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Henry Ruggeri, una bugia per i Ramones e una vita di scatti sotto il palco

Henry Ruggeri, una bugia per i Ramones e una vita di scatti sotto il palco

Da Skin a Springsteen, da Gene Simmons a James Hetfield,: così ha immortalato i le rockstar senza perdere l’emozione del primo giorno.

Henry Ruggeri racconta di essere diventato fotografo per riuscire a incontrare i Ramones. E, a giudicare da come è iniziata la sua carriera, non sembra nemmeno una battuta. Maggio 1989, Velvet di Rimini: si presenta all’ingresso del locale con due borse fotografiche vuote prese in prestito dal fotografo del suo paese e racconta di dover realizzare un servizio per una rivista inesistente. Nessuno può verificare: Internet non esiste ancora. Funziona. Lui entra, e, pochi minuti dopo, si ritrova faccia a faccia con il leggendario Joey Ramone. «Avevo già realizzato il sogno della mia vita».

Ascoltandolo parlare, colpisce soprattutto una cosa: il disincanto non è mai arrivato. «A molti sembra facile realizzare una foto sotto palco, ma non è così» racconta. «Il romanticismo del rock, visto dal pit dei fotografi, lascia rapidamente spazio a una disciplina quasi atletica: tempi ridottissimi, al massimo le prime tre canzoni, luci imprevedibili, artisti in continuo movimento.

Henry Ruggeri, una bugia per i Ramones e una vita di scatti sotto il palco
Henry Ruggeri, una bugia per i Ramones e una vita di scatti sotto il palco
Henry Ruggeri, una bugia per i Ramones e una vita di scatti sotto il palco
Henry Ruggeri, una bugia per i Ramones e una vita di scatti sotto il palco
Henry Ruggeri, una bugia per i Ramones e una vita di scatti sotto il palco
Henry Ruggeri, una bugia per i Ramones e una vita di scatti sotto il palco

Foto HENRY RUGGERI

Da allora non si è più allontanato dal bordo di un palco. Quella che all’inizio era poco più di una bugia raccontata per passione è diventata, negli anni, una delle traiettorie più autorevoli della fotografia musicale italiana. Chilometri macinati dietro ai tour, club di provincia, backstage, festival internazionali: Ruggeri si è costruito così, inseguendo il rock da una transenna all’altra.

Per Ruggeri la fotografia live è soprattutto una forma di istinto preparato. «In studio concepisci la foto e te la costruisci. Dal vivo devi intuire il momento, prevedere il movimento dell’artista, capire la luce. Studio gli artisti prima dei concerti guardando i video su YouTube: cerco di capire come si muovono, quali espressioni fanno, in che momento alzano il microfono o si girano verso la luce». Perché sotto palco, spiega, non esiste improvvisazione assoluta: «Devi essere pronto un attimo prima che succeda qualcosa».

Nel corso degli anni Ruggeri ha fotografato praticamente tutto ciò che conta nella geografia del rock internazionale. Con David Gilmour, per esempio, vive uno degli episodi più surreali della sua carriera. È a Verona per un’intervista insieme alla giornalista di una radio. Le indicazioni dell’ufficio stampa sono rigidissime: niente autografi, niente fotografie da fan. Alla fine dell’incontro, però, la situazione si ribalta completamente. «La moglie di Gilmour, Polly Samson, scrittrice e fotografa, mi guarda e mi dice: ‘Tu sei un fotografo, perché non fai una foto con mio marito?’». È lei stessa a prendere la macchina fotografica e a scattargli alcune immagini insieme all’ex Pink Floyd. «Lì non ero più solo fotografo. Ero un fan che stava vivendo qualcosa di irripetibile».

Anche con i Kiss gli aneddoti si moltiplicano. Una volta, Gene Simmons, iconica figura vampiresca della band, lo afferra scherzosamente per il collo dopo che Ruggeri, invece di salutare lui, corre a conoscere Ross Halfin, leggendario fotografo rock e suo idolo assoluto. «Gene mi fa: «Sei sicuro che vuoi conoscere lui invece che me?».

Poi ci sono gli Iron Maiden, seguiti in tour in Inghilterra grazie al fan club italiano della band. «Ogni sera potevamo fotografare il concerto e intervistare un membro del gruppo». A un certo punto vede il fondatore del gruppo, Steve Harris, che accompagna il figlio e i suoi compagni di scuola nel retropalco spiegando loro il funzionamento meccanico di Eddie, la gigantesca e mostruosa “mascotte” del gruppo che si agita in scena.

Con Skin degli Skunk Anansie, invece, il rapporto si sviluppa nel tempo fino ai social network. Dopo aver condiviso alcune sue fotografie, la cantante gli scrive in privato: “Bitch! La prossima volta che sei sotto palco e non vieni a salutarmi ti ammazzo”. E proprio a Skin Ruggeri lega uno degli scatti più importanti della sua carriera: una fotografia del 1999 realizzata ancora in pellicola attraverso una tecnica complessa. «Facevo una flashata e poi lasciavo il tempo lungo alla macchina fotografica. Il flash immobilizzava il volto della cantante per una frazione di secondo, mentre il resto dell’immagine si dissolveva in una scia vibrante e quasi astratta. Ancora oggi Skin considera quell’immagine una delle sue preferite. Ne ha una copia a casa sua».

L’idea della fotografia come esperienza immersiva e narrativa ritorna anche in Pictures of You, la mostra (a Pieve di Cento, Bologna, fino al 26 luglio) con cui ha trasformato il proprio archivio in un racconto visivo della grande musica internazionale.
Ruggeri continua a vivere tutto questo con la cautela di chi non vuole mai oltrepassare il confine tra fan e professionista. «Mi sono ritrovato nei camerini seduto accanto a James Hetfield dei Metallica con il cappello da cowboy e il whisky in mano. Ma non potevo chiedergli una foto, un autografo, niente. In quei momenti devi ricordarti che sei lì per lavorare».
E lavorare sotto un palco significa spesso adeguarsi agli imprevisti… «Marilyn Manson, ad esempio, si fa immortalare solo nel primo minuto di concerto, ma in quel minuto lui è un ombra nascosta dentro la coltre di un fumogeno…».
Altre volte è l’organizzazione stessa a cambiare le regole all’ultimo secondo. Succede con i Killers a Villafranca di Verona. «Ero già sotto palco pronto quando, un minuto prima dell’inizio, arriva il manager e mi dice che non potevo più stare lì». Nuovo ordine: fotografare dal pubblico. «Peccato che il concerto fosse sold out e che tutta l’attrezzatura fosse pensata per il pit. In questi casi capisci quanto questo lavoro sia anche adattarsi all’ultimo secondo». Da non dimenticare poi le avversità del meteo: durante un concerto dei Green Day a Trieste una massa d’acqua accumulata sul tetto del palco dopo un temporale gli precipita addosso all’improvviso. «Come un’intera piscina sulla mia testa: una delle macchine l’ho buttata».

Ma, forse, una delle immagini che meglio raccontano il suo modo di vivere questo mestiere arriva da San Siro, durante un concerto di Bruce Springsteen. Ruggeri ottiene un permesso speciale per salire nella passerella sotto il tetto dello stadio, quella utilizzata dagli elettricisti per cambiare le luci dei fari. Da lassù fotografa Springsteen e il pubblico dall’alto, letteralmente sospeso sopra decine di migliaia di persone. «Sembrava di stare sopra un mare» dice entusiasta, con lo stesso piglio del ragazzo che nel 1989 entrò al Velvet di Rimini con due borse vuote e una bugia pur di vedere da vicino i Ramones. E probabilmente è proprio questo il segreto delle sue fotografie: dentro ogni scatto c’è ancora lo sguardo incantato di un fan.

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