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Televisione

Paolo Ruffini: "Così cambio La Pupa e il Secchione"

Intervista al conduttore del docu-reality di Italia 1, in onda da martedì 7 gennaio. Nella nuova edizione entrano in gioco anche i "viceversa", due pupi e due secchione

Dopo dieci anni in stand by, Italia 1 scongela uno dei format “storici” della rete, ovvero La pupa e il secchione che fa però un upgrade e diventa La Pupa e il Secchione e Viceversa. Il docu-reality prodotto da EndemolShine Italy cambia pelle – com’è giusto che sia, perché la tv di ieri è profondamente diversa da quella di oggi – e alla conduzione arriva Paolo Ruffini. I protagonisti sono sei improbabili secchioni che coordineranno lo studio di altrettante bizzarre pupe, le quali, a loro volta, sottoporranno i propri partner a duri allenamenti giornalieri e a un miglioramento del look. A loro si aggiungono poi due “pupi” e due secchione, chiamate a sovvertire cliché e luoghi comuni. “Sarà un’edizione punk”, annuncia a Panorama.it Ruffini, poche ore prima del debutto, previsto per martedì 7 gennaio. 

Domanda d’obbligo: eri un fan de La pupa e il secchione?

Mi piaceva molto. Lo trovavo divertente: era fatto bene e la scelta dei personaggi lo dimostra, tanto che alcuni sono entrati negli annali della tv.

Nel 2020, il format è ancora accusato di sfruttare il cliché della donna bella ma senza contenuti. È così?

Assolutamente no. Ciò che emerge e ribalta il cliché è che il sesso forte è la donna. Le pupe dettano le regole, i tempi, scelgono, agiscono, hanno piena contezza di chi sono e del proprio potere seduttivo. Mai come oggi la donna sceglie il filtro al proprio erotismo.

La pupa e il secchione da sempre è bollato con l’etichetta di trash.

Non lo è. Raccontiamo al massimo uno spaccato di realtà. Io lo trovo più punk che trash: è vero, ci sono dei personaggi estremi ma è uno show così sincero che non è volgare mai. La volgarità vera in tv oggi sono violenza e malafede.

Una certa ignoranza esibita non rischia di essere volgare?

Non c’è niente di esibito. E nelle vite delle “pupe” spesso c’è tanta fragilità, solitudine e molta dispersione scolastica. “Accarezziamo” l’incultura dei protagonsiti, non ridiamo delle persone ma delle loro gaffe. Oggi sarebbe stupito fare una trasmissione “bullizzante”.

Dieci anni dopo, come cambia La pupa e il secchione?

Non c’è studio e diventa un docu-reality game. È fatto quasi cinematograficamente, ha un’immagine più elegante ma resta la parte più divertente, con gli strafalcioni epici e il quiz “bagno di cultura”, in cui ne vedremo delle belle. Poi c’è una “quota tenerezza” con anziani e bambini coinvolti nelle prove di puntata: è una cosa molto figa, che connoterà questa edizione.

E poi c’è la new entry dei “pupi”.

Sono autore, ci ho messo testa, cuore, volto e voce nel programma. I cambiamenti riguardano il linguaggio generale, il registro e il “viceversa”. Era giusto introdurre anche i “belloni” tendenza influencer. Resta di base un messaggio importante, che va oltre il genere: visto il periodo storico in cui viviamo, è bene ricordare che l’ignoranza provoca danni, l’incultura no perché si può sopperire con lo studio.

Oggi c’è molta più consapevolezza del mezzo tv: i concorrenti recitano o sono spontanei?

La tv ha sempre questo problema, non ti fa credere mai fino in fondo a ciò che vedi. Al massimo ci mettono della malizia, ma non recitano. Comunque ci sono voluti 16 mesi di casting per formare il cast: fare questo programma è complicato.

Che ruolo giocano gli ospiti?

Commentano e giudicano le prove: ci saranno tra gli altri Aldo Busi, Barbara Alberti, Alessandro Cecchi Paone e Valeria Marini. Ospite fissa è Francesca Cipriani, che si occuperà della “prova riconoscimento”: lei è il prototipo della pupa, è un cartone animato vivente e mai volgare.

Se dovessi dire a una persona che non ti conosce chi è Paolo Ruffini, come ti definiresti?

Un fabbricatore di cazzate. Uno che prova a far ridere ma anche a riflettere, portando per mano gli spettatori verso un altrove. Non parlo a me stesso, allo specchio, ma sempre al pubblico.

Ce l’hai coi tuoi colleghi radical chic?

Io faccio le cose per la gente non per la critica. Ho fatto i cinepanettoni con orgoglio e non rinnego tutte la parte fracassona della mia carriera. Mi piace il pop ma con cognizione di causa: mi piace che in autogrill mi fermino e mi ringrazino, non avrò mai la snobberia insopportabile di certi colleghi i cui programmi vengono visti da 25 mila persone ma pensano di essere idoli delle folle.

Con Up & Down hai mostrato un Ruffini inedito parlando di disabilità a teatro. E lo spettacolo ha fatto buoni ascolti anche in tv, su Italia 1.

Ho voluto comunicare qualcosa in più. Anche la disabilità è stata appannaggio di un certo circuito off, come se ne potesse parlare solo qualcuno: io l’ho portato nel circuito commerciale. In questo momento mi viene spontaneo essere volano di sentimenti positivi, per uscire dall’imbruttimento dei social, che scatenano solo autocompiacimento.

In primavera torni con Colorado. Novità in vista?

Per ora non so ancora nulla ma sono contento che Mediaset continui a credere in me.

Il tuo grande sogno professionale?

Continuare a fare ciò che sto facendo. Al cinema vorrei raccontare la storia dell’attore e doppiatore Renzo Montagnani. In tv invece il mio sogno è La Corrida, perché sono pazzo di Corrado e perché adoro far ridere la gente. Non mi arrendo all’imbruttimento. Io giro molto per lavoro e penso che l’Italia abbia un cuore buono. “Assaggia” è la parola che sento pronunciare più spesso e finché avremo voglia di far assaggiare qualcosa di buono a qualcuno, non saremo così cattivi come vogliono farci credere.

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