Paul Thomas Anderson Licorice Pizza
Il regista Paul Thomas Anderson (senza mascherina) sul set di Licorice Pizza (MGM Pictures)
Paul Thomas Anderson Licorice Pizza
Cinema

Paul Thomas Anderson: «Sul set non sono il regista ma uno psicologo»

Il regista racconta il suo nuovo film (candidato a tre Oscar) Licorice Pizza. Una storia d’amore nella Los Angeles anni Settanta in cui compaiono anche due mostri sacri come Sean Penn e Bradley Cooper. A Panorama svela alcuni retroscena: «Perché i protagonisti fossero naturali non abbiamo usato make up né, tantomeno, parrucchieri».

Vent’anni fa, nella scuola del mio quartiere a Los Angeles ci si preparava per il ballo degli studenti. E ho visto la scena di questo quindicenne che tentava in tutti i modi una ragazza molto più grande di lui per avere un appuntamento galante. Così ho pensato che sarebbe stata una fantastica premessa per un film. Solo che è rimasto a lungo in un cassetto». Paul Thomas Anderson, 51 anni, regista acclamato per film indimenticabili come Magnolia, Il petroliere, The Master e Il filo nascosto, rivela la genesi del suo nuovo Licorice Pizza, candidato a tre Oscar (miglior film, miglior regia e sceneggiatura) e in arrivo nei cinema il 17 marzo. La storia, ambientata negli anni Settanta nella San Fernando Valley, dove Anderson aveva già collocato quella di Boogie Nights, racconta dell’adolescente attore di sitcom Gary (Cooper Hoffman, figlio del compianto attore Philip Seymour) e del suo incontro con Alana (la musicista Alana Haim) il giorno in cui va a farsi fare la foto per l’annuario della scuola. Lui se ne innamora subito perdutamente. Lei, che ha almeno 10 anni in più, dapprima è divertita dall’insistenza del ragazzino per portarla fuori a cena, poi ne è un po’ scocciata, anche se i due finiscono per diventare amici. Alana, che è alla ricerca del proprio posto nel mondo, finisce per farsi trascinare nelle bizzarre avventure imprenditoriali del teenager. Tutto sullo sfondo di una Los Angeles descritta in maniera nostalgica tra sale giochi zeppe di flipper e strani incontri con celebrità dell’epoca come la star di Hollywood Jack Holden (Sean Penn) e il produttore Jon Peters (Bradley Cooper), fidanzato di Barbra Streisand. «L’idea su come sviluppare la storia» racconta Anderson «mi è venuta dall’incontro e dall’amicizia con Gary Goetzman (produttore di Mamma mia! e socio di Tom Hanks, ndr), che mi ha raccontato la sua esperienza di attore bambino, poi si è messo a commerciare materassi ad acqua e una volta è stato arrestato erroneamente per omicidio». A sentire il regista però l’elemento fondamentale, la scintilla che gli ha fatto credere di poter realizzare questa sua idea è stato l’incontro con Alana Haim, 30 anni, chitarrista e tastierista della band pop rock Haim (creata con le sorelle Danielle ed Este, che fanno un’apparizione anche nel film), per la quale Anderson ha girato diversi videoclip: «L’elemento più importante è il mio rapporto creativo con Alana, che risale a sei o sette anni fa. Per me lei è bella e feroce, una combinazione molto intrigante: ha un viso meraviglioso per un film perché può incarnare al tempo stesso la tua migliore amica, una dea, può assomigliare a quella di cui tutte le ragazze vogliono essere amiche e con cui tutti i ragazzi vogliono uscire. Lei è incredibilmente acuta, arguta, ha una lingua tagliente ed è assai divertente. Inoltre non ha paura di affrontare alcuna sfida».

E poi ha scelto Cooper Hoffman, figlio del suo grande amico Philip Seymour Hoffman, morto per droga nel 2014 e con cui ha lavorato in cinque film...

Lo conosco da quando era bambino, è una persona dal grande cuore e molto socievole, e scritturarlo è stata una grande idea perché il personaggio di Gary nella sceneggiatura era più antipatico, a tratti irritante, invece lui, col suo modo di interpretarlo, mi ha costretto a modificarlo un po’, anche a riscrivere certe battute. Io penso che la scrittura dei personaggi debba avvicinarsi sempre agli attori e non viceversa. Il film ha una patina di verità che riesce a ricreare le atmosfere degli anni Settanta.

Come ci è riuscito?

Credo che per raggiungere un buon grado di autenticità si debba lavorare sui personaggi: per questo abbiamo deciso di non utilizzare make up sugli attori: perché puoi anche usare tutte le vecchie pellicole che vuoi o gli obiettivi della macchina da presa che ricreano il look dei film di quell’epoca, ma se poi i tuoi interpreti sembrano appena usciti dal «trucco e parrucco» di oggi non risultano credibili. Soprattutto perché sono ragazzi.

Nella San Fernando Valley aveva già ambientato Boogie Nights. Com’è stato ricreare le atmosfere del passato trovando scorci ancora credibili per raccontare quell’epoca?

Mi sono ispirato a ritagli di giornali di quegli anni come il Los Angeles Times o l’L.A. Herald, alle vecchie foto trovate nei cassetti di casa mia e di Gary e un po’ ad American Graffiti, un film bellissimo. Ci sono stati casi in cui siamo stati fortunati: ci sono ancora alcuni angoli di Los Angeles che sembrano usciti dagli anni Settanta, come il Tail O’ The Cock, un vecchio ristorante abbandonato che abbiamo rimesso a nuovo. In altri casi abbiamo dovuto mettere insieme riprese di luoghi diversi, come per il palazzo dei flipper. La cosa più difficile è stata ricreare le pompe di benzina, che oggi sono totalmente diverse da allora.

Nel film ci sono alcune apparizioni di attori di successo, come quella di Bradley Cooper che interpreta in modo divertente Jon Peters, ex parrucchiere, fidanzato di Barbra Streisand.

L’ho lasciato piuttosto libero di creare la sua interpretazione di Peters. Tra l’altro non so se lo abbia mai conosciuto, visto che Bradley ha diretto il remake di È nata una stella, di cui Peters aveva i diritti. Quando lavori con un grande attore ti devi fidare, e al massimo dargli qualche indicazione.

A maggior ragione si sarà fidato di Sean Penn, che nel film interpreta Jack Holden, una star di Hollywood che ricorda William Holden…

Certo, Sean è uno dei più grandi attori della sua generazione e ho sempre voluto lavorare con lui da moltissimi anni, ma fino a oggi non era mai capitato. Lo consideravo la mia grande balena bianca. Siamo stati sul set insieme solo sei giorni, ma sono stati fantastici, figuratevi la mia gioia quando in una scena ho diretto Sean insieme a Tom Waits. È un sogno che non avrei mai pensato di realizzare.

Ma come si fa a dirigere attori così diversi, veterani e giovani al primo film?

Fare il regista significa ogni volta dare a un attore ciò di cui ha bisogno. E sono tutti diversi: c’è chi vuole essere guidato, chi vuole fare da solo, chi vuole fare le prove e chi le odia. Devi dirigerli, ma lavorare come uno psicologo e trovare la chiave giusta per ottenere la scena che hai in mente.

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