La vera forza di Squid Game non è la violenza
La vera forza di Squid Game non è la violenza
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La vera forza di Squid Game non è la violenza

Il teorico marxista Fredric Jameson diceva: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La serie più vista al mondo è proprio questo, una critica spietata al nostro mondo ossessionato dal denaro

È ufficialmente la serie più vista al mondo. A un mese esatto dal suo lancio su Netflix, Squid Game è stato visto dal 66% degli utenti della piattaforma (142 milioni di account). Non solo, il colosso dello streaming ha registrato 4,4 milioni di nuovi abbonati nell’ultimo periodo, chiudendo così il trimestre con un utile a 1,44 miliardi di dollari, pari a 3,19 dollari per azione (contro i 2,56 previsti).

Ma il successo di Squid Game va ben oltre i numeri. Con questo non vogliamo ignorare la crescita del 145% nelle vendite delle slip on bianche di Vans - ormai ribattezzate «squid shoes» - o l’impressionante numero di followers guadagnati dalla protagonista della serie Jung Ho-Yeon, ma è giusto riconoscere alla serie l’abilità di aver dato vita a un dibattito più ampio che va dalle chiacchiere al bar tra amici a vere e proprie dissertazioni universitarie.

L’Internazionale è arrivato persino a definire Squid Game - e altre serie televisive - un «oggetto geopolitico» perché capace di raccontare il mondo oggi e influenzare il «soft power» di una Nazione. Ma, come spesso accade, a ogni elogio corrisponde una critica. La professoressa Anna Oliverio Ferraris, intervistata dal Fatto Quotidiano ha commentato il numero crescente di report riguardo a bambini e adolescenti che scelgono di emulare i giochi della serie avanzando anche la proposta di un intervento da parte del Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza.

Non si tratta di un punto di vista isolato. Dal New York Post, passando per il Guardian e il Daily Mail, in questi giorni non si parla d’altro che della violenza in Squid Game. Secondo le testate, la serie televisiva potrebbe «promuovere il bullismo» a causa del suo contenuto. Sul NYP si legge: «La nostra generazione più giovane potrebbe non capire il contesto dello spettacolo e potrebbe iniziare a chiedersi: “Perché nessuno aiuta queste persone?” Questo potrebbe scuotere le fondamenta di ciò che viene loro insegnato a scuola, ovvero che ci aiutiamo a vicenda».

Sarebbe ridicolo stare qui a negare la violenza della serie. I giochi a cui partecipano liberamente - questo punto viene particolarmente enfatizzato durante gli episodi - i protagonisti sono brutali e nemmeno il vincitore può dirsi vittorioso. È più ricco certo, ma per sempre segnato dall’orribile esperienza, tanto da decidere per un anno di non toccare nemmeno un won del montepremi. Mashable ha brillantemente definito il telefilm «un incubo dai colori pastello», ma Squid Game non è la prima serie a utilizzare la violenza per i suoi scopi. Semplicemente lo fa meglio di altri.

Game of Thrones, con le sue decine di ambientazioni e storie che si muovo in parallelo nei Setti Regni e ben oltre Westeros, non ha mai rifuggito l’utilizzo di violenza. Squid Game è il suo opposto, e riesce a essere brillante nella sua semplicità. Ogni lezione è facile da capire, ogni evento è prevedibile, ma non per questo meno divertente da guardare.

Sbagliano tutti quei critici che riducono Squid Game alla sua violenza. Per il Financial Times, non c’è motivo di guardare una serie dalla premessa così semplice se non per le uccisioni e lo sfruttamento emotivo (l’autore consiglia invece la serie comica Ted Lasso per un commento sociale vero, e divertente), mentre nel «Taccuino del critico» del New York Times, Squid Game viene addirittura definita una serie «sanguinante che non mostra e non dice niente che non sai già» . Nell’articolo per avvalorare la sua tesi, Mike Hale arriva a sottolineare come l’uso di maschere e tute colorate sia un concetto già visto in The Handmaid’s Tale e La Casa de Papel.

«Quando guardi oltre l'ornamento e l'azione, una cosa che vedi è un melodramma assolutamente tradizionale e completamente prevedibile, di una banda di fratelli e sorelle. Il gruppo centrale di giocatori è uscito direttamente dal playbook dei film di guerra di Hollywood: il leader forte e silenzioso, l'estraneo lunatico, il delinquente violento, il vecchio gentile e il gentile ingenuo che funge da surrogato del pubblico» scrive Hale. È davvero così? Squid Game è solo «calorie vuote e sanguinose» in stile coreano?

Il Crimson di Harvard non ci sta. «Liquidare il gore (spargimento di sangue, ndr) come abbellimento gratuito è sbagliato nel migliore dei casi, e moralmente discutibile nel peggiore. La violenza è la forza sottostante che attiva e spinge avanti la tecnologia del gioco - e la logica brutale della società che rende questa idea assurda non solo una scelta praticabile, ma l'unica opzione rimasta».

In questo inseguirsi di opinioni, una cosa appare particolarmente affascinante, nessuno sembra essersi mai soffermato ad analizzare il nostro ruolo nel “gioco del calamaro". Si trovano ovunque critici ed entusiasti del lato più distopico della serie, così come sono innumerevoli le analisi sulla società coreana che ancora oggi fa i conti con gli anni passati sotto l’egemonia giapponese e dove l’iniquità sociale è all’ordine del giorno (La Corea del Sud «è un paese in cui chiedere un prestito è tanto facile quanto bere un caffè» scrive il Guardian) e che si trova ogni giorno «a lottare contro il lato oscuro della crescita».

Perché allora nessuno parla dei VIP? Questi personaggi dalle maschere scintillanti - ciascuna a forma della testa di un animale, tra cui l’ariete, la tigre e il cervo - vengono nominati più volte ma appaiono sui nostri schermi solo durante il quinto gioco. I VIP sono ospiti di Oh Il-nam, il creatore del gioco, e come lui sono milionari stanchi della routine alla ricerca di nuove forme di divertimento. Questi personaggi sembrano aver perso ogni briciolo di empatia e vedono gli altri esseri umani come semplici pedine di un gioco, non solo per le loro scommesse sui concorrenti ma per l’”utilizzo” delle donne come semplici complementi d’arredo.

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo» affermava il teorico politico marxista Fredric Jameson, e in Squid Game questa frase sembra tradursi sullo schermo. Ma c’è un dettaglio che manca per completare questo puzzle. I VIP sono gli unici personaggi a non parlare coreano, comunicano tra loro in inglese e da quel poco che possiamo vedere hanno fattezze occidentali. Possiamo anche andare oltre e dire che uno di loro - quello che finisce immortalato dallo smartphone del poliziotto Hwang Jun-ho - ricordi molto Harvey Weinstein e il suo tipico modus operandi.

Così come il premio Oscar Bong Joon-ho è abilmente riuscito con il suo Parasite a rendere appetibile a un pubblico globale una pellicola che apertamente critica il capitalismo imposto dall’Occidente, Squid Game mette la nostra società davanti a uno specchio. E forse è questo a far davvero male, più di qualsiasi sanguinoso gioco.

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