evasione fiscale
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Tasse

Basta con le bugie sui controlli digitali contro l'evasione fiscale

Da oltre 20 anni se ne parla come metodo fondamentale per sconfiggere l’evasione fiscale e il nero, ma i dubbi degli esperti in merito alla sua effettiva efficacia sono tanti, soprattutto tecnici e sociali

L’incrocio sempre più serrato di dati bancari, transazioni con carte di credito, scontrini e movimenti bancomat è lo strumento con il quale l’esecutivo guidato da Mario Draghi promette, ancora una volta, di dare una nuova stretta all’evasione fiscale in Italia.

Questo avverrà concedendo al Fisco poteri di monitoraggio superiori a quelli che ha attualmente perché gli incassi della giornata avvenuti tramite Pos di negozi, bar, ristoranti e di ogni esercizio commerciale saranno trasmessi direttamente al Fisco.

L’agenzia delle entrate sarà così in grado di incrociare le transazioni e se gli scontrini battuti saranno inferiori agli incassi di carte e bancomat scatteranno le verifiche.

Inoltre chi non accetterà pagamenti tramite bancomat e carte di credito sarà sanzionato. L’entrata in vigore della doppia sanzione per gli esercenti che rifiutano i pagamenti tramite carte e bancomat è stata anticipata al 30 giugno e verrà corrisposta una sanzione di 30 euro per operazione, oltre a una maggiorazione dell’operazione ai fini fiscali del 4 per cento.

L’incrocio dei dati della transazioni bancarie è davvero utile?

L’incrocio dei dati fiscali, ciclicamente, torna alla ribalta come strumento dogmatico per sconfiggere l’evasione fiscale nel nostro Paese che si aggira intorno i 100 miliardi di euro.

I dubbi circa l’effettiva efficacia di una simile strategia sono però parecchi come sottolinea il Professor Raffaello Lupi ordinario di diritto tributario presso la facoltà di giurisprudenza dell’università di Roma – Tor Vergata

“Questo metodo di incrocio di dati – sbotta perentorio il Professore – è fuffa”.

Perché da un punto di vista tecnico questo sistema non funziona contro l’evasione fiscale?

“Perché si tratta dell’esportazione di un criterio contabile su milioni di persone e piccole organizzazioni dedite al consumo finale che di contabilità non ne hanno alcun bisogno; piccoli negozi la cui contabilità è gestita direttamente dal titolare e che operano con consumatori che si tagliano i capelli, riparano la macchina, vanno a prendere un aperitivo o fanno la spesa presso gli ambulanti. La contabilizzazione di questi scambi commerciali non è strutturata, ma imposta e non può venire loro imposta dall’alto per motivi meramente tributari”.

Diverso il caso della grande distribuzione o delle imprese commerciali maggiori

“Dove esiste la grande distribuzione – spiega ancora il Professor Lupi - si può utilizzare la loro contabilità per determinare i consumi di chi fa la spesa, i redditi dei dipendenti e fornitori e allora funziona ed è un buon strumento per far emergere, se c’è, il sommerso; ma è quando c’è una mini o micro impresa - ad esempio un alberghetto a gestione famigliare – che non c’è bisogno di documenti contabili e non glieli puoi costruire sopra soltanto per motivi fiscali perché son troppi. E’ chiaro, infatti, che i dati si possono incrociare ma lo si potrebbe fare, ad esempio, se in Italia ci fossero cinque, dieci alberghetti o simili, ma ce ne sono centomila e diventa impossibile. Essendo un’evasione di massa quella italiana (baristi, estetiste, idraulici, parrucchieri etc) non si può costruire una contabilità dove non c’è bisogno di contabilità.”

Del resto, come sottolinea l’ordinario di economia, fatta la legge trovato l’inganno.

“Il Pos si può appoggiare su qualsiasi conto e volendo si può cambiare il conto d’appoggio quando si vuole e può essere intestato a chiunque. Non è che il conto dove si appoggia il Pos lo sceglie l’agenzia delle entrate. La banca non può essere un sostituto d’imposta. La banca è solo un tramite”.

Alla luce di questa discrasia concettuale tra i diversi ruoli di amministrazione e controllo quali potrebbero rivelarsi degli strumenti efficaci, da un punto di vista tecnico, nella lotta all’evasione fiscale?

“C’è bisogno di affiancare alla determinazione documentale – cioè a tutto questo incrocio contabile di cui si parla – la presenza di controlli sul territorio a livello valutativo. Per molti il Fisco è una cosa che si vede solo in televisione. Ci sono province in cui la sede dell’ufficio dei controlli copre un territorio talmente vasto che finiscono per crearsi ‘zone franche’ in cui l’ispettore non si reca”.

E poi ribadisce “L’errore base è quello di voler determinare con i documenti contabili piccoli commercianti e artigiani che di documenti contabili non hanno la necessità creando una sovrastruttura tributaria che viene vissuta come una rottura di scatole e che può essere facilmente scavalcata con mille trucchi perché ormai anche il piccolo esercente è ‘sgamato’”.

Il problema alla base, secondo gli esperti, è che i piccoli e meno piccoli esercenti, tessuto connettivo dell’Italia imprenditoriale, sono schiacciati dalle tasse e dai tributi e fino a quando non crescono a sufficienza per sdoganarsi dal nero in quanto ormai troppo ‘visibili’ al Fisco per evadere sono impossibilitati a dichiarare tutto, pena la stessa esistenza del loro negozio.

Fa eco a Lupi, in questa direzione, anche il professor Gianni Lepre, economista e opinionista economico che a Panorama.it spiega:

“Il problema alla base è che vengono perseguite con accanimento le persone sbagliate e cioè i contribuenti che non hanno sufficiente liquidità per saldare il debito contratto. La macchina statale della riscossione s’inceppa perché va a perseguire delle persone che o per volontà o per incapacità non saranno mai in grado di restituire il debito che loro hanno con il Fisco. Bisognerebbe razionalizzare la lotta all’evasione fiscale e concentrarla verso la lotta ai grandi evasori. Non ha senso perseguire il piccolo commerciante che non emette lo scontrino fiscale. Gli si fa, magari, una sanzione da 160 euro, ma paradossalmente allo stato costa di più perseguirlo burocraticamente e giuridicamente piuttosto che lasciarlo evadere.

Storicamente in Italia tutti i governi promettono di stanare i grandi evasori, usando i sistemi più diversi. Redditometro, limitazioni al contante, indagini finanziarie, studi di settore, incrocio di dati bancari e ogni sei mesi qualcuno giura di aver trovato l’uovo di Colombo per sconfiggere l’evasione fiscale, ma alla fine – numeri alla mano – l’evasione fiscale monster dell’Italia resta invariata. Perché?

“Di recente – prosegue Lepre - il Fisco, tramite una comunicazione ufficiale, ha, in qualche modo, ammesso la sua ‘incapacità’ a perseguire chi evade le tasse dato che in Italia ci viene detto che ci sono giacenti 1.100 miliardi di euro da riscuotere dai contribuenti (una cifra cinque volte superiore al Recovery Fund). Ogni anno, inoltre, vengono emesse cartelle esattoriali per 70 miliardi di euro me ne vengono riscosse solo l’equivalente di 10 miliardi aumentando di anno in anno la quota d’evasione”.

Anche secondo il Professor Lepre l’incrocio dei dati dei pagamenti finirà, per l’ennesima volta, per rivelarsi un buco nell’acqua.

“Secondo me – esordisce Lepre - non funziona perché chi ha del contante comunque eviterà di pagare tramite Pos e lo farà con il consenso della controparte e invece il pagamento elettronico continuerà a farlo chi non ha nulla da nascondere: il dipendente o lo stipendiato ovvero chi può dimostrare di avere quello che spende”.

Il questo senso l’economista sostiene che più che la militarizzazione del pagamento elettronico servirebbe una maggiore liberalizzazione dell’utilizzo del contante

“Per me personalmente questo incrocio di dati che punta a colpire soprattutto la piccola impresa non porterà a nulla. Bisognerebbe, piuttosto, lasciare una maggiore libertà alla circolazione del contante. Secondo alcune statistiche gli italiani avrebbero oltre 200 miliardi di euro nascosti sotto i materassi. Soldi guadagnati legittimamente ma che non possono circolare per i limiti all’uso del denaro contante e che quindi entrano a far parte del sommerso pur essendo soldi frutto di fatica e lavoro.

Bisognerebbe quindi che le tasse venissero ridotte per consentire a tutta quella fascia di popolazione che evade ‘per sopravvivenza’ di tornare a essere in regola con i propri conti e concentrare invece la lotta all’evasione contro i grandi evasori. A questo va aggiunto che la lotta al contante non è produttiva né per l’economia né per lo stato perché non invoglia a spendere e istiga ad evadere.”

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