"L’abbraccio di Kiev. Lettera a una bambina rinata", un libro pieno d'amore
"L’abbraccio di Kiev. Lettera a una bambina rinata", un libro pieno d'amore
Cultura

"L’abbraccio di Kiev. Lettera a una bambina rinata", un libro pieno d'amore

La storia di Mariangela Rossi, giornalista, che la vita anni fa porta in Ucraina tra un'adozione e la guerra di oggi

Al di là della, forse, furbesca tempistica di Istant book, L’abbraccio di Kiev. Lettera a una bambina rinata di Mariangela Rossi ( i Solferini edizione, 115 pg, 11,90 euro) è un libro scritto con il cuore in mano, in grado di toccare diverse corde, tra tutte quella della resurrezione, ovvero della possibilità di rinascere e di migliorarsi attraverso l’apertura all’altro.

La storia è autobiografica: Mariangela Rossi è una giornalista curiosa, una narratrice di luoghi e di persone, una donna generosa. Lei e il marito Michele non hanno figli e dopo lunghe, anzi lunghissime riflessioni, decidono di adottarne uno, cominciando così una trafila di tappe burocratiche, di incontri con persone tra le più diverse, di scambi con genitori nella medesima situazione, di lunghi momenti di profonda introspezione. E di sfinenti momenti di attesa sospesa. Siamo nel 2012, è inverno, Mariangela e suo marito sono in Ucraina per l’adozione, nella regione di Luhansk, nel Donbass: visitano musei, frequentano caffè e ristoranti di «questo Paese bellissimo e difficile, per tanti versi europeo, ma con il sapore di un altrove».

Il libro racconta tutto questo, descrive luoghi e atmosfere, a tratti quasi come un reportage di viaggi, ma soprattutto narra del primo incontro tra una bambina di 9 anni Anastasia con i suoi nuovi genitori che di quel ruolo non conoscono ancora le gioie e le difficoltà.

«Siamo rimasti circa tre mesi in Ucraina, quasi uno a Kiev e due a Severodonetsk. Nel mio libro, ho adottato vari piani di narrazione che attraversano gli anni, da ieri a oggi, fino all’attuale guerra che ovviamente fa da sfondo, ma solo per qualche riflessione» racconta l’autrice. «C’è la storia umana di maternità adottiva, c’è il senso di accoglienza, quando l’estraniamento di chi arriva da lontano diventa adattamento e integrazione. E c’è anche un piano di lettura molto forte legato al viaggio che scandisce da sempre la mia vita, da giornalista soprattutto di viaggi, sia in senso metaforico (il loro quello dei rifugiati di guerra, oggi) che fisico (il nostro, dieci anni fa e quello di Anastasia, verso una nuova vita). E poi ci sono altri temi: quello dell’incontro, tutto il libro ruota intorno agli incontri, il tema del coraggio, in particolare del coraggio al femminile, della forza, della sfida, della capacità di oltrepassare i confini e di scavalcare le montagne».

Su tutto, si impone un pretesto letterario: l’arrivo in Italia, a Bergamo, di Elèna, l’interprete «angelo della Provvidenza» che li aveva seguiti allora e che oggi è fuggita dalla sua città in fiamme, insieme alla famiglia, tranne il figlio maschio, rimasto lì a difendere la sua patria.

E Anastasia? E’ ormai una donna, una splendida ragazza di 19 anni che ad un certo punto nel libro dice: «Mamma, pensa se fossi rimasta nel Donbass avrei anche io impugnato il fucile».

(Parte dei diritti d’autrice ricavati dal libro andranno all’associazione Hope onlus che sostiene progetti umanitari per bambini e comunità).

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