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Economia

Meritocrazia: ecco come e perché sta impattando sul benessere economico

La nostra fiducia negli algoritmi rappresenta un problema per i lavoratori

Nel saggio “Weapons of math destruction” (Armi di distruzione matematiche), Cathy O’Neil, matematica e data scientist statunitense, accende i riflettori sull’uso e sull’abuso dei dati. Grazie alla tecnologia, le aziende, le scuole e i governi valutano i consumatori, i lavoratori e gli studenti attraverso una massa sempre crescente di dati disponibili sulla loro vita. Così come aveva previsto Frederick Taylor, iniziatore della ricerca sui metodi per il miglioramento dell’efficienza nella produzione, la misurazione pervade ogni aspetto del vivere sociale. Secondo O’Neil, la nostra fiducia negli algoritmi è andata troppo in là. Perché i modelli matematici non sono in grado di cogliere variabili non quantificabili come la motivazione o la passione. Inoltre, discriminano le persone che, per varie ragioni, non entrano nelle loro caselle. Basare decisioni su algoritmi imparziali invece che su valutazioni personali potrebbe sembrare un modo – e certamente così è stato all’inizio - per evitare favoritismi, nepotismo e altri pregiudizi, ma la verità è che i modelli statistici incorporano i pregiudizi di chi li scrivere. In sintesi: “I modelli sono opinioni racchiuse nella matematica”, osserva l’autrice.

I numeri chiamano in causa l'uguaglianza

La grande diffusione degli algoritmi, dunque, evidenzia un problema più grande: se anche i modelli fossero perfetti, viviamo in una cultura che affida ai dati le proprie decisioni? L’uso pervasivo dei dati, fa notare The Atlantic che dedica un articolo all’argomento, deriva senza dubbio dalla cieca fiducia che gli americani ripongono nella meritocrazia. E’ radicata nella cultura americana, infatti, la convinzione che le persone di maggior talento disposte a lavorare di più hanno diritto di avere successo. Ma questa mentalità si può applicare alla realtà solo facendo delle concessioni sul fronte dell’uguaglianza. Il risultato è una crudele distopia illustrata dal sociologo Michael Young nel suo libro del 1958 “L’avvento della meritocrazia”, in cui descrive una società modellata dalla continua valutazione del talento e dell’impegno, in cui le persone capaci prendono il potere, mentre le persone con meno talento sanno di dover biasimare solo se stesse per la loro condizione.

Un articolo del New York Times dello scorso anno ricorda che non siamo molto distanti da questo scenario: aziende come Amazon, infatti, analizzino incessantemente e minuziosamente ogni informazione, incluse le performance dei dipendenti. E non è un caso isolato: Starbucks e Walmart, per esempio, misurano la puntualità e la solerzia dei lavoratori. Come sottolinea O’Neil, l’alienazione da algoritmo è più un problema per i lavoratori meno specializzati: “Le persone privilegiate sono valutate dalle persone, le masse sono valutate dalle macchine”. Il singolo lavoratore, che si sente costantemente spinto a dare il massimo e a competere con i colleghi, paga un costo psicologico che può trasformarsi in un senso di inferiorità, in una incapacità a tenere il passo con il resto della forza lavoro. In una società che celebra la vittoria come valore supremo, chi non riesce a competere si sente più fortemente un perdente e le distanze fra chi ce la fa e chi non ce la fa, dunque, si allargano sempre di più.

Un concetto darwiniano

Proiettando queste modalità sull’esercito dei nuovi lavoratori poco skillati, quelli che formano i ranghi di Uber o di TaskRabbit e le legioni di freelance ed esponenti della gig economy, è facile notare come il tessuto sociale ha smesso di essere la rete di protezione che è sempre stata. Nel 1950, un terzo dei lavoratori apparteneva a un sindacato che assicurava tutela anche i lavoratori più deboli, oggi il dato è sceso a poco più del 10%. A partire dal dopoguerra, i sindacati in primis, ma anche il pensiero politico contribuivano a fare in modo che i lavoratori fossero pagati abbastanza, ricevessero benefit e sicurezza. E’ stato proprio questo modello, sostenuto da governi che cercavano di innalzare il livello di benessere collettivo, che ha permesso di costruire quell’ampia classe media che adesso si va assottigliando. Insomma, probabilmente è arrivato il momento di riconsiderare le implicazioni di un concetto darwiniano di meritocrazia. Per invertire la rotta, però, ci vorrà ben di più di una soluzione tecnica: forse bisognerà riconsiderare il significato di successo e il modo per valutarlo.

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