alessandro Borghi
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alessandro Borghi
Televisione

Alessandro Borghi, elogio di un attore forse troppo nascosto

La seconda stagione di Diavoli ha confermato la caratura dell'attore che ormai merita le luci della ribalta, anche internazionale

Diciamolo. Fare l’attore, in Italia, comporta fatica. Ed è una fatica emotiva, che con il precariato di cui tanto si è detto durante il Covid-19 ha poco a che vedere. È una fatica mentale: una forma di stillicidio, perché si può essere bravi, bravissimi. Si può essere professionisti accettabili o tendenti all’orrore (dello spettatore), e la domanda cui, inevitabilmente, ci si troverà a rispondere sarà la stessa, una sola: «E l’estero? Sogni mai Hollywood?». Nel Paese, l’Italia, che ancora guarda con nostalgico senso di colpa ai suoi fasti passati – ricordate Cinecittà e quel Roma caput mundi? – non ambire a valicare i confini nazionali sembra una bestemmia. Un assurdo del pensiero logico. È chiaro, signora mia. Bisogna riuscire, e per riuscire, pare dire il senso comune, è necessario spingersi oltre. Dove «oltre», ça va sans dire, ha confini e connotati ben precisi. «Oltre» è l’America, e qualunque attore osi timidamente dissentire, «Ma no, l’Italia è il Paese nel quale voglio sfondare», è ridicolizzato. Risate. La volpe e l’uva. Un coro di «E ceeerto», capace di essere messo a tacere solo dal serafico aplomb di Alessandro Borghi.

Borghi è l’uomo delle eccezioni, uno dei pochi fra gli attori italiani cui nessuno chiederebbe mai «E l’estero?». Davanti a Borghi ogni ardire viene meno. E si potrebbe sciorinare la filmografia dell’attore per spiegare come mai il senso comune di cui sopra si ammutolisca al cospetto del romano. Ma è sufficiente Diavoli, un solo titolo, per far luce su sull’apparente mistero. In Diavoli, in onda su Sky con la seconda stagione, Alessandro Borghi è Massimo Ruggero, tormentato, geniale eppure umanamente fragile Ceo della New York-London Investment Bank, un colosso bancario, di quelli responsabili di tante, troppe storture. Ruggero è bravo. Una mosca bianca nel patinato mondo della finanza. Ma il pelo sullo stomaco, quello sembra non averlo. Ruggero non si dà pace, vuole capire, aggiustare. Ruggero è disposto a perderli, i suoi privilegi. Ucciderebbe il padre (putativo), Dominic Morgan, pur di rimettere ordine e portare giustizia nella società. Ed è in questo conflitto, con se stesso e la sua nemesi, Morgan, che è contenuta la risposta al mistero apparente di cui si è detto. Perché Borghi, che in Diavoli recita contrapposto a Patrick Dempsey, alias dottor Stranamore in Grey’s Anatomy, in mezzo a tanta, blasonata americanità non stona. Non si perde. Quasi, svetta. E allora come chiedergli, con quale faccia domandargli se ambisca ad Hollywood, lui che dal confronto con Hollywood è uscito vincente? Borghi, in Diavoli, ha il magnetismo che si è soliti invidiare alle star statunitensi, quella capacità di stare davanti alla telecamera, di bucare lo schermo di cui aveva già fatto mostra con Aureliano (e quanto ci manca Suburra, Aureliano, i capelli a spazzola e i tatuaggi sul collo). Borghi è quello bravo, in Diavoli, e in quanto tale sfugge a qualsiasi tiritera esterofila. Tanto più che a guardarlo manco sembra curarsene dell’estero, del proprio talento, della sua capacità di fare ombra sui grandi. Borghi, l’accento marcatamente romano in un mondo appiattito dalle troppe lezioni di dizione, fa spallucce. Si ritrae. «Vengo da un contesto popolare, un contesto di cui sono orgoglioso», ha rivendicato l’attore, senza mai drammatizzare la propria storia. «Se a quindici anni avessi fatto la scelta facile, quella del branco, oggi non sarei qui. Sarei da un’altra parte, a rispondere ad altre domande», si è limitato a dire durante la presentazione di Diavoli 2, sottraendosi con cura alla pantomima del ragazzino eroe. Lui che pur potrebbe sguazzarci. Borghi, fra i migliori attori della propria generazione, uno dei pochi capaci di evitare allo spettatore di sospirare il solito «Ah, gli americani lo sanno fare meglio», potrebbe tante cose. Eppure, non si concede nulla. Nemmeno il privilegio di dire la sua su quel che più gli piace. «Non sono tanto democratico per quel che riguarda la parola. Non mi interessa il giudizio di tutti, mi interessa il giudizio di chi sa argomentare», ha spiegato, giustificando così il proprio silenzio sui temi caldi dell’attualità e raccontando così le ragioni di un successo che non ha bisogno di nulla: non di confronti, non di hashtag, non di gruppi cui appartenere o di noiose lezioni su come pronunciare la tal vocale, se aperta o chiusa.

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