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Jason Carter Rinaldi/Getty Images for Peroni
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Economia

Peroni: 5 cose che non sapete della sua storia

Il celebre marchio italiano potrebbe passare in nuove mani in seguito alla fusione AB InBev e SABMiller

La notizia

AB InBev ha fatto sapere che contatterà possibili acquirenti per il marchio Peroni. Lo riporta Bloomberg, confermando le indiscrezioni uscite in queste ore. La cessione è una mossa necessaria per rassicurare le autorità europee che si apprestano a valutare le nozze da 108 miliardi di dollari con SABMiller, dalle quali nascerà un’azienda a cui fa capo il 30% del mercato globale della birra. Lo scorso anno, Peroni ha rappresentato l’11% del totale a volume di 2,9 milioni di ettolitri di birra venduti da SABMiller. Oltre a Peroni, potrebbero passare di mano anche Corna e Grolsch. Alla vigilia di un potenziale nuovo passaggio di proprietà, ecco cinque curiosità sulla storia della birra italiana.

1 - Le radici

Abbandonata la bottega di pastaio del padre e dopo un’esperienza come bottigliaio, Francesco Peroni si trasferisce da Gallinate Novarese a Vigevano, allora parte del Regno di Savoia. Qui, nel 1864, apre una fabbrica per la produzione di birra. All’epoca, in Italia, il consumo pro capite della birra si attestava su 0,70 litri contro i 200 della Baviera. La fabbrica ha annessa una piccola birreria aperta al pubblico. La birreria ottenne di prolungare l’orario di apertura fino alle 23:30, mezz’ora in più rispetto alle osterie. E questo la aiuta a farsi notare presso i clienti della zona.

2 - L’innovazione

Giovanni Peroni, figlio del fondatore, trasferisce la produzione a Roma e separa la produzione dalla vendita che avviene in via Due Macelli, mentre la produzione si sposta a borgo Santo Spirito. La crescita del consumo di birra spinge Cesare, secondogenito del fondatore, a trasferirsi in Germania per imparare il metodo a bassa fermentazione che, con l’utilizzo del freddo, migliora la qualità della birra. Per poter completare il progetto, la Ditta Peroni, nel 1905, si fonde con la principale fabbrica di ghiaccio della capitale. Dal 1926 al 1938, Peroni acquisisce una serie di concorrenti: Birra Perugia, Birrerie Meridionali di Napoli, Birreria d’Abruzzo, Birreria Partenope e Birreria Livorno.

3 - La logistica

Passate le due guerre mondiali, Franco, figlio di Cesare, impone una nuova svolta all’azienda. Dopo ripetuti soggiorni negli Stati Uniti, si convince dell’importanza della razionalizzazione logistica e organizzativa delle unità produttive. Per questa ragione, nel 1953 inaugura una moderna fabbrica a Napoli, seguita da una a Roma e a Padova. Le acquisizioni continuano: dopo la Birra Dormisch di Udine, è la volta di Pilsen di Padova, Raffo di Taranto  e Whurer di Brescia.

4 - La pubblicità

Con gli anni Sessanta, aumentano le occasioni di consumo della birra presso i locali pubblici e la birra inizia a far parte della cultura italiana. Peroni ingaggia testimonial del calibro di Ugo Tognazzi, Fred Buscaglione e Mina. Nel 1963, nasce il marchio Nastro Azzuro reso popolarissimo nel 1965 da Solvi Stubing, la prima “Bionda Peroni” che contribuisce a far conoscere il marchio all’estero. A Stubing faranno seguito le americane Jo Whine, Lee Richard e Jennifer Driver; l’inglese Michelle Gastar, la sudafricana Anneline Kiel, la svedese Filippa Lagerbäck, la danese Camilla Vest. Unica italiana dell’elenco è Milly Carlucci, per la campagna del 1984. Nel 1983, inizia l’esportazione verso gli Stati Uniti e la razionalizzazione della produzione che si concentra a Roma, Napoli, Bari e Padova. Alla fine degli anni Novanta, l’azienda associa il proprio nome alla Nazionale Italiana di calcio e, con il nuovo millennio, sponsorizza anche il rugby.

5 - L’acquisizione

Nel 2003, Isabella Peroni, ultima proprietaria dell’azienda, vende la maggioranza delle azioni alla multinazionale sudafricana SABMiller. Peroni continua a produrre seguendo la propria ricetta che utilizza acqua di acquedotto filtrata per eliminare cloro ed elementi inquinanti e addolcita tramite la riduzione di calcio; malto d’orzo di varietà distica a semina primaverile, granturco non Ogm coltivato in cinque regioni italiane da un network di aziende agricole e luppolo di varietà saaz-saaz, tettnang e willamette.

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