salario minimo europa italia regole come funziona
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Economia

Salario minimo e le contraddizioni di un’Europa a più velocità

Su 27 Stati membri già in 21 adottano la retribuzione minima obbligatoria che ha spaccato il fronte della politica italiana. Tra questi non c’è l’Italia, ecco perché

Tutelare la dignità del lavoratore imponendo una soglia minima di stipendio (di solito su base oraria) sotto la quale imprese e aziende non possono scendere per legge. Sarebbe questa la filosofia alla base del cosiddetto salario minimo vitale nodo attorno al quale l’Europa – da tempo – non riesce a trovare un accordo; accordo che invece oggi, pare, sia stato finalmente raggiunto con la stesura della direttiva UE firmata dal Parlamento europeo e dagli Stati Nazionali che aggancia il salario minimo o alla contrattazione collettiva oppure a una legge che definisca l’importo minimo.

La direttiva, però, non impone l’obbligo di istituire il salario minimo in tutti gli stati membri, ma si limita a stabilire le procedure per assicurare l’adeguatezza dei salari minimi laddove esistono, a promuovere la contrattazione collettiva per stabilire i salari e ad aumentare l’accesso effettivo alla tutela del salario minimo per i lavoratori che vi hanno diritto in base al diritto nazionale. Il tentativo sembrerebbe quello di mettere ordine su tanto importante quanto spinoso, anche se la strada è tutt’altro che scontata.

Salario minimo: il caso italiano

Su 27 Stati membri, infatti, bel 21 hanno già da tempo introdotto il salario minimo vitale, mentre in altri sei Paesi (tra i quali l’Italia) questo non esiste e potrebbe continuare a essere così. Non è detto, infatti, che l’approvazione della direttiva comporti cambiamenti nel nostro Paese. Secondo la direttiva, infatti, il salario minimo sarà obbligatorio solo in quelle nazioni in cui la contrattazione collettiva è “poco diffusa”.

E questo non è il caso dell’Italia dato che i contratti collettivi di lavoro coprono già circa l’80% dei lavoratori. Per quel 20% che resta fuori dalla contrattazione collettiva potrebbe essere previsto un intervento ad hoc. La retribuzione minima dovrebbe essere stabilita su base oraria e con differenze da settore a settore. Va inoltre considerato il costo della vita nel singolo stato nazionale e le tutele walfare previste dalla legge. Di fatto, quindi, la nuova direttiva vorrebbe mettere ordine in un settore che è tutto tranne che ordinato e che, già ora, evidenzia differenze macroscopiche tra un paese e l’altro dell’UE.

Salario minimo in Europa: la mappa

La forbice reddituale tra gli Stati, infatti, è talmente ampia che si palesa in maniera lampante la realtà di un’Europa a più velocità. La forchetta del reddito vitale, per dirla in altri termini, va dai 332 euro al mese in Bulgaria ai 2.256 in Lussemburgo. Nella zona alta della classifica ci sono, appena al di sotto del Lussemburgo Irlanda e Paesi Bassi, che rispettivamente fissano la cifra a 1.774,50 euro e 1.725 euro.

Seguono Belgio (1.658,23 euro), Germania (1.621 euro), Francia (1.603,12 euro), Spagna (1.125,83 euro) e Slovenia (1.074,43 euro). Scendono sotto i mille euro il Portogallo (822,50 euro), Malta (792,26 euro), la Grecia (773,50 euro), la Lituania (730 euro), la Polonia (654,79 euro), l’Estonia (654,00 euro), la Repubblica Ceca (651,70 euro), la Slovacchia (646 euro) e la Croazia (623,70 euro).

A chiudere la classifica si trovano l’Ungheria (541,73 euro), la Romania (512,26 euro), la Lettonia (500 euro) e la Bulgaria (332,34 euro). Non adottano il reddito minimo, oltre all’Italia, Danimarca, Cipro, Svezia, Finlandia e Austria.

Strumento contro la povertà o arma a doppio taglio?

Secondo il commissario Ue al lavoro Schmit “Questo è lo strumento giusto per fare in modo che la povertà lavorativa appartenga al passato e corrisponde anche ai nostri obiettivi: l’economia deve essere al servizio delle persone”. Gli fa eco il ministro per il lavoro Andrea Orlando che dichiara: “L’ok alla direttiva sul salario minimo apre una prospettiva per contrastare il lavoro povero e per dare a tutti i lavoratori un salario dignitoso”, ma la realtà, secondo gli analisti è più complessa.

L’esempio italiano, in questo senso, è lampante. Secondo i dati Inps, in Italia sono più di 5 milioni i lavoratori dipendenti che guadagnano meno di mille euro al mese. La quasi totalità (4,6 milioni) percepisce meno di 9 euro lordi all’ora (considerata la soglia minima per la retribuzione oraria). Si tratta del 30% del totale, così distribuito: il 26% nel settore privato; il 35% tra gli operai agricoli; il 90% tra i lavoratori domestici.

Nel caso in cui il nostro Paese dovesse introdurre il salario minimo, stando alla direttiva Ue, si dovrebbe garantire “un reddito minimo pari al 50-60% del salario mediano lordo”. Si parla quindi di circa 1.250 euro al mese, poco meno di 8 euro lordi orari e quindi addirittura si scenderebbe sotto la soglia della retribuzione oraria minima in un cortocircuito assistenziale dove la medicina finirebbe per essere peggiore del male. Se invece si rimanesse intorno alla soglia minima oraria (9 euro) l’aggravio per le imprese sarebbe difficile da sostenere e ne andrebbe a discapito il livello occupazionale.

Per farla breve: una colf finirebbe per non poter essere pagata meno di 2.000 euro al mese che salirebbero a 2.500/3.000 circa per una badante che vive in casa dell’assistito e così via. Costi che una famiglia media difficilmente sarebbe in grado di sostenere senza cadere nella tentazione del lavoro in nero. Il nodo chiave, per lo meno alle nostre latitudini, secondo gli osservatori sarebbe quello del taglio del cuneo fiscale motivetto che ricorre puntuale quando si parla del valzer del costo del lavoro in Italia ma che, ad oggi, non ha ancora trovato una soluzione adeguata.

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