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Creme solari, non basta dire "protezione"

Spesso usiamo filtri sbagliati e scegliamo prodotti senza conoscerli. I consigli dell'esperto per salvare pelle ed abbronzatura

Una volta al sole, ci spalmiamo addosso creme solari di tutti i tipi. Protezioni scelte a caso, in base a quello che pensiamo sia il nostro fototipo, a quanto vogliamo abbronzarci o restare appena dorati. Ma dei prodotti che usiamo sappiamo solo ciò che il marketing vuole farci sapere, ovvero poco, e non sempre quel qualcosa è utile per aiutarci a scegliere in maniera corretta.

«Si usano prodotti consigliati dall’amica, dal profumiere, dall’estetista, spesso si sovrappongono tanti trattamenti che, assieme, creano l’eccesso: la cura della cute inizia dalle creme usate con razionalità e giusti tempi, oltre che dalla buona qualità dei prodotti» avverte Pier Antonio Bacci, professore di Flebologia e chirurgia estetica all’Università di Siena e coordinatore in Toscana della Simcri, Società italiana di medicina e chirurgia rigenerativa polispecialistica.

Insomma, spalmarsi una crema quando ci si espone ai raggi solari è solo in apparenza un gesto semplice. Come si sceglie, per esempio, il fattore di protezione? L’Spf (sun protection factor) indica la quantità di radiazioni «fermate» dal filtro. Viene espresso con un valore numerico determinato da test in vivo e in vitro, in accordo con la raccomandazione della Commissione europea secondo l’International sun protection factor test method 2006, in cui si tiene conto della lunghezza d’onda della luce solare e della Med, la quantità di energia necessaria ad arrossare la pelle. «In pratica» spiega Guido Capparè, ricercatore e specialista in dermatologia estetica presso AA CLINIC a Ourense (Spagna) «si irraggia con Uvb a una determinata lunghezza d’onda una porzione di pelle non trattata e un’altra su cui è applicato il prodotto da testare (2 mg per cm quadrato). Infine, viene chiesto un test in vitro per dimostrare che la protezione sia almeno 1/3 dell’Spf totale». Ma nel corso della giornata la quantità di raggi solari che colpisce la pelle è diversa. «L’Unione europea ha suddiviso le creme solari in quattro categorie» dice Annalisa Pizzetti, specialista in dermatologia e medicina estetica a Roma. «Bassa protezione, da 6 a 10; media, da 15 a 25; alta, da 30 a 50; e molto alta, 50+».

Ogni pelle, poi, vuole la sua crema. Il fototipo 1, carnagione bianchissima, occhi chiari, capelli rossi avrà bisogno dell’Spf 50, così come il fototipo 2, pelle chiara, occhi verdi o azzurri. Il fototipo 3, pelle chiara, occhi e capelli castani capelli, inizierà con fattore 50 per poi scalare a 30. Il fototipo 4, con pelle olivastra, occhi scuri, capelli bruni, partirà con un 30 a scendere. Infine, a chi ha pelle scura, occhi e capelli neri, ossia i fototipo 5 e 6, potrà bastare una crema con fattore protezione 10-15.

E poi, crema, gel, latte, spray? Gli spray si applicano in modo più uniforme, quindi è minore il rischio di lasciare porzioni di pelle non protette, «ma alcuni filtri non sono utilizzabili in questa forma» chiarisce Capparè. «Le creme, anche spray, hanno una struttura con una parte lipidica che, se ben studiata, contribuisce a idratare la pelle. Da valutare anche l’uso ingredienti lenitivi che, rallentando la formazione di eritema, aumentano l’Spf finale del prodotto».

Qualsiasi sia il prodotto scelto, va poi distribuito in maniera uniforme sull’intero corpo. «La quantità dovrebbe essere 6 cucchiaini da caffè» spiega Pizzetti «andrebbe applicata ogni 2-3 ore, e dopo ogni bagno». Beatrice Mautino, divulgatrice esperta in biotecnologie, nel saggio Il trucco c’è e si vede, racconta che in generale applichiano da metà a un quarto delle dose necessaria per avere l’effetto indicato dall’Spf. E questo si traduce in una riduzione drastica della protezione. «Se mettiamo la metà della dose consigliata della crema protezione 30, non otteniamo una protezione pari alla metà, ossia 15, ma pari alla radice quadrata di 30, cioè circa 5».

Chi assicura, infine, la qualità dei prodotti in vendita? «In Europa» dichiara l’europarlamentare Giovanni La Via, già presidente della Commissione ambiente, salute pubblica e sicurezza alimentare «i prodotti per la protezione solare sono disciplinati dal Regolamento europeo sui cosmetici, che fissa alti standard di sicurezza a tutela dei consumatori. Nel 2008 poi sono state introdotte norme specifiche in tema di etichettatura, basate su pareri e studi scientifici, per dare informazioni chiare e consentire di scegliere senza messaggi ingannevoli».

Tra gli ingredienti delle creme ci sono, per esempio, biossido di titanio e ossido di zinco, che riflettono la luce solare rimanendo inalterati: ottimi dal punto di vista della fotostabilità e della tossicologia, e approvati sia dalle autorità europee sia da quelle americane. Altri componenti sono i benzofenoni, autorizzati ma limitati nelle concentrazioni perché possono essere irritanti nei soggetti predisposti. Infine i parabeni, che sono conservanti, però non a base di petrolio. Oggi molti prodotti cosmetici, comprese le creme solari, non ne fanno uso. «La loro cattiva fama» chiarisce Capparè «è dovuta a un vecchio studio, superato da quelli successivi che hanno dimostrato la non correlazione tra l’uso di parabeni e l’insorgenza di tumori».

Nei giorni scorsi, la Fda americana h verificato, con un test su 24 volontari, che alcune sostante contenute nelle creme solari vengono assorbite dal corpo in concentrazioni superiori al previsto. E questo che vuol dire? Per ora niente, dicono gli esperti, non significa che sia un problema, però le aziende produttrici dovranno mettere a punto altri test sulla sicurezza dei filtri.

Acquistato il prodotto giusto per la propria pelle, la cosa sbagliata è abbuffarsi di sole i primi giorni e nelle ore centrali, tra le 12 e le 16, per abbronzarsi in fretta. «La scelta migliore è esporsi in maniera graduale: il primo giorno un’ora, il secondo due, poi man mano si aumenta» spiega Pizzetti. «Si inizia con un fattore di protezione alto in relazione al proprio fototipo e poi, raggiunta una buona abbronzatura, si può optare per uno più basso. Resta il fatto che fototipi 1 o 2 non si scuriranno mai. Dal 3 in poi, una volta abbronzati, si può optare per un fattore molto basso, per evitare danni ossidativi che provocano invecchiamento».

Ci sono poi integratori che predispongono la pelle ai raggi UV. «Assunti due mesi prima di esporsi, contrastano il danno ossidativo e stimolano la produzione di melanina, migliorando la durata dell’abbronzatura. Possono essere utili integratori a base di omega 3 e 6, e vitamine antiossidanti. Ma non possono sostituire la protezione con Spf» conclude Capparè.
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Andrea Soglio