Woody Allen
Wallace Shawn ed Elena Anaya nel film "Rifkin's Festival" (Vision Distribution)
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Rifkin's Festival, Woody Allen solo al cinema con un'ode al cinema (flebile) - Recensione

Con una nuova incursione in Europa, a San Sebastián, il regista newyorchese ci consegna una commedia sentimentale spuntata, con poche idee ma con spruzzi di consueta ironia e, soprattutto, golosi riferimenti per cinefili

Tornare al cinema è già una gioia grandissima. Farlo poi con Woody Allen, il cui film Rifkin's Festival sceglie fieramente di uscire solo al cinema (con Vision Distribution dal 6 maggio), nessuna piattaforma digitale, ha un sapore ancora più appagante per il cinefilo rimasto senza sala per ben sei mesi, causa pandemia. E, diciamocelo, poco importa se Rifkin's Festival è un'ennesima declinazione sull'amore di Woody, screziata di acume e golosi riferimenti sul cinema d'autore europeo, ma un po' fine a se stessa. Un divertissement, che è anche dichiarazione d'amore al cinema d'altri tempi, simpatico ma flebile.

Riferimenti cinefili dentro a un festival del cinema

Tutto parla di cinema nella commedia sentimentale Rifkin's Festival. L'ambientazione? Il Festival del cinema di San Sebastián, in Spagna. Il lavoro dei protagonisti? Gina Gershon, in splendente forma a 58 anni, interpreta la brillante addetta stampa del regista del momento, un Louis Garrel rigurgitante di idee banali riferite come se fossero illuminanti. Il marito di lei è il classico alter ego di Woody Allen: Wallace Shawn, bassino e un po' ricurvo, è Mort Rifkin, un intellettuale ebreo che dispensa sarcasmo, tanto da essere soprannominato «Il Grinch», ex professore e fanatico di cinema, ma vero cinema, non quello di oggi, come dice lui, bensì quello europeo di Fellini, Godard, Truffaut, Bergman, Buñuel… E, ovviamente, come degno riflesso di Woody, è in cura da uno psicanalista.

«I festival del cinema non sono più quelli di una volta», esordisce il buon burbero Rifkin. E poi: «Ah, Fellini, mi identificavo con i suoi film». Quando la moglie decanta il nuovo film del suo protetto, film con cui egli tenterà di riconciliare arabi ed ebrei, Mort Rifkin sbotta amabilmente: «Mi fa piacere che si dedichi alla fantascienza».

Gina Gershon e Louis Garrel nel film "Rifkin's Festival" (Foto: Vision Distribution)

Mort cade in continue elucubrazioni mentali e tra queste, a mo' di sogni in bianco e nero, sbucano riferimenti cinematografici che faranno sorridere i cinefili che li riconosceranno e lasceranno disorientato chi non ha nel bagaglio i grandi classici. Ecco l'iconico Jules e Jim di François Truffaut, ma con Shawn, Gershon e Garrel in bicicletta. E poi Mort Rifkin, che desidera scrivere un libro che cambi il corso della letteratura, perso invece tra le sue inadeguatezze si ritrova in una rivisitazione di di Federico Fellini. Doris (Tammy Blanchard), la moglie del fratello (Steve Guttenberg), è la donna a cui in passato Mort anelava… voilà, il trio è protagonista di una versione alla Allen de Il posto delle fragole di Ingmar Bergman.

L'incursione più divertente nel cinema che fu? Quella che richiama Il settimo sigillo, sempre di Bergman, con Christoph Waltz esilarante nei panni della Morte che, allontanandosi dalla scacchiera, dà a Rifkin qualche consiglio per rimandare il reciproco incontro: «Il trucco è mangiare frutta e verdura e dimenticare i grassi saturi».

E finisce qui lo spoiler: agli spettatori curiosi la sfida di cogliere le altre citazioni!

Rifkin's Festival doveva uscire al cinema nel novembre 2020 ma, con le sale italiane chiuse causa Covid, ha pazientemente aspettato che riaprissero.

Una commedia agrodolce dall'ispirazione spuntata

Più To Rome with Love (2012) che Midnight in Paris (2011). Quando Woody abbandona la sua amata New York, set preferito dei suoi film, nelle escursioni in Europa a volte trova l'ispirazione giusta (tipo in Midnight in Paris), a volte no (vedasi To Rome with Love). Ora è a metà tra Parigi e Roma, più verso Roma. Una campagna turistica di San Sebastián, con poche idee ma con qualche adorabile guizzo cinefilo. E la diafana fotografia del nostro Vittorio Storaro.

La trama di Rifkin's Festival è scarna e neanche la divagazione spagnola sulla bella dottoressa interpretata da Elena Anaya (la protagonista femminile de La pelle che abito di Almodóvar) dà peso.
Mentre il suo matrimonio imbolsito vacilla, Mort Rifkin esamina le volte tortuose e spesso rinsecchite dell'amore, tra ironia e amarezze, di certo non senza verità. Ma è poca la sostanza che rimane in mano.

La parte migliore di Rifkin's Festival deve senz'altro ricercarsi nell'amore che pulsa, forte, sì, ma l'amore è quello per il cinema. Se ci si concentra sulle citazioni cinematografiche, se ci si fa portare dalla nostalgia dell'Allen migliore, e anche dei tempi migliori, allora sì che emerge un sapore agrodolce, piacevole. Che quasi si fissa addosso. Poco succoso, ma abbastanza dolce da ricordare il bello che fu.

Vittorio Storaro e Woody Allen sul set del film "Rifkin's Festival" (Foto: Vision Distribution)

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Simona Santoni

Giornalista marchigiana, da oltre un decennio a Milano, dal 2005 collaboro per Panorama.it, oltre che per altri siti di testate Mondadori. Appassionata di cinema, il mio ordine del giorno sono recensioni, trailer, anteprime e festival cinematografici.

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