Mario Biondi boicottaggio radio
Mario Biondi / foto Ufficio stampa
Mario Biondi boicottaggio radio
Musica

Mario Biondi e il boicottaggio radio: «Non mi pento di nulla, vorrei un po' di spazio per tutti»

Il cantante, che nei giorni scorsi è stato al centro di una polemica social per aver chiesto di boicottare le radio che passano prevalentemente musica straniera, ha spiegato a Panorama.it le sue ragioni

«Ma come, dici queste cose proprio tu che canti in inglese? Io mica ho detto che mi fa schifo la musica inglese o americana, non ho alcuna avversità con la musica straniera, anzi, ho semplicemente detto di sostenere la musica di casa nostra, che è in un periodo difficile: basta affacciarsi dalla finestra per vedere che non c'è più musica dal vivo, da nessuna parte».

Mario Biondi, che abbiamo raggiunto telefonicamente mentre si trova nella sua casa di Parma, ha voglia di fare chiarezza rispetto alle polemiche social che lo hanno visto coinvolto nei giorni scorsi. Il crooner catanese ha invitato i suoi follower a boicottare le radio che programmano in prevalenza musica straniera con questo post, decisamente poco diplomatico: «Volete fare i rivoluzionari? Volete fare qualcosa per la musica italiana? Boicottate tutte le radio che programmano musica straniera. Fatelo per una settimana, se non bastasse per due, ma siate coerenti e vedremo insieme se essere uniti per la musica può servire. Coraggio!». Considerazioni che hanno scatenato molte reazioni negative, anche da parte di Selvaggia Lucarelli e di Fabio Canino, che lo hanno accusato sui social di essere "sovranista" e di non essere titolato a difendere la musica italiana, poiché la maggior parte delle sue canzoni sono in inglese. Non sono mancati, però, anche i commenti positivi, soprattutto da parte di quegli artisti italiani, giovani e meno giovani, che hanno grandi difficoltà a promuovere la loro musica in radio perché non fanno parte del circuito mainstream.

Qual è stata la scintilla o il motivo che l'ha portata a scrivere quelle considerazioni sui social? Si aspettava che le sue dichiarazioni avrebbero scatenato tutti questi insulti?
«No, non me l'aspettavo ma a volte i fraintendimenti sono utili perché hanno amplificato il mio pensiero, non voglio fare l'ipocrita. Ho guardato la manifestazione dei Bauli in piazza, mi sono sentito anche con alcuni ragazzi che partecipavano, di cui molti hanno lavorato con me, e ho pensato, sì, è vero che loro hanno bisogno di esser riconosciuti come lavoratori dello spettacolo, è una situazione che conosco molto bene, ma io sono andato ancora più indietro. La verità che siamo in un momento di grande difficoltà generale e poi vedi che il 56% della musica programmata in Italia è straniera, mentre il 44% nazionale. Io non ce l'ho con nessuno, sto dentro alla discografia, non faccio come i colleghi che dicono "che merda questa trap", mica posso prendermela con i miei figli che l'ascoltano, ogni generazione ha una musica che li rappresenta di più, né voglio prenderla con i discografici, che guadagnano con ciò che stanno producendo. Me la prendo con i radiofonici? Un po' sì. Ci sta che dovete spingere dei lavori che vi forniscono dei rientri, attraverso le percentuali editoriali, ormai non è più un mistero per nessuno, ma dico solo: il mondo è grande, creiamo degli spazi per tutti. Nelle radio francesi e tedesche ascolto tutta la musica, da Rachmaninov ai Black Sabbath, in Italia ci sono un paio di radio che supportano la nostra musica. E poi non puoi far sentire, ad esempio, solo Domenica bestiale di Fabio Concato, Margherita di Riccardo Cocciante e Gianna di Rino Gaetano da trent'anni: questi tre artisti hanno fatto delle canzoni meravigliose, ma le radio passano solo quelle tre»

Lei canta in inglese e fa un genere che in Italia non è mai stato di massa: non sarà questo il motivo delle polemiche?

«Io accetto qualsiasi tipo di critica, però oggi pullula di artisti italiani che fanno musica in altre lingue, tipo Gaia che canta in portoghese, è una cosa bella fare promozione a un'artista italiana che canta in un'altra lingua. Alborosie è il king del reggae mondiale, ed è siciliano. Perché il 56% di canzoni straniere in un momento come questo dove, se tu dai un po' di esposizione a un artista nazionale, gli dai un po' di ossigeno e gli permetti, nel momento in cui si riapriranno i concerti, di essere ancora vivo e ascoltato. Tre anni fa c'è stata una proposta di legge che voleva obbligare le radio a passare più musica italiana, ma non abbiamo bisogno di uno col bastone che ti controlla, è come la produzione delle arance: non mandiamo al macero le arance italiane, mangiamole, magari sono anche meglio di quelle marocchine e spagnole. C'è stato un periodo in cui i nostri gruppi prog erano premiati nel mondo, a volte sento i Pink Floyd in radio, ma non sento mai la PFM o gli Area, è un tipo di atteggiamento che davvero non capisco»

Qual è stato l'insulto che le ha fatto più male?

«Mah, nessuno, sono tutte chiacchiere, anche divertenti. Mia moglie e mia figlia si sono incavolate, però capisco la frustrazione di chi è chiuso in questo momento in casa e che mi dà del cretino. Io cerco sempre di comprendere gli altri, fa parte del mio carattere, mentre spesso le persone sono autoreferenziali e difficilmente hanno l'umiltà di cercare di capire che cosa intendesse dire il prossimo»

Si è pentito di aver scritto quelle frasi sui social?

«No, non mi pento perché sono ancora un ragazzo di pancia, vivo di passioni nella mia vita e ho scritto quelle cose con grande passione. Io sono cresciuto nelle radio, amo le radio, ho fatto il dj, programmavo i dischi, è un mondo che adoro fin da quando ero ragazzino: quando vado in radio starei giorni interi a chiacchierare con gli speaker, a vedere come funziona il sistema e come programmano i brani. Mi trovo solo sconfortato per la mancata attenzione, non solo nei miei riguardi: come mai la quasi totalità degli artisti che incontro si lamentano delle radio e del fatto che non passano le loro canzoni?

Chi l'ha sostenuta di più in questi giorni? Colleghi, fan, amici?

«Mio fratello, sicuramente: comincio a invecchiare e lui, che è molto protettivo, si preoccupa che mi innervosisco e che mi stresso troppo. Devo dire che i 50 anni mi stanno dando uno stimolo per essere ancora più morbido, anche rispetto agli attacchi verbali. Va bene così, ognuno ha il diritto a dire la sua»

Volendo vedere il positivo nel negativo, che cosa ha imparato da questa situazione?

«Che ho fatto bene a fare quello che ho fatto e che mi posso fidare ancora della mia pancia. Le mie parole sono state riportate da tanti, adesso ne sto parlando con te, Salvo Sottile mi ha chiamato per parlarne, Al Bano mi ha mandato un messaggio per darmi supporto, anche alcuni giovani che hanno partecipato a X Factor e Amici mi hanno scritto delle cose carine. Erano d'accordo con me anche tanti altri artisti giovani, che non hanno ancora avuto una possibilità di essere passati da una radio»

É contento dell'accoglienza che ha ricevuto il suo ultimo album Dare presso il pubblico e nelle radio?

«Rispetto al pubblico assolutamente, rispetto alle radio medio-piccole anche, sono state di una disponibilità e di una professionalità eccezionali. Da parte dei grandi media radiofonici non sono per nulla contento, è un progetto che poteva meritare un piccolo spazio, non voglio il primo posto della hit parade, non faccio trap, ogni cosa ha il suo tempo, vorrei solo un po' di spazio per tutti, se mi suoni un pezzo una o due volte al giorno, che problemi ti crea?»

É vero che Dare, in realtà, doveva essere originariamente formato da quattro album, di generi diversi?

«Sì, ma poi mi ha fregato Renato Zero, che ne ha fatti tre! Avevo pensato in un primo momento a un album jazz, a uno soul, a uno elettronico e anche a uno esageratamente rock, poi, in collaborazione con le persone che lavorano con me, abbiamo deciso così. Il risultato mi piace molto, è un disco suonato quasi interamente live, ho ricevuto feedback positivi dal Messico, dalla Francia, dal Belgio e dall'Inghilterra. Lo so, è un progetto che non ha un'attitudine estremamente pop, lo ammetto, anche se sono sicuro che il remix di Cantaloupe Island, con la stessa base cantata da un Pinco Pallino con un nome inglese o americano, avremmo detto che era una figata, perché la verità che Mario Bondi è piaciuto in Italia perché non sapevano che fossi italiano»

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