Lo stato della musica 2021
Filippo Sugar / Claudio Porcarelli
Lo stato della musica 2021
Musica

Il music business nell'era dello streaming secondo Filippo Sugar

Il mercato musicale visto dallo Chief Executive Officer del Gruppo Sugar: «Noi siamo sopravvissuti alla rivoluzione digitale perché non abbiamo mai avuto esitazioni sul fatto che il diritto d'autore vada protetto. Sempre e comunque»

Nel 2020 il mercato mondiale della musica registrata è cresciuto del 7,4%: lo dichiara IFPI, l'organizzazione che rappresenta l'industria fonografica internazionale e che ha reso noti i dati dell'annuale Global Music Report. I ricavi complessivi sono stati 21,6 miliardi di dollari.

La crescita, trainata dallo streaming, è connessa agli introiti dagli abbonamenti premium, aumentati del 18,5%. La crescita dei ricavi derivanti dallo streaming ha riequilibrato il calo di altri formati. Il segmento fisico ha perso infatti il 4,7%, mentre i diritti connessi (esecuzioni live, utilizzo dei brani) sono diminuiti del 10,1% a causa della pandemia.

Quanto all''Italia, si è registrato un consistente incremento dei consumi digitali, con un'impennata degli abbonamenti streaming premium, i cui ricavi sono cresciuti del 29,77%, toccando quota 104 milioni di euro.

Per approfondire i temi legati al presente e al futuro del music business abbiamo intervistato Filippo Sugar, Chief Executive Officer del Gruppo Sugar. Sugar è un gruppo familiare italiano indipendente, attivo a livello mondiale in ambito discografico e nel campo dell'editoria musicale, in quello delle colonne sonore per il cinema, e nella produzione audiovisiva.

La rivoluzione digitale ha letteralmente reinventato la composizione dei ricavi derivanti dalla musica. A che punto siamo?

L'industria discografica aveva una storia dove tutti i guadagni venivano generati dal prodotto. I ricavi, nel 2021, derivano dalle piattaforme streaming, dal downloading, dalle vendite dei prodotti fisici e da molteplici diritti connessi, ovvero quando un brano viene utilizzato in radio, in televisione, nei film, nelle serie tv, nelle palestre o nei ristoranti.

Assistiamo da almeno un anno ad una crescita esponenziale dello streaming. Un report di Goldman Sachs descrive così lo streaming-business: i dieci dollari che ogni abbonato versa ad una piattaforma vengono così ripartiti: 3,3 alla piattaforma, 3,8 alle case discografiche, 1,7 agli artisti, 0,6 ai publisher e 0,6 ai songwriter. Conferma?

A grandi linee i numeri sono questi: per quanto riguarda l'artista possono esserci delle variazioni a seconda del contratto che ha con la casa discografica. Come appare evidente da queste cifre, l'autore e l'editore sono fortemente penalizzati. La percentuale del diritto d'autore è stata traslata pari pari dal prodotto fisico e su questo c'è un dibattito aperto: lo streaming è equiparabile ad una vendita oppure ad una licenza, ad un affitto? Se si tratta di una licenza, come quando le canzoni vengono utilizzate per un film, queste percentuali sono troppo basse per gli autori e gli editori. Molte case discografiche però sostengono che lo streaming vada equiparato ad una vendita, e che quindi sia giusto applicare le percentuali traslate dal prodotto fisico.

Per un artista di media portata lo streaming non è quindi una grande fonte di guadagno?

L'artista e l'autore oggi sono stati fortemente penalizzati, ma credo che ci siano buone prospettive, anche perché il mercato della musica, grazie al digitale, cresce ogni anno. La sfida è far aumentare i ricavi non solo per l'industria, ma anche per gli artisti. Quello che io faccio è investire molto sulla qualità del prodotto musicale. Ho sempre allineato i miei interessi di azienda con gli interessi degli artisti e degli autori. La vera ricchezza d questo lavoro è costruire dei diritti che durano nel tempo e quindi delle carriere che durano nel tempo.

Un catalogo in buona sostanza...

Sì, con artisti che restino significativi: Il nostro catalogo sia dal lato editoriale, sia dal lato discografico và in quella direzione. E questo ci permette di investire sui giovani come Madame. Questa è la differenza tra noi etichette discografiche e i fondi finanziari che stanno investendo sulla musica comprando cataloghi e canzoni. Il fondo finanziario investe, pagando molto, e sfrutta al massimo quel catalogo per cui ha speso. Noi investiamo, generiamo il catalogo e poi usiamo i proventi del catalogo per investire sui giovani.

C'è stato un momento storico all'inizio del Millennio in cui sembrava che con l'arrivo del digitale la musica dovesse essere fruibile gratuitamente senza se e senza ma...

Noi di Sugar siamo sopravvissuti alla rivoluzione digitale perché non abbiamo mai avuto esitazioni sul fatto che il diritto d'autore vada protetto. Non abbiamo mai accettato discorsi fantasiosi sul fatto che dovesse essere tutto gratis... Su questo punto non si può transigere. E abbiamo avuto ragione...

In questo contesto come si muove Sugar? Di fatto, siete una etichetta indipendente legata a un certo tipo di qualità, quasi artigianale viene da dire...

Noi negli ultimi tre anni abbiamo fatto una grande rivoluzione in azienda portando un quarto della forza lavoro sotto i 30 anni. Lo abbiamo fatto perché la musica e gli strumenti connessi a questo business sono cambiati drasticamente. Vendiamo, promuoviamo e facciamo marketing in maniera diversa. Continuiamo a lavorare con gli artisti storici come Bocelli, Elisa e Negramaro ed investiamo sui giovani come Madame, di cui tutti parlano nelle ultime settimane. Abbiamo poi fatto un deal globale con Universal Music per la distribuzione in tutto il mondo dei prodotti Sugar e rilanciato il nostro catalogo di colonne sonore con titoli importantissimi di Ennio Morricone, Riz Ortolani, Armando Trovajoli e Nino Rota attraverso un accordo di distribuzione globale con la Decca. Infine, abbiamo messo sotto contratto autori giovani e molti produttori. I produttori sono una figura emergente, sempre più importante, che si colloca tra l'autore ed il produttore artistico.

​Streaming, vinili e concerti (anche online): come sarà la musica nel 2030

vasco rossi concerto

(Ansa)

«Nell'ultimo anno si è di fatto conclusa la lunga fase di transizione digitale del mercato musicale italiano: i consumatori di tutte le età hanno finalmente abbracciato le offerte online generando un significativo incremento nella fruizione dei contenuti musicali su tutte le piattaforme» ha dichiarato nei giorni scorsi il CEO della Federazione Industria Musicale Italiana, Enzo Mazza.

C'è un solo dato che emerge da tutte le ricerche di mercato sugli sviluppi del music business: il 2020 è stato l'anno del boom delle piattaforme streaming a livello globale. Lo rivela il Global Music Report della IFPI, l'organizzazione che rappresenta l'industria fonografica internazionale.Un boom che si è tradotto in una crescita esponenziale degli abbonamenti Premium. In Italia, per esempio, gli introiti di questo specifico settore sono aumentati del 29,77%. A fotografare la centralità dello streaming nella fruizione musicale anche un altro numero molto significativo: nel 2020 sono 246 artisti italiani hanno superato i 10 milioni di stream. Un record.
Diversa la situazione dei prodotti fisici fortemente penalizzati dalle chiusure dei punti vendita a causa della pandemia. In Italia le vendite dei cd hanno segnato un pesante -35%, mentre a sorpresa gli acquisti di vinili segnano un incremento del 2,50%, testimonianza di un fenomeno, quello del ritorno in grande stile del 33 giri, che a questo punto non può più essere considerato un fuoco di paglia.

Significativi anche i dati resi noti attraverso il Goldman Sachs Research's report: Music in the Air: The show must go on: le proiezioni relative al numero di sottoscrizioni a pagamento per i servizi di streaming musicale dicono che nel 2030 saranno 1 miliardo e 200 milioni le persone nel mondo abbonate ad una piattaforma. Oggi sono 360 milioni o poco più.

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