Marilyn Manson: da giornalista a shock rocker
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Marilyn Manson: da giornalista a shock rocker
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Marilyn Manson: da giornalista a shock rocker

Un estratto dal libro "Il rock è morto": la parabola di un artista discusso, divisivo e provocatorio. Anche troppo...

Era un giornalista Marilyn Manson, ma ad un certo punto decise di cambiare lavoro. L'obiettivo che si poneva era ben più ambizioso: diventare una rockstar. Non una rockstar qualsiasi, ma divisiva, provocatoria in grado di scatenare passioni e reazioni forti. Il rock è morto, Il libro di Giovanni Rossi edito da Tsunami, di cui qui sotto potete leggere un estratto, racconta l'uomo, le sue contraddizioni, gli eccessi e le dipendenze, fino ai guai giudiziari dell'ultimo periodo. Buona lettura!

"Aveva fatto bene a lasciare il giornalismo. Ne era certo. Fin dalle prime battute con i suoi Marilyn Manson, Brian aveva capito di aver imboccato la strada giusta. Non era una questione solo musicale, Brian non sapeva suonare – o meglio, sapeva come imbracciare una chitarra, ma nulla di più. No, la sua era una convinzione radicata e forte, una certezza: sarebbe diventato una rockstar. Ne aveva conosciute tante facendo il giornalista, ed era più che sicuro di avere gli stessi mezzi e lo stesso carisma. Brian era uno sicuro di sé, che aveva preso dal padre una buona dose di determinazione e altrettanta follia. Sarebbero bastati, ciò che mancava lo avrebbe costruito. Del resto, con le esperienze che aveva vissuto fino a quel momento della sua vita, il sesso, il Demonio e la droga non gli erano estranei. Lo ripeteva spesso ai suoi amici più stretti, e lo stesso faceva con i genitori: un giorno sarebbe stato una rockstar. Ma per poterlo fare doveva trovare una via d’uscita dall’angusto recinto che era Fort Lauderdale. Lì dentro non avrebbe combinato nulla, serviva pensare in grande, trovare un’etichetta e registrare il primo disco. Il materiale non mancava, e neppure la fama già diffusa di gruppo discutibile. Avevano tutte le carte in regola, i suoi Marilyn Manson, per guadagnarsi molto di più dei loro quindici minuti di popolarità.

Tra concerti che fanno gridare allo scandalo e testi che sembravano scritti apposta per spaventare i genitori dei loro giovani fan, i Marilyn Manson iniziano improvvisamente a uscire dalla dimensione di Fort Lauderdale, e il primo contatto con il mainstream avviene nientemeno che tramite Michael Goldstone, un agente della Epic che aveva messo gli occhi sul gruppo. «Da quando avevamo abbreviato il nome», spiega Brian, «la band ha cominciato a essere meno cartone animato e a prendere le cose con un tono più serio. Diverse etichette si erano avvicinate interessandosi a noi, e la Epic ci chiamò a New York per un provino. Eravamo stati contattati dallo stesso tipo che aveva appena fatto firmare i Pearl Jam. Il loro album non era ancora uscito, e quando lo sentii pensai che fosse piuttosto mediocre. Allo stesso tempo però avevo una grande opinione sulla validità della nostra musica e sul suo successo, per questo il mio ego non la prese bene quando la Epic ci disse che non gli piacevamo».

Ma la batosta con la Epic lascia spazio a quanto sarebbe accaduto di lì a breve ai Marilyn Manson. Il demo consegnato a Trent Reznor aveva dato i suoi frutti, lentamente ma inesorabilmente. Il deus ex machina dei Nine Inch Nails aveva appena ottenuto dalla Interscope, la sua nuova etichetta discografica, di poter avere una label personale, la Nothing Records, con cui produrre i propri artisti. Era stata una felice intuizione di Jimmy Iovine, il boss della Interscope, convinto del fiuto di Reznor. E non a torto. Così Reznor rispolvera un demo che un po’ di tempo prima era stato consegnato a lui e Sean Beavan da un tipo alto e magro. «Trent e io eravamo a Miami per una data dei Nine Inch Nails», ricorda Beavan, «e Manson ci portò il suo demo. L’abbiamo ascoltato sulla via del ritorno da Miami a New Orleans. Ci era davvero piaciuto e pensammo che sarebbe stato bello farlo firmare per la Nothing, ed è quello che ha fatto Trent non appena concluse il suo accordo per avere la propria etichetta e poter mettere sotto contratto gli artisti che voleva».

Il nastro non si sente benissimo e Reznor ne vuole un’altra copia per ascoltarselo meglio, così si fa vivo e offre a Brian la possibilità che il gruppo stava attendendo: contratto e tour con i Nine Inch Nails. Come rifiutare? Infatti Brian accetta, e subito. «È iniziato tutto non appena siamo tornati a casa distrutti da New York», ricorda Brian. «Missi e io eravamo andati nel negozio di dischi dove lavoravo tempo prima e avevamo comprato Broken dei Nine Inch Nails, che era uscito proprio quel giorno. Stavo pensando che non sentivo Trent da un po’, perché ogni tanto semplicemente chiamava per salutare e dire di tenersi in contatto, tutto qui. Mentre stavo ascoltando Broken, ricevetti una chiamata dal manager di Trent che mi chiedeva un’altra copia del nostro demo. Questo tipo di coincidenze mi capita sempre e questo mi ha portato a credere che ogni cosa accada per un motivo preciso. Non sapevo perché volesse una copia del demo, forse voleva semplicemente ascoltarlo. Un po’ di giorni dopo ricevetti una telefonata: “Ciao, sono Trent”. E io: “Ciao, come va?”. E lui: “Non crederai mai dove sono. Vivo nella casa di Sharon Tate”». Brian lo raggiunge immediatamente e trascorre con lui un weekend e qualche giorno in più. Non sa ancora nulla dell’etichetta di Trent. Stanno semplicemente insieme in amicizia, si conoscono meglio e in quel fine settimana stringono il rapporto che poi li porterà al contratto".

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