Enrico Papi: «Big Show è il mio varietà 3.0 fatto con la gente comune»
Ufficio Stampa Mediaset
Enrico Papi: «Big Show è il mio varietà 3.0 fatto con la gente comune»
Televisione

Enrico Papi: «Big Show è il mio varietà 3.0 fatto con la gente comune»

Da venerdì 8 aprile su Canale 5 il nuovo programma in cui tutti possono diventare protagonisti per una sera. «Sul palco, a loro insaputa, persone con un talento speciale o un sogno da realizzare», racconta a Panorama.it. Gigi D'Alessio e Alex Britti primi ospiti

L’orchestra, il corpo di ballo, gli ospiti ma anche a sketch, giochi, soprese e collegamenti in esterna. Tornano le luci del varietà su Canale 5 ma declinate in versione inedita e affidate a Enrico Papi, che venerdì 8 aprile debutta in prima serata con Big Show, format inglese di grande successo rivisto in versione italiana puntando su due elementi chiave: il coinvolgimento della gente comune (persone con un talento speciale o un sogno da realizzare) e l’effetto imprevedibilità. «Sul palco può davvero accadere di tutto, anche che una persona, grazie alla complicità di un amico, si ritrovi a duettare con il suo idolo di sempre», anticipa Papi a Panorama.it, raccontando il suo varietà 3.0 ma anche la voglia di sperimentare, il futuro tra Scherzi a parte e un nuovo preserale e quella volta a casa della Carrà a giocare a tresette.

Insomma, Papi: il varietà è morto, evviva il varietà.

«Il varietà non è morto: lo hanno ucciso ed è stato un errore»

Chi è stato il mandante?

«La lista è lunga. Ma sa, fare il varietà richiede investimenti, impegno, prove, idee. È più facile fare altri generi di programmi. Il varietà richiede preparazione, studio, un lavoro meticoloso. In Big Show, ad esempio, c’è una grande scrittura».

Che varietà è?

«Un varietà 3.0. Non c’è la star che entra in camerino, si trucca e sale sul palco. Gli ospiti sono al servizio delle storie: o sono la sorpresa vivente per uno dei protagonisti di puntata, oppure sono “vittime” di una sorpresa. Cominciamo con Gigi D’Alessio e Alex Britti».

Invece della solita parata di ospiti, i protagonisti sono le persone comuni. Come le coinvolge?

«Sono persone con un talento speciale o un sogno da realizzare. Arrivano in teatro grazie a dei complici, io li coinvolgo e li porto con un trabocchetto in un punto preciso: lì cade una parete – che è la chiave del format – e loro si ritrovano sul palco dove tutto può accadere. L’imprevisto è tutto in questo show».

Sul palco cosa accede?

«Grandi esibizioni, sorprese, incontri inaspettati, risate e lacrime. Abbiamo scelto con cura le storie, lo ho studiate nei dettagli: voglio che queste persone vivano la serata più bella della loro vita. Io sono al servizio dello show, non solo il conduttore sul piedistallo e questo mi permetterà di svelare il mio lato più umano e inedito. Mi metterò a nudo».

In che modo?

«Mostro alcuni aspetti del mio carattere che non sono mai venuti fuori in tv. Cercherò di non piangere ma è possibile che mi commuova. Un lato inedito, per me che vengo sempre percepito come un “cazzaro”».

Le sorprese coinvolgeranno anche i telespettatori a casa, con irruzioni improvvise delle telecamere mentre cenano con amici o mentre passeggiano. Questo ricorda un po’ Carramba che sorpresa.

«C’è anche un po’ di Carramba in Big Show, mi piaceva omaggiare lo spirito di quel programma, l’“effetto sorpresa” inventato dall’immensa Raffaella Carrà. Una volta, a Carramba, mi mandò a Castel Sant’Angelo e mi fece infilare in un’armatura per una sorpresa a una mia fan: quando passava, io dovevo tirare su la visiera. Alla poveretta per poco non le prese un colpo».

Con la Carrà lei ha fatto poi Sanremo, nel 2001.

«L’anno dopo le ospitate a Carramba mi chiamò per il Festival e fu un’emozione enorme. Per altro quel Sanremo andò benissimo in termini di ascolti e di canzoni, fu la critica ad ucciderlo».

Cosa le ha insegnato Raffaella?

«La preparazione meticolosa, non lasciare niente al caso ma al tempo stesso lasciare uno spiraglio aperto per gestire l’imprevisto. I ricordi più privati lascio che restino tali. Ma non scorderò mai quando mi chiese se sapessi giocare a tresette: io mentendo dissi di sì, lei mi invitò a un torneo a casa sua e quando iniziammo capì subito che avevo bluffato. Ero disposto a tutto per passare del tempo con Raffaella».

Quanto a imprevisti lavorativi: nel 2000 fece un cameo in Beautiful.

(ride) «Quando mi chiamarono pensai a uno scherzo. Fu un regalo incredibile. Dovevo interpretare un taxi driver nelle puntate girate a Venezia e ricordo un’ansia incredibile perché mia moglie aspettava la mia prima figlia e doveva partorire da un momento all’altro».

A proposito di scherzi: rifarà Scherzi a parte?

«Se tutto va come deve andare sì. E posso anticipare che ci saranno delle novità».

Da tempo si parla di un suo sbarco nel preserale di Canale 5. Avete già scelto il format?

«Ci stiamo lavorando. È ancora presto per parlarne, non c’è nulla di certo. So che voglio entrare nelle case delle persone con il programma giusto, per rispetto del pubblico».

Che gioco ha in mente?

«Trasversale, largo, interattivo. Non m’interessa fare l’impiegato del piccolo schermo, voglio esserci con un progetto in cui credo. Prima che conduttore sono un appassionato di tv: per questo guardo molti format, cerco programmi che piacciano al pubblico, faccio ipotesi. E cerco sempre di condurre format che posso adattare a me: da Sarabanda a Guess my age passando per Name that tune – dove ho scritto tutti i giochi - ho sempre fatto così».

E le dispiace lasciarli?

«Non mi pesa lasciarli o sapere che sono in mani ad altri. I format forti prescindono da chi li conduce ma è anche vero che non tutti posso fare tutto. Sta alle reti e ai broadcaster affidarli ai conduttori giusti. E non sempre accade».

Del reboot de La pupa e il secchione condotto da Barbara D’Urso, che per altro non sta brillando con gli ascolti, che ne pensa?

«Non ho avuto modo di guardare questa edizione. Quando me lo proposero era un momento particolare della mia carriera e accettai. Era un esperimento sociologico, un modo per unire mondi».

Lei ha cominciato come “Papi-razzo” ma il paradosso è che ha sempre protetto il suo privato dallo sguardo esterno. I suoi figli che dicono del suo lavoro?

«Mia figlia vive in America, non si occupa molto di ciò che faccio. Mio figlio guarda pochissima tv e vive la sua vita. Mia moglie ed io abbiamo fatto in modo che le loro vite fossero slegate dal mio lavoro e che loro facessero strada attraverso le loro qualità e non per il cognome. Vedo invece che oggi la gavetta è stata spesso sostituita dal dna».

Dopo più di trent’anni di carriera si considera arrivato?

(ride) «Ma si figuri. Questo è il mestiere che ho sognato e voluto con tutto me stesso, mantenendo l’umiltà che mi ha insegnato mio nonno contadino e vivendo in periferia. Ma dopo tanti anni cerco sempre le strade più difficili, mi piace sperimentare perché mi dà sensazione di rimanere immerso nella gavetta. E poi quelli che si sentono arrivati sono i peggiori: si atteggiano a chirurghi, manco dovessero salvare vite umane. Io resto uno della strada».

Il grande sogno da realizzare?

«Avere il coraggio di chiedere di più. Magari questo mi porterà a sperimentare generi nuovi».

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