Il collegio
(Rai)
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Televisione

«Il Collegio» un flop di ascolti ma soprattutto educativo

La settima stagione è partita con un ascolto bassissimo mostrando i limiti di un programma che non può mai essere definito un esperimento educativo. Come spiega un'esperta

Il Collegio, La Caserma, Ti spedisco in convento oppure in fattoria, dov’è il sole e il richiamo della terra ad imprimere un ritmo alle giornate altrui. La minaccia di una reclusione coatta in quelle che Tiziana Boldrini, educatrice specializzata in problematiche adolescenziali e mental coach, chiama «agenzie educative» ha fatto irruzione nel palinsesto televisivo tempo addietro. Negli anni, si è parlato di «esperimenti sociali», di un tentativo generoso finalizzato a raddrizzare i ragazzi d’oggi, fornendo loro una parvenza di disciplina. E, quasi, ci si è cascati nell’inganno: non intrattenimento, ma cultura. Il Collegio, pioniere del genere, è parso buona televisione. Ma l’apparenza d’un attimo, con la settima edizione dello show, si è sgretolata, portando alla luce altro, lo stesso circo del Grande Fratello, una profonda crisi di identità, lo stile narcisistico di genitori incapaci di educare. Il Collegio è crollato, nella struttura narrativa e negli ascolti che, martedì sera, all’esordio della settima edizione, si sono fermati su RaiDue al 5,9%, contro l’8,5% dello scorso anno. La disciplina, che da sola sembrava essere diventata ragione sufficiente per il successo di tanti, troppi programmi, ha smesso di interessare, relegata come ogni altro genere televisivo nel novero del già-visto. Una fine, questa, che la Boldrini dice essere annunciata.

«Il Collegio, e con lui gli altri show di genere, non sono esperimenti sociali né potranno mai esserlo. Io credo che non esistano trasmissioni di questo tipo capaci di trasmettere messaggi educativi. Quelle sono le tavole di confronto, argomenti che per la televisione sono tanto noiosi da essere tirati fuori solo a notte fonda, in mancanza di altro. La televisione fa quello che deve fare, intrattenere, ma non si parli di esperimenti sociali. Sono buffonate», ha detto l’educatrice, individuando nei format modello Collegio una carenza pericolosa: quella di genitori che cercano in altri le regole per crescere i propri figli. «In particolar modo dal 2000 in avanti, si sono formate generazioni genitoriali decise a giocare sempre più sull’alleanza con i propri figli. Ed è lì, all’interno di un rapporto che si vuole paritario, amichevole, che nascono i neet, i ragazzi nullafacenti, quelli che faticano a stare all’interno della scuola, della società. Sull’essere amico, ci è scappata la mano», ha continuato la Boldrini, dipingendo un quadro desolante, dove l’alleanza genitore figlio è priva di qualsivoglia disciplina. «Ai ragazzi tutto questo non piace. Un contenitore al quale tornare, una traccia da seguire serve e i giovani ce lo confermano spostando sempre più in là il proprio metro». Un’evidenza, questa, tanto lampante da essere presente anche nei programmi televisivi, dove «Per riportare i ragazzi dentro uno schema si attua la punizione corporea, la minaccia, il richiamo ad un’autorità ormai passata. Siamo scappati dalle regole, perché come figli le abbiamo vissute come castranti, abbiamo fatto la rivoluzione e poi creato quantità di genitori incapaci di darle, delle regole, come se la regola in sé fosse qualcosa di brutto. Si passa perciò da un estremo all’altro: dall’assenza di regole alle punizioni, metodi ormai superati», ha continuato la Boldrini, che nell’intrattenimento televisivo ha notato un lento peggioramento.

«Un tempo, c’era Sos Tata, programma che quantomeno investiva direttamente i genitori di un compito educativo, forniva dritte. La sensazione è che oggi ci si trovi di fronte ad una generazione genitoriale che cerca di delegare a terzi l’educazione dei figli, il contenitore disciplina. Il tema, dunque, non riguarda i figli, ma una generazione educante ed educativa sulla quale ci sarebbe molto da dire. Tutto questo, il proliferare della disciplina in tv, con gli alti e bassi di ogni programma televisivo, racconta lo stile narcisistico del genitore, deciso a buttare il figlio allo sbaraglio facendogli fare un’esperienza che non lo rende più educato o più acculturato, ma potenzialmente più famoso e ricco. In definitiva, credo sia necessario definire delle regole e un ruolo, quello del genitore, che è asimmetrico da sempre, cosa che non esclude il dialogo con i figli, ma riconosce l’esistenza di una differenza che è necessaria all’agenzia educativa».

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