Dagli ultimi giorni di dicembre 2025, l’Iran è teatro di una delle crisi sociali e politiche più profonde dalla Rivoluzione del 1979. Una protesta iniziata «solo» per la crisi economica si è rapidamente trasformata, in molte città e province, in una sfida aperta alla leadership teocratica degli ayatollah. Proteste che si sono estese dal Grande Bazar della capitale a oltre cento centri urbani e rurali del paese, con decine di migliaia di persone in piazza contro la repressione, la disuguaglianza e la gestione del potere.
Una protesta divenuta rivolta
I moti di fine 2025 sono nati inizialmente come risposta all’impennata dell’inflazione e al crollo del valore del rial causato dalle pesanti sanzioni imposte al paese da Europa e Stati Uniti. Questo ha comportato gravi ripercussioni sulla vita quotidiana dei cittadini iraniani.
«I commercianti si sono ritrovati costretti a chiudere le serrande nel Gran Bazar di Teheran quando la moneta ha raggiunto 1,42 milioni di rial per un dollaro, il livello più basso di sempre», riporta Euronews.
Nel volgere di pochi giorni, la protesta si è estesa alle classi medie urbane, agli studenti e a sindacati storicamente vicini al regime, come quelli dei bazaristi e degli insegnanti, trasformandosi in richiesta di cambiamento più ampio e di efficienti riforme economiche sostenibili.
Le autorità iraniane hanno risposto con durezza: internet è stato quasi completamente oscurato, comunicazioni interne limitate e un uso massiccio della forza da parte dei Guardiani della rivoluzione. Secondo le prime stime internazionali e organizzazioni per i diritti umani, già nei primi giorni si contavano decine di morti e centinaia di feriti e arrestati.
Le parole della somma autorità iraniana
Una dichiarazione del leader supremo iraniano, Ali Khamenei, offre uno spaccato della retorica governativa: «I rivoltosi vanno rimessi al loro posto», ha scritto in un messaggio ufficiale in risposta alle proteste, distinguendo tra le proteste legittime da ascoltare e le rivolte violente da reprimere fomentate, a suo parere, dagli agenti occidentali infiltrati.
La brutalità della repressione e la narrativa ufficiale che dipinge le manifestazioni come «istigate dall’estero» non sono nuove nella storia del regime; tuttavia, il contesto globale e interno odierno ha reso il rischio di escalation più alto che in passato.
La storia insegna: l’oscura ombra dell’Operazione Ajax (1953)
Il colpo di stato del 1953 contro Mohammad Mossadeq è una ferita storica che ha segnato in profondità la psiche collettiva iraniana. Mossadeq, primo ministro democraticamente eletto e sostenitore della nazionalizzazione del petrolio iraniano, fu deposto dopo che Stati Uniti e Regno Unito decisero che la sua politica minacciava gli interessi occidentali nel controllo delle risorse energetiche, la tristemente nota operazione Ajax. Le forze della CIA e del MI6 britannico organizzarono e finanziarono proteste, corruzione di ufficiali e operazioni di disinformazione per indebolire il governo, destituirne il presidente e restaurare il potere dello Scià, Mohammad Reza Pahlavi. Quest’ultimo si trovava in esilio a Roma ed era un partner decisamente più favorevole agli interessi occidentali nella regione persiana.
Le conseguenze del suo ritorno furono profonde. L’autoritarismo dello Scià, gli arresti arbitrari e il dispiegamento della SAVAK (la personale polizia segreta del re), intensificarono e inasprirono il malcontento popolare a tal punto da aprire la strada alla Rivoluzione Islamica del 1979 che rovesciò la monarchia e instaurò la Repubblica islamica guidata dal clero. Quel trauma collettivo, una democrazia abortita da interventi esterni, è ancora oggi un argomento potentissimo nella narrazione politica iraniana e giustifica gran parte della diffidenza verso qualsiasi influenza occidentale diretta nei loro affari interni.
«Non intendo presentare alcun appello contro una condanna a morte e non accetterò nessun perdono, anche se lo Scià deciderà di accordarmelo. Il perdono è per i traditori e io sono invece la vittima di un intervento straniero.»
Dichiarazione di Mohammad Mossadeq durante il processo, 9 novembre 1953
E oggi? I timori di una nuova ingerenza
Nel clima di proteste del 2026, emergono già voci che invocano un ruolo più deciso da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati per sostenere i manifestanti. Alcuni esponenti politici statunitensi, incluso il presidente Donald Trump, hanno espresso solidarietà con «il coraggioso popolo iraniano», mentre l’Ue ha chiesto sanzioni contro le forze di sicurezza coinvolte nella repressione e ha emesso un bando per qualsiasi diplomatico o rappresentante politico iraniano.
Tuttavia, commentatori internazionali e osservatori politici mettono in guardia da analogie storiche pericolose. In un editoriale recente, Owen Jones per il The Guardian ha osservato: «I manifestanti iraniani hanno bisogno del nostro supporto — non di un altro disastro di intervento occidentale.»
L’autore ricorda tra le tragedie storiche la stessa Operazione Ajax, le guerre in Iraq e Afghanistan, e l’intervento in Libia, tutte esperienze che hanno generato instabilità endemica invece che democrazia sostenibile.
Perché l’intervento può essere deleterio
Il filo rosso che collega il 1953 agli eventi del 2026 è la consapevolezza che gli interventi esterni, anche se mossi da buoni propositi percepiti, spesso finiscono per danneggiare gli stessi obiettivi che intendono raggiungere: destabilizzazione, vuoto di potere, lotte intestine e un rafforzamento delle narrazioni di «sovranità minacciata».
Il fulgido esempio di Mossadeq mostra come un intervento volto a preservare interessi geopolitici abbia finito per alimentare risentimento nazionale, autoritarismo sostenuto e, infine, rivoluzione interna,con effetti tali da plasmare decenni di politica regionale nel Medio Oriente.
Che fare? Cautela e sostegno responsabile
Se l’Occidente vuole davvero sostenere la libertà e i diritti delle popolazioni iraniane, molti analisti concordano che la strada non possa essere una replica degli errori del passato: non un cambio di regime diretto, non interventi militari o azioni che possano essere interpretate come neocoloniali, ma un impegno diplomatico coerente, pressioni per la protezione dei diritti umani e ascolto delle stesse voci iraniane.
Perché nessuna trasformazione politica autentica e duratura può essere imposta dall’esterno senza rischiare di ripetere, tragicamente, la medesima tragedia che oggi molti in Iran ricordano con dolore e consapevolezza.
