia. Alida, architetto, partì arredando un salone di parrucchiera e adesso è in cima ai grattacieli di Milano. Marisa aprì un piccolo laboratorio di indumenti intimi nella Roma della Dolce vita, prese le misure a Liz Taylor e Audrey Hepburn e oggi è la regina della haute couture nei costumi da bagno. Ci sono Laura Bertulessi, Alida Catella, Marisa Padovan e altre 19 signore vincenti. Con un’idea, con un cambio di vita, con la forza della fatica e della passione.

Un libro testimonia definitivamente la tendenza: anche nel mondo del lavoro le donne vanno più veloci. S’intitola Una marcia in più, lo hanno scritto i giornalisti Manila Alfano, Giorgio Gandola e Stefano Zurlo da un’idea di Nicoletta Poli Poggiaroni. L’ editore è Wise Society di Antonella Di Leo, che da sempre mostra particolare sensibilità per le imprese sostenibili e tre anni fa aveva pubblicato «Sembrava impossibile», volume della stessa serie sulle eccellenze italiane al maschile. Questa volta si parla di 22 imprenditrici con personalità differenti e caratteri talvolta agli antipodi ma con una peculiarità comune: la capacità di andare al di là dell’immaginazione per arrivare a realizzare sogni che non muoiono all’alba. Oltre gli obblighi famigliari, oltre le diffidenze di genere, oltre le crisi economiche e nonostante la pandemia. L’impatto delle storie è notevole, anche perché spesso il punto di partenza è impensabile.

Milena Baroni da piccola aiutava i nonni nella lavanderia di famiglia a Gorgonzola nel Milanese. «Quando penso alla casa da bambina non mi vengono in mente il divano, la stanza dei giochi, il tavolo con latte e biscotti. Ma il negozio dei nonni. Posso dire di aver cominciato a lavorare a cinque anni. Ero vivace, nel retrobottega mi annoiavo. Quando sentivo aprirsi la porta mi arrampicavo sul bancone e dicevo: “Ha bisogno?”. Abbottonavo i camici da stirare, a fine settimana il nonno li contava e mi dava i soldi per comprare un giocattolo nel negozio di fronte». Oggi quella lavanderia si è trasformata in un’azienda leader nella decontaminazione particellare e biodecontaminazione, nella realizzazione di Clean Room e ambienti sterilizzati per la produzione alimentare, farmaceutica, elettronica, aerospaziale. Quando ammira il cielo stellato conta i satelliti: molti sono suoi clienti.

«È un mercato che si sta sviluppando in modo pazzesco» spiega nel libro. «Lassù ci sono sempre più stazioni orbitanti, satelliti privati come quelli lanciati dai Big Tech americani ed europei. Gli ambienti devono essere decontaminati e sterilizzati e noi siamo pronti a soddisfare le loro esigenze. Ci sono aziende che hanno creato minisatelliti e vettori per far arrivare materiali a queste stazioni: sono i corrieri dello spazio. Inoltre l’orbita è piena di detriti, anche lì c’è necessità di fare pulizia; vengono costruiti mini-satelliti chiamati spazzini dello spazio. Tutti hanno bisogno di noi».

Donne in orbita anche solo metaforica. Come Nicoletta Spagnoli, che voleva essere un chimico (da universitaria isolò un «diene» chiamato in suo onore Nicolene) ma a 31 anni si ritrovò, dopo un lutto, sulla tolda della griffe della moda. O come Rosi Sgaravatti che imparò a passeggiare a piedi nudi su un prato nel giardino dello zio: lo stadio di San Siro del quale era il custode. E dopo mezzo secolo di vittorie, sconfitte e drammi dirige dal quartiere generale in Sardegna il gruppo che realizza giardini da sogno dalla Costa Smeralda all’Ucraina in guerra, dall’Azerbaigian agli Emirati. «Il verde non è solo business ma lo specchio dell’anima. Il giardino è un racconto che deve avere un inizio e una fine. Per i popoli del deserto il miraggio era l’oasi, non capisco perché gli arabi di Dubai abbiano creato oasi di cemento».

Filosofia e battaglie private, soprattutto capacità di asciugare le lacrime e andare avanti quando ci si ritrova sole con un’azienda sulle spalle. Sgaravatti e non soltanto, troppe volte le donne con una marcia in più hanno faticato a innestarla per via del pregiudizio maschile. «Era forte e in qualche misura lo è ancora. Mi sentivo dire: “Non ha senso cambiare, abbiamo sempre fatto così”. Mi consideravano un soprammobile uscito da qualche nicchia. Ci sono voluti 10 anni ma ce l’ho fatta. Ho pagato i debiti, ho rivoluzionato la produzione, le vendite, il marketing, tutto. E ho continuato a inventare giardini, vivai, terrazze in Italia e all’estero».

Patrocinato dal Politecnico di Milano, il libro non mette solo in fila le storie, ma le offre a disposizione. È una mappa che indica la strada alle nuove generazioni, è un decalogo per chi esce smarrito dall’era pandemica e vuole ritrovare i codici imprenditoriali. Come spiega Tiziana Terenzi, titolare con il fratello Paolo di un brand di profumi leader nel mondo, «Chi scende in campo deve far valere la legge delle quattro P: Passione, Perseveranza, Positività, Pazzia. La passione è il motore, devi averlo dentro di te. La perseveranza perché non devi mai mollare la presa, se non ci credi tu non convincerai mai gli altri. La positività perché la vita è uno stato mentale. La pazzia è il tocco divino: se vuoi inventare qualcosa che non c’è o sei più furbo o sei più folle». Aggiunge Daniela Villa, numero uno nei cosmetici naturali: «Quando fai ciò che ami non ti stanchi. Lo consideri un privilegio, non una fatica».

Donne come Lisistrata, spesso sole contro tutti. Come Marie Curie, che un giorno accompagnò il coniuge a ricevere il premio Nobel. E a chi le domandava cosa provasse a vivere accanto a un genio rispose: «Chiedete a mio marito». Soprattutto donne italiane, con il Dna arricchito da lunghe gavette in piccole imprese di famiglia, tessuto economico portante del nostro Paese. Capaci di aggiungere all’idea vincente, allo spirito di squadra e alla fantasia nel risolvere i problemi anche la capacità di rialzarsi dopo le sconfitte. Caratteristica fondamentale per rimanere dentro il mercato globale in perenne tempesta e provare a governarlo. Sottolinea Alberto Bombassei, presidente di Brembo, nella prefazione: «Ho il setto nasale deviato a forza di prendere porte in faccia. Ma ammetto che le imprenditrici italiane sono più italiane degli uomini».

A questo punto rimane in piedi il quesito relativo al titolo. Ma la «marcia in più» è qualcosa di ereditario, dipende da acqua e aria come il caffè di Napoli o si ottiene da bambini scrivendo a Babbo Natale? Milena Baroni risponde per tutte: «Non l’abbiamo di default, siamo costrette a inventarla e innestarla. Prima per essere accettate, poi per vincere la corsa».

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