Tasse

Fisco, pioggia di novità ma serve una riforma organica

Cerchiamo di districarsi nelle recenti novità fiscali e sulle tasse tra annunci e realtà

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Luciano Quarta

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Questo governo mostra segni di grande vivacità sul fronte delle riforme fiscali. Appena chiusa la stagione della rottamazione e pace fiscale, prima sforna una serie di importanti disposizioni con il c.d. Decreto crescita da poco convertito in legge (DL 34/2019 conv. in L.n. 58/2019) poi, per bocca del vice premier Salvini e di altri importanti esponenti, snocciola un programma di imminenti riforme, tagli fiscali, flat tax, saldo e stralcio per le imprese e molto altro ancora.
Proviamo ad orientarci, partendo da quanto è divenuto realtà ed è stato trasfuso norme di legge già in vigore.

Nel Decreto crescita sono numerose le disposizioni di natura fiscale, molte delle quali introducono nuove agevolazioni per il contribuente o ampliano la portata di agevolazioni già esistenti.
Una delle principali è il “super ammortamento”. Una misura che era già prevista per i precedenti periodi di imposta e che è stata ammessa anche per l’esercizio 2019. In sintesi prevede la possibilità di dedurre il costo di beni strumentali acquistati tra il 1° aprile e il 31 dicembre 2019 per un importo superiore rispetto al prezzo di acquisto, con una maggiorazione del 30%. Quindi, compro un certo bene strumentale a 100 e deduco dal mio imponibile un importo come se mi fosse costato 130. Attenzione però: il super ammortamento è escluso o sottoposto ad alcune importati limitazioni nel caso dell’acquisto di veicoli.

C’è poi un’altra importante misura agevolativa: la cosiddetta mini – Ires. Cioè una riduzione dell’Ires riservata a quelle imprese che reinvestono una parte dei loro utili nell’attività o effettuano nuove assunzioni. Funziona mediante l’applicazione di riduzione progressiva delle aliquote di imposizione sugli utili accantonati a riserve diverse da quelle obbligatorie e si scende dal 22,5% per il 2019, al 21,5 per il 2020, al 21 per il 2021, al 20,5 per il 2022 fino al 20% per il 2023. 

Ancora, vengono introdotte significative di semplificazioni per accedere al patent box, cioè il regime di imposizione tassazione agevolata sui redditi generati dallo sfruttamento di proprietà intellettuali e beni immateriali, poiché viene introdotta la possibilità di evitare la procedura di ruling (cioè una specie di contraddittorio preventivo con l’ufficio finanziario) dichiarando unilateralmente l’entità del reddito suscettibile di agevolazione e producendo la relativa documentazione giustificativa.

Ma non è tutto: una serie di disposizioni determinano proroghe e differimenti a tutto vantaggio del contribuente. Si va dalla riapertura dei termini per rottamazione e saldo e stralcio al 31 luglio, all’ampliamento dei termini di emissione della fattura elettronica (12 giorni anziché 10), al differimento dei termini (al 31 dicembre) per la presentazione della dichiarazione IMU/Tasi con l’aggiunta di una serie di casistiche di esenzione dall’obbligo di presentarla, e differimento anche dei termini di versamento delle imposte sui redditi, IVA e IRAP al 30 settembre. Vi sono poi ulteriori agevolazioni in materia di locazioni e cedolare secca. Insomma, una specie di cornucopia fiscale.

Accanto alle disposizioni che hanno un impatto fiscale favorevole per il contribuente, tuttavia, nel Decreto crescita ne sono state introdotte alcune piuttosto discutibili. 
Ad esempio, la disposizione sul contraddittorio preventivo obbligatorio: si tratta di una norma che, nelle sue intenzioni, vorrebbe affermare il sacrosanto diritto del contribuente ad essere ascoltato prima che venga emesso un atto di accertamento, in ossequio a fondamentali principi di diritto europeo e di civiltà giuridica ma che, per come è stata scritta, in pratica rischia di essere completamente vanificata perché consente un facile aggiramento da parte degli uffici fiscali. Un tema già affrontato in questo articolo .

È stata inserita, poi, una norma che mira sfacciatamente a sanare retroattivamente l’inammissibilità delle difese del fisco nei contenziosi sulla riscossione, attraverso l’escamotage dell’interpretazione autentica. Una norma che di fatto interferisce sui giudizi in corso alterandone le regole a favore del fisco, e presenta profili di incostituzionalità piuttosto evidenti, sulla quale c’è da attendersi accesa battaglia nelle aule giudiziarie.
Ma accanto al menu di novità già effettive ed in vigore, altre ne sono state annunziate, e particolarmente interessanti, stando alle dichiarazioni rese alla stampa da esponenti di rilievo del governo come il vice premier Salvini e i sottosegretari Bitonci e Garavaglia.
Passiamole in rassegna.

La prima notizia di rilievo è l’intenzione del governo di intervenire sulla pressione fiscale a carico di famiglie ed imprese mediante l’applicazione estensiva della cosiddetta flat tax.
Se ne parla molto e il dibattito politico su questa proposta, sostenuta principalmente dalla Lega, è molto vivace.
I contenuti di quello che potrebbe essere il provvedimento che la introduce non sono noti, ma la sostanza è che alle odierne aliquote progressive di imposizione fiscale (che partono dal 23 e arrivano al 43%), ne verrebbe sostituita una sola molto bassa (si è parlato del 15%) ma con l’esclusione o una forte riduzione delle spese deducibili.

Il confronto tra le forze politiche è in corso e si potrà capirne di più quando verrà confezionato un progetto di legge.
Un’altra proposta avanzata sempre in area Lega è quella che la cosiddetta pace fiscale (cioè, la definizione agevolata di accertamenti e liti pendenti con il fisco) venga trasformata da misura straordinaria, una tantum, in un istituto di carattere permanente.
Le discussioni su questa possibilità vengono orientate soprattutto sul campo della definizione delle liti pendenti, perché è molto sentita l’esigenza di ridurre i carichi di contenzioso, tanto più che i casi in cui il fisco si ritrova sconfitto sono statisticamente molto rilevanti.

Anche questo scenario, tuttavia, non è stato ancora tradotto in una proposta di legge, dunque non è possibile comprendere esattamente quali saranno i possibili confini di applicazione di questa nuova versione della pace fiscale. Di certo c’è che la definizione agevolata per come è stata approvata ed applicata fino ad oggi ha avuto un notevole successo, portando adesioni per circa 38 miliardi: una vera manna in periodi di simili ristrettezze e con il fiato dell’UE sul collo dei conti nostrani.

In questa direzione, quindi, va anche un’altra proposta ancora di indubbio interesse: la possibilità che il cosiddetto saldo e stralcio (cioè il maxi sconto sui debiti col fisco fino ad oggi consentito alle sole persone fisiche) venga esteso anche alle imprese in difficoltà. 
Ultima delle riforme in cantiere, che hanno a che fare con il fisco, è quella che riguarda la giustizia tributaria. In questo caso si hanno diverse proposte di legge presentate davanti ai due rami del parlamento: tre alla Camera (due disegni di legge presentati da Lega e M5S e un disegno di legge delega presentato da FI) e due al Senato (presentati da PD e FI) cui proprio in questi giorni si è aggiunto un terzo ad iniziativa della Lega (primo firmatario Sen. M. Romeo + 49), già assegnato in sede redigente alle Commissioni Giustizia e Finanze e Tesoro.

Intorno a queste proposte si agitano forti divergenze di opinione anche delle categorie professionali direttamente interessate (giudici, avvocati e dottori commercialisti ) il che, con il fatto che vi è un molteplicità di proposte di legge anche molto distanti tra loro, lascia pensare che il cammino di questa riforma, quanto mai necessaria, sarà molto travagliato.
Di carne sul fuoco, come si vede, ce n’è parecchia. Tuttavia, occorre capire cosa di tutto questo resterà solo fumo e cosa invece arrosto.
Ora, tanto attivismo ed impegno in ambito fiscale è certamente lodevole. 
Quello che piace meno è che in questo settore si continua a legiferare con la logica del “patchwork”.

Le singole riforme certamente colgono l’urgente esigenza di alleggerimento del carico fiscale ma contribuiscono ad alimentare quel fenomeno di stratificazione normativa e di proliferazione di regimi fiscali speciali che complica enormemente il quadro della normativa fiscale italiana.
Si tratta di un fattore troppo spesso fuori dai radar, ma la CGIA di Mestre ha calcolato che mediamente un imprenditore italiano è costretto ad impiegare qualcosa come 240 ore l’anno per poter eseguire gli adempimenti fiscali. 240 ore lavorative l’anno equivalgono in sostanza a circa un mese di lavoro che viene sottratto alla normale produzione, per un costo che la CGIA calcola in circa 31 miliardi l’anno: è una bella fetta di PIL. 
A questo si aggiunge il fatto che, come è emerso in un recente convegno presso l’Università Bicocca di Milano, l’Italia è il fanalino di coda tra i paesi OCSE per investimenti diretti dall’estero (Ide) e che la ragione è stata individuata non tanto nell’eccessiva pressione fiscale quanto nel fatto che il quadro normativo è troppo incerto e complicato.

Per dare un’idea dell’impatto di questo fattore sul sistema produttivo si pensi che si parla di meno dell’1% del Pil, contro il 2.5 della Spagna, l’1,8 Germania, l’1,5% della Francia e il 2,1 % del Regno Unito nonostante le incertezze dalla Brexit. 
Questo chiarisce che la necessità di sfoltire la giungla di cavilli nella normativa fiscale e di sistematizzare il tutto in un corpo organico di regole chiare e di univoca interpretazione è una priorità assoluta. E che questa pioggia di mini riforme, nonostante le intenzioni, rischia di concretizzarsi nell’ennesima occasione mancata.

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