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Corrado Rustici «Nella musica di oggi l'intrattenimento ha sostituito l'arte»

Intervista al musicista e produttore che ha lavorato con Herbie Hancock, Whitney Houston, Aretha Franklin, James Brown, George Benson, Elton John, Zucchero, Negramaro ed Elisa. Ha appena pubblicato il suo quarto album solista: Interfulgent

La prima cosa che ci ha colpito, nell'intervista via Zoom a Corrado Rustici, è l'impressionante quantità di dischi di platino presenti nel suo studio di registrazione. D'altra parte, nel corso della sua lunga e fortunata carriera, il chitarrista e produttore napoletano ha lavorato con nomi del calibro di Herbie Hancock, Whitney Houston, Aretha Franklin, James Brown, George Benson, George Michael ed Elton John, oltre ad aver prodotto album per Zucchero, Francesco De Gregori, Ligabue, Elisa, Andrea Bocelli, Negramaro e Francesco Renga, per un totale di oltre 20 milione di copie vendute. Fondatore di due leggendarie band rock prog, i Cervello e i Nova, Rustici si è trasferito da Napoli a Londra nel 1975, entrando presto in contatto con i big del rock, del blues e del soul. Negli ultimi anni il musicista si è dedicato maggiormente alla ricerca musicale, pubblicando da poco il suo quarto album solistaInterfulgent. Rustici descrive questo suo nuovo lavoro come l'interpretazione artistica di un desiderio profondo di trascendere le tenebre socioculturali che ci circondano, con l'aiuto di nuove idee, rappresentate metaforicamente, in copertina, da un oggetto luminoso, foriero di tempi migliori.

Corrado Rustici, i suoi dischi solisti sono rari (The Heartist del 1995, Deconstruction of a Post Modern Musician del 2006, Aham del 2016 e ora Interfulgent) e partono sempre da un progetto preciso. Qual è stata la scintilla artistica dietro al nuovo album Interfulgent

«Ho fatto pochi album perché mi sono dedicato prevalentemente ad aiutare altri musicisti, una scelta che mi ha dato tanto. Da qualche anno, però, mi dedico di più alla mia legacy, a quello che posso lasciare, più che prendere dalla mia musica, quindi cerco di lavorare su progetti che abbiamo un senso e una composizione molto forte. Interfulgent è un album liberatorio, in cui ho proseguito la mia ricerca sulle nuove voci della chitarra. Per me il sound è tutto perché sono un produttore che "smanetta" sulla sonorità. Questo nuovo suono, realizzato grazie anche al pedale sviluppato con la DV Mark, mi ha dato un nuovo modo di approcciarmi allo strumento e mi ha liberato dalle gabbie mentali del chitarrismo classico»

Da un punto di vista musicale, si può dire che l'obiettivo degli ultimi suoi album sia stato quello di liberare la chitarra dai suoi limiti?

«Certamente. Anche in Interfulgent porto avanti il discorso intrapreso in Aham, dove ho fatto tutto da solo con chitarra acustica ed elettrica, senza usare i sintetizzatori, proprio perché vivo da tempo un periodo di disagio rispetto a quello che è diventata la chitarra elettrica nel rock: ha un'immagine troppo vintage, che andava bene 60 anni fa. Adesso che ho scoperto che in essa ci sono delle voci inedite, voglio portare sia il suono che il linguaggio della chitarra elettrica verso altre sponde»

Interfulgent, dal latino interfulgĕo, significa "che brilla in mezzo a" o "che brilla attraverso". Come mai ha scelto questo titolo per l'album?

«Già prima dell'inizio della pandemia, vivevamo un periodo di grande oscurità culturale e sociale. La musica è stata confusa dall'industria con l'intrattenimento, non è più arte. Viviamo un periodo di disagio molto pesante che stiamo subendo, un'oscurità oppressiva che ha reso ancora più evidente da dove proviene il nostro malessere. Per questo ho voluto usare una parola latina, che si usa abitualmente anche in inglese, tra l'antico e il moderno, il cui significato mi piaceva. Noi, in quanto esseri umani, possiamo cercare di brillare nonostante tutto questo e mostrare la luce che è rinchiusa dentro di noi. Siamo come un oggetto che cercare di brillare nell'oscurità»

La copertina, realizzata dall'artista polacco Michal Karcz, mostra «un mare e una tempesta che sta andando via». Il peggio è passato o deve ancora arrivare?

«Non credo, ci siamo ancora dentro, ci sarà un cammino da fare e ci sono toppi interessi economici che stanno condizionando tutto. L'industria musicale, ai miei esordi, era una sorta di nuovo Rinascimento, un agglomerato di pazzi che investivano risorse sulle persone creative, utilizzando le nuove tecnologie. Oggi la musica è solo un prodotto, che deve essere fatto in una certa maniera, deve rigurgitare tutto quello che già conosciamo perché, in realtà, vogliamo ascoltare sempre la stessa canzone, ma in maniera leggermente diversa. Stiamo utilizzando gli stessi quattro accordi che ci massacrano da una decina di anni, l'immagine è diventata più importante dell' essere, la musica è ormai un contorno, non ha più la profondità e il significato che dovrebbe avere. Ci vorrà tempo per uscire da queste sabbie mobili, tempo e coraggio»

Lei ha dichiarato che uno dei maggiori problemi del pop di oggi sono "le baracconate". Che cosa intende esattamente?

«So solo che, nell'arco di un'esistenza di un artista, prima o poi devi fare arte. Io sono partito dall'Italia nel 1975 per introdurmi nei circoli dei grandi e per capire perché determinate sonorità non erano ancora arrivate in Italia, dove le icone pop erano Orietta Berti e Gianni Morandi. Il fatto che ancora oggi questi artisti (di cui ho il massimo rispetto) siano ancora in classifica nel 2021, è molto significativo. Purtroppo vedo che nell'ambiente siamo ancora considerati il terzo mondo musicale. Nonostante il successo internazionale di alcuni nostri cantanti, il linguaggio musicale adottato è ancora fondato sul modello anglosassone, basato sul blues e su sonorità vecchie, una sorta di manierismo. Dopo aver avuto la fortuna e il privilegio di aver suonato con quelli che erano i miei miti e aver portato anche in Italia il mio know how, che ha rinnovato il suono del pop italiano, che cosa devo fare di più? Adesso voglio concentrarmi sulla mia musica e sulla visione che voglio sviluppare, non ascolto molto pop, ma quello che sento lo trovo stantio, non trovo niente di eccitante, mi sembra una sorta di pregrafismo musicale, al quale non mi sento di appartenere più»

Lei ha fondato a Napoli due band rock prog diventate di culto negli anni Settanta, i Cervello e i Nova. Cosa c'era allora di così speciale nella città partenopea, che è stata fucina di artisti del calibro di Pino Daniele, James Senese, Enzo Avitabile, Tullio De Piscopo, Tony Esposito e tanti altri?

«Napoli, da Renato Carosone in poi, è sempre stata una città di incontri e di miscele musicali tra jazz americano e folk napoletano. In particolare, c'è era la base della Nato e c'erano molti club americani, dove mi nascondevo dietro all'amplificatore quando avevo 12 anni perché ero troppo piccolo per entrare. Era un periodo magico, si faceva arte e venivi anche premiato a livello economico se facevi cose diverse dagli altri. Eravamo un gruppo di aspiranti musicisti, dai 15 ai 22 anni, tra cui c'era anche Pino Daniele. Ci incontravamo tutte le sere Piazza delle Medaglie d'Oro e Piazza Vanvitelli, fino alle 3 del mattino. Quel periodo ha lasciato ancora oggi dei segni grazie al contesto fecondo del momento musicale e alla miscela esplosiva creata da Napoli»

É vero che due degli incontri musicali più importanti per lei sono stati quelli con Narada Michael Walden e con George Martin? Che cosa ha imparato maggiormente da loro?

«Assolutamente sì. Mi trovavo a Londra nello studio di George Martin per registrare il primo disco dei Nova, in Oxford Street, noi eravamo grandi fan della Mahavishnu Orchestra, i miei eroi erano John McLaughing, Billy Cobham e Narada Michael Walden. A un certo punto sento bussare ed entra in studio Narada Michael Walden, incuriosito dalla nostra musica. Lui stava registrando nello studio accanto Wired di Jeff Beck, prodotto da George Martin. Lo ho invitato al disco successivo dei Nova e siamo diventati grandi amici. Intorno a lui si è creato un nucleo di musicisti straordinari, che mi ha aperto tante porte nella mia carriera. Per quanto riguarda George Martin, è la quintessenza del produttore: una persona con una grandissima preparazione musicale, un grandissimo musicista e un compositore, in grado di tirare fuori il massimo da artisti come Lennon e McCartney. Quando si registra musica, si creano sempre dei problemi che un produttore deve essere in grado di sciogliere»

Lei ha lavorato con Aretha Franklin in due album, Who's Zoomin' Who? del 1985 e Aretha del 1986. La Regina del Soul aveva davvero un carattere così complicato?

«Sì, era molto sicura di sé e aveva opinioni molto forti, ma, d'altra parte, lei era Aretha Franklin: ha creato un nuovo modo di cantare, sapeva esattamente cosa voleva cantare e in che modo cantarla. Quando registrammo Who's Zoomin' Who? fu il suo primo platino come album dopo Amazing Grace, fu un grande onore lavorare a quel disco a cui hanno partecipato anche James Brown e George Michael. Quando abbiamo lavorato con Whitney Houston, Narada le faceva ripetere la stessa canzone anche 18 volte, ed erano tutte perfette. Con Aretha, dopo il terzo take, lei si fermava e diceva "Basta, va bene così". Forse Whitney è la migliore cantante con la quale abbia mai lavorato, con una tecnica prodigiosa e una padronanza vocale assoluta, che ha aperto la strada a Mariah Carey e a tutte le altre cantanti degli anni Novanta»

Lei ha prodotto Blue's e Oro incenso e birra di Zucchero, due classici della musica italiana, che all'epoca suonavano come nessun altro disco. Come ha fatto a raggiungere un grande successo commerciale con sonorità così lontane da quelle che allora si ascoltavano in Italia?

«Ero consapevole che era diverso dagli altri dischi ed era esattamente quello che volevo fare. Per questo ho avuto momenti problematici sia con Zucchero che con la casa discografica, proprio perché io spingevo su sonorità che allora non erano molto accettate. I discografici sostenevano che alla gente non sarebbe piaciuto perché era troppo poco italiano, mi ripetevano in continuazione "è troppo americano". Io vivevo in America e sostenevo che ai ragazzi in Usa piacevano quelle sonorità e che i ragazzi italiani non erano, in fondo, troppo diversi da quelli americani. Quando abbiamo ascoltato in studio il master finale, Zucchero ne fu entusiasta e si schierò dalla mia parte, chiedendo all'etichetta di non modificarlo in nessun modo. Allora ero consapevole di aver fatto un buon lavoro, ma non avrei mai pensato che, a tanti anni di distanza, quegli album sono ancora oggi così apprezzati e amati da persone di diverse generazioni»

É più difficile lavorare con artisti emergenti, come allora erano Zucchero, Negramaro e Elisa, o con artisti già affermati che vogliono rinfrescare e ampliare il loro sound?

«É sempre difficile: non c'è una scorciatoia, sono problematiche diverse e devi cercare dentro di te un modo per far emergere il talento o per rinnovare un determinato tipo di sound. Forse è più difficile accontentare i fan, quando hai successo diventi quasi di proprietà delle altre persone, che non accettano troppi cambiamenti, anche se, magari, un artista non ne può più di essere in una certa maniera. Per prima cosa devi accontentare il desiderio dell'artista che ti chiama e che ti chiede aiuto perché da solo non ce la fa, devi lasciare andare determinate cose e devi rischiare. Con gli artisti nuovi hai meno responsabilità: se va male, non se ne accorge nessuno, se va bene, è fantastico. La cosa più difficile è trovare un sound che ti possa distinguere dagli altri, e lì ti servono il talento, le canzoni e la visione»

Non trova che il pop attuale sia molto standardizzato? Non dipende dal fatto che gli autori e i produttori siano sempre gli stessi?

«Sì, c'è mancanza di visione e mancanza di palle da parte dell'industria musicale, c'è un prodotto che bisogna continuare a vendere. Lo streaming continua a succhiare il sangue dalla classe media degli artisti, che non prendono nulla, ma che continuano a creare contenuti, invogliando così gli ascoltatori ad abbonarsi. Ormai la musica, dal walkman in poi, è diventata solo convenienza, ha creato degli universi privati chiusi in sé stessi, non è più un momento magico di condivisione con le altre persone. Ci sono quei 4-5 autori internazionali che negli ultimi 10 anni hanno scritto canzoni per tutti e quei 4-5 produttori che fanno le stesse cose per tutti, però, d'altra parte, sono davvero pochi gli artisti emersi negli ultimi 10 anni che ancora oggi sono rilevanti. Mi dispiace dirlo ma, purtroppo l'intrattenimento, nella musica, ha sostituito l'arte. La magia è rimasta solo nei live»

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