Economia

Luxleaks: le 5 cose da sapere

Il Lussemburgo e Juncker finiscono nella bufera dopo la pubblicazione di 28.000 documenti che dimostrano come le multinazionali raggirino il fisco

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Il nome è di quelli che resteranno negli annali del giornalismo investigativo. Si chiama Luxembourg Leaks o Luxleaks e ricorda, volutamente, la pubblicazione di documenti secretati negli USA sul sito Wikileaks.

Questa volta, però, Julian Assange non c'entra nulla: Luxleaks è l'ultima inchiesta firmata da un consorzio di 80 giornalisti e pubblicata in anteprima su 40 media di 26 paesi, che rivela il nome di 340 multinazionali "furbette" che hanno sfruttato scappatoie legali nei paradisi fiscali per pagare meno tasse.

Per vent'anni queste società, attive in Europa, grazie ad accordi segreti hanno dirottato miliardi di euro in Lussemburgo, raggirando il fisco nei rispettivi paesi di provenienza, che però sono stati privati di miliardi di euro di entrate tributarie.

Un'inchiesta destinata a creare forte imbarazzo nel mondo dei big della finanza e dell'industria, ma anche a Bruxelles. Di seguito vi spieghiamo il perché.

L'imbarazzo di Juncker

Jean - Claude Juncker

AP Photo/Geert Vanden Wijngaert

Il primo a finire sulla graticola è stato l’attuale presidente della Commissione Ue, il lussemburghese Jean - Claude Juncker, che è stato per 18 anni ministro delle finanze e premier del Gran Ducato: possibile che fosse all'oscuro di tutto? Ecco perché secondo molti osservatori dovrà rispondere all'opinione pubblica dei fatti raccontati da Luxleaks, in particolare del placet dato dal governo lussemburghese a tali pratiche fiscali.

La Commissione europea, a poche ore dalla divulgazione del materiale, ha fatto sapere che indagherà sugli accordi fra il Lussemburgo e centinaia di società internazionali per ottenere vantaggi fiscali pagando le tasse nel Granducato. Il caso sarà seguito dalla commissaria per la concorrenza e gli aiuti di Stato, Margrethe Vestager.

Quanto all'attuale presidente della Commissione Ue, il suo portavoce ricorda che il suo compito "è quello di far rispettare le regole europee in tutti i paesi, il Lussemburgo ma anche gli altri coinvolti nell'indagine".

"Quel che mi preoccupa di più è che le pratiche denunciate dall'inchiesta giornalistica sul sistema fiscale in Lussemburgo erano manifestamente legalmente possibili in diversi paesi”, ha commentato il presidente del Parlamento europeo, il socialdemocratico Martin Schulz.

Un trucco già noto

NOAH SEELAM/AFP/Getty Images

Gli escamotage per raggirare il fisco da parte delle grandi multinazionali sono già noti. La novità, tuttavia, è nella mole di documenti pubblicati (28.000) che provano come molte società abbiano utilizzato una complessa rete di prestiti interni tra le proprie controllate per alleggerire (o far scomparire) il peso delle tasse grazie ad accordi con il Lussemburgo.

Molti dei meccanismi utilizzati sfruttano i disallineamenti fiscali tra i vari paesi che permettono alle società di godere di aliquote inferiori, in alcuni casi anche all'1% sugli utili dichiarati. Ciò è possibile attraverso l'uso dei cosiddetti "prestiti ibridi", che sono una combinazione di capitale e debito usata spesso come strumento di pianificazione fiscale.

Alcuni paesi, infatti, classificano gli utili derivanti da tali strumenti come debito deducibile dalle tasse e tale disomogeneità ha spinto e continua a spingere alcune multinazionali ad aprire divisioni estere nei paesi dove si possono pagare poche tasse o essere esenti (come nel caso del Lussemburgo).

Dall'inchiesta, inoltre, è emerso il ruolo della società di consulenza PricewaterhouseCoopers che avrebbe assistito dal 2002 al 2010 molte multinazionali in almeno 548 accordi segreti con il Grand Ducato, per sfruttare il regime fiscale agevolato lussemburghese attraverso la creazione di complesse strutture finanziarie.

Le multinazionali furbette

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Nella bufera sono finite note multinazionali, attive nei più diversi settori: retail (Amazon, Ikea), beni di consumo (Procter & Gamble, Pepsi, Coca Cola, Heinz), energia (Gazprom), finanza (Axa, Deutsche Bank), telecomunicazioni (Vodafone, Verizon), hi -tech (Apple) e addirittura le tre più grandi banche banche della Svizzera (a sua volta un paradiso fiscale) come Crédit Suisse, UBS, Julius Baer.

Le imprese italiane coinvolte nell'inchiesta

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Tra le società che hanno sfruttato le agevolazioni del Gran Ducato compaiono anche 31 aziende italiane o operanti in Italia: imprese di Stato come Finmeccanica, i due colossi del credito Intesa San Paolo e UniCredit, ma anche importanti banche nazionali, come UBI Banca Banca Popolare dell'Emilia Romagna, o istituti di credito regionali come Banca Marche, banca commissariata da Bankitalia nel 2013, e la piemontese Banca Sella.

Chi sono gli 80 giornalisti dell'inchiesta

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A condurre l'inchiesta giornalistica sono stati 80 cronisti associati all'International Consortium of Investigative Journalists (Icij), che lavorano per importanti quotidiani e settimanali europei.

Fondata nel 1997 dal giornalista televisivo americano Chuck Lewis (ex ABC e CBS), il consorzio indipendente di giornalisti investigativi si è specializzato negli anni in tematiche internazionali che spaziano dalla politica all'economia, con un particolare focus sul crimine e sulla corruzione.

L'Icij raggruppa 185 giornalisti investigativi presenti in 65 paesi e collabora con le principali testate di tutto il mondo.

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