Sanremo 2021
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Sanremo 2021
Televisione

«Che triste Sanremo nel mio Ariston vuoto»

Walter Vacchino, proprietario dell'Ariston di Sanremo, dal 1977 ha visto nascere tutti i Festival, ha conosciuto i conduttori, incrociato star e divi internazionali. «Le poltrone vuote? Un colpo al cuore»

Se c'è una persona che conosce tutti i segreti dell'Ariston, i suoni di ogni corridoio, le pieghe del sipario, l'aria che si respira sul palco, è Walter Vacchino, il proprietario del Teatro Ariston di Sanremo. Dal 1977 vive in prima linea il Festival – ma la sua famiglia è proprietaria dell'edificio da tre generazioni – ha conosciuto tutti i conduttori, incrociato star e divi internazionali, si è gustato la metamorfosi del teatro, da sala di una cittadina di provincia a icona mondiale. Lui c'era sempre, anche quando la pandemia ha rischiato di far saltare tutto, si è schierato con Amadeus e oggi racconta a Panorama.it che effetto gli fa vedere la sala vuota, malinconicamente senza pubblico, diventata l'emblema di Sanremo 2021.

Vacchino, le fa impressione la sala del suo Ariston vuota e senza pubblico?

«La prima inquadratura è stato un colpo al cuore. Ma dopo un attimo di smarrimento, ha avuto l'impressione che ogni poltrona si fosse rianimata».

Si spieghi.

«Le strutture di incontro, dalle chiese alla mosche fino ai teatri, assorbono l'energia di chi gli sta intorno e le popola. Quando è scattata la sigla dell'Eurovisione, si sono accesi i riflettori e Amadeus ha dato il via al Festival, le poltrone si sono rianimate».

Eppure, per molti è stata un'immagine triste e al tempo stesso emblematica.

«Emblematica sì, triste no. La camminata di Fiorello tra quelle poltrone è stato un darsi la mano e un generare osmosi. Poi è chiaro che per chi sta sul palco, la suggestione e la forza di un applauso sono vitali: il pubblico è parte fondante dello spettacolo».

È vero che le poltrone dell'Ariston le ha disegnate lei?

«Sono figlie mie: le ho pensate e disegnate, so che peso deve avere ogni poltrona, quante viti ci vogliono per togliere lo schienale e impilarlo in fretta. Sono un modello unico».

Amadeus ha fatto bene a battersi perché il pubblico fosse in sala, nonostante la contrarietà del ministro Franceschini?

«Certo. La richiesta era soprattutto una speranza che è stata vanificata dallo stato di fatto. La sua bravura è stato realizzare comunque lo spettacolo. Da ogni difficoltà si tira fuori un'opportunità. E senza la richiesta di Amadeus, non si sarebbe riacceso il faro sui teatro chiusi e congelati in un silenzio gelido da mesi. Loro stanno trascinano come una locomotiva tutto il comparto dello spettacolo: se Amadeus non avesse provocato lo scossone, la situazione sarebbe rimasta immobile. Invece si va, numeri permettendo, verso una graduale riapertura di cinema e teatri».

Dal '77 ad oggi, ha vissuto in prima fila la nascita e la realizzazione di tutti i Festival. Cos'è per lei Sanremo?

«Una grande fiction, un romanzo popolare basato su musica e canzoni, che va avanti da settant'anni e racconta a modo suo il paese. E poi c'è anche un po' di reality ante litteram. Antonio Ricci una volta mi fece notare che lui e Striscia furono i primi a realizzare seppur inconsapevolmente il reality con gli agguati nelle stanze dei cantanti negli hotel. "Creavamo una diversità, c'era in qualcosa di nuovo e insolto", mi raccontò».

Qual è il segreto della longevità del Festival?

«La sua capacità di adattamento, di interpretare il presente ma con uno sguardo sempre rivolto al futuro. Lo sguardo di ogni artista in fondo è proprio questo».

Perché si dice sempre che il palco dell'Ariston è unico e anche i più grandi artisti, ultima poche sere fa Laura Pausini, si emozionano?

«Perché quel palco trasmette a chi lo calpesta il suo dna, la sua storia, i grandi dello spettacolo e della cultura che lo hanno vissuto. Respirano inconsapevolmente l'affabulazione del racconto, il sogno che si snoda».

Ogni tanto c'è chi dice: l'Ariston è piccolo, facciamo il Festival da un'altra parte. Lei come reagisce?

«Io faccio parte dei mattoni di questo teatro, ovviamente proverei un dispiacere. Una volta il Festival era al Casinò e poi venne da noi. In futuro tutto potrà accadere. Io però posso cercare di far sì che chi viene all'Ariston si trovi il meglio possibile e gli venga voglia di tornare».

Per questo investe per superare i limiti strutturali?

«La struttura ha recepito le necessità degli scenografi, di cui sono amico. Il teatro ha delle dimensioni immutabili e altro invece può cambiare: così abbiamo rafforzato il palco per i carichi pesanti del Festival e tecnologicamente è in continua evoluzione».

A proposito: la scena di quest'anno, realizzata da Maria Chiara e Gaetano Castelli, le piace?

«Mi entusiasma. La scena dorme, è silente, poi si accende e infiamma il teatro. Mi piace la creatività, mi piace il cambiamento».

Non le piace per niente invece il vuoto intorno all'Ariston: la festa popolare fuori dal teatro, non c'è più.

«Lo scorso anno a marzo uscivo con la mia bassotta Elsa, a mezzanotte, a Sanremo c'eravamo sono noi, in sottofondo la voce dei gabbiani: in quel periodo non ho mai voluto spegnere né le luci disegnate da Marco Lodola, né l'insegna. La mia è stata una presa di posizione: la voce del teatro, benché solo attraverso la luce c'era, c'era una trincea. Si figuri che tristezza mi fa vedere che la festa non c'è più. Mi fa rabbia tutto, anche l'incertezza generale».

Lei ha conosciuto tutti i conduttori degli ultimi quarant'anni. Di Amadeus che idea si è fatto?

«Di una persona perbene. Mi ha colpito una cosa: l'Ariston lo ha svelato in una luce diversa da come lo vediamo abitualmente. Che sia un serio professionista e mai improvvisato lo sapevamo. A Sanremo però ha tirato fuori un lato esplosivo, una voglia di ridere e improvvisare diversa, più consapevole».

I Festival che le sono rimasti più impressi nella mente?

«L'arrivo di Fabio Fazio ha cambiato tutto, ha aperto il Festival a personaggi di caratura clamorosa: penso a Dulbecco, a Gorbaciov, persone che incidono nella nostra vita e si sono messi in gioco. Ecco, quando ho visto Gorbaciov sul palco dell'Ariston mi sono impressionato: avevo di fronte a me un uomo che ha cambiato la storia».

Il suo sogno per la prossima edizione?

«Che si apra l'Ariston ai palchi dei grandi teatri italiani ed europei, dalla Scala all'Olympia di Parigi. Una volta c'erano i duetti che creavano una unione nella diversità, oggi basta un collegamento per imprimere un'apertura, aprire la testa e allargare i proprio orizzonti. Vorrei che quello di quest'anno fosse un Festival unico in tutti i sensi, un punto di partenza per aprire le finestre e far entrare aria pulita».

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