Lavoro

Come cambiare la legge Fornero senza far saltare i conti dell'Inps

La proposta di Alberto Brambilla di Itinerari previdenziali prevede una maggiore flessibilità all'uscita dal mondo del lavoro dai 64 ai 70 anni di età

Guido Fontanelli

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Cancelliamo la legge Fornero” insiste il leader della Lega Matteo Salvini. “Impossibile, il debito previdenziale supplementare sarebbe di cinque punti di Pil, circa 85 miliardi” replica il presidente dell’Inps Tito Boeri. Quindi la riforma delle pensioni varata dal governo Monti è intoccabile? Buttarla nel cestino come è stato promesso in campagna elettorale, e forse questa è stata una delle ragioni del successo del centrodestra, non è in realtà possibile?

La verità, come spesso accade, sta in mezzo. Intanto perché la riforma Monti-Fornero ha già subito alcune modifiche abbastanza importanti, che comportano un costo non indifferente. E poi perché si potrebbe provare ad eliminare non l’intero provvedimento, ma solo le sue parti più indigeste.

Ne è convinto Alberto Brambilla, 68 anni, presidente del Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali che da 20 anni si occupa di pensioni e protezione sociale. Brambilla, già sottosegretario al ministero del Welfare, con delega alla previdenza sociale, dal giugno 2001 al maggio 2005 nei due governi Berlusconi, ha messo a punto una proposta che potrebbe riparare i danni della legge a un prezzo accettabile.

Sistema ingessato

Intanto cerchiamo di capire quali sono le parti più critiche della riforma Monti-Fornero: “La legge si può scomporre in 2 parti” spiega Brambilla. “La prima, che recepisce i contenuti delle precedenti riforme incluso quelle dell’ultimo governo Berlusconi, ha introdotto l’aggancio dell’età di pensionamento all’aspettativa di vita e la revisione triennale dei coefficienti di trasformazione, quei numerini che trasformano i contributi versati in pensione. La seconda parte, quella più discutibile, ha introdotto un forte innalzamento dell’età pensionabile che nei casi limite arriva addirittura a circa sei anni, fatto mai accaduto nella lunga storia di riforme da Amato, Dini, Prodi, Berlusconi che avevano adottato l’incremento di un anno ogni 18 mesi; ha stabilito inoltre l’eliminazione della pensione di anzianità o di vecchiaia anticipata con l’abolizione del requisito di 40 anni di anzianità contributiva; e poi ha imposto l’indicizzazione, errore gravissimo, dell’anzianità contributiva alla speranza di vita. Così si è di fatto ingessato il sistema e per accedere alla pensione ora servono 66 anni e 7 mesi di età (67 anni dal 2019) oppure una anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi (43 anni e 2 mesi dal 2019) per i maschi e 41 anni e 10 mesi (42 anni e 3 mesi dal 2019) per le femmine con enormi ripercussioni negative per i cosiddetti precoci cioè quelli che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni di età; di questo passo tra pochi ani occorrerà avere 45 anni di anzianità contributiva, requisito che non è richiesto da nessun sistema pensionistico Ocse”.

Un tabù violato

Pur essendo considerata una sorta di oggetto sacro inviolabile, la riforma è già stata ritoccata in alcuni punti. “I governi Letta, Renzi e Gentiloni hanno dovuto correggerla con otto salvaguardie di cui hanno beneficiato oltre 130 mila lavoratori andati in pensione con le regole pre Fornero, e con l’Ape Social che ne salvaguarderà altri 45 mila circa. In totale più di 175 mila lavoratori sono stati esentati dalle rigidità Fornero: dal 2013 al 2018 una media annua di oltre 29 mila. Inoltre l’ultima legge di bilancio, per aumentare il numero dei salvaguardati, si è pure inventata i lavori “gravosi” di cui manca una precisa definizione e che sta riportando il sistema previdenziale agli anni della giungla pensionistica dove ogni categoria torna come negli anni della spesa facile, ad avere regole diverse. Pensare che ci sono voluti vent’anni per arrivare ad un sistema standardizzato come nei migliori Paesi Ocse. Non credo occorra altro per dimostrare i difetti della riforma”.

Il risultato di questi interventi è che il risparmio promesso dalla riforma si è già ridotto. E di un bel po’, secondo i calcoli del centro studi di Itinerari previdenziali: “La legge Fornero indicava in 86 miliardi il risparmio di spesa nei 10 anni dal 2012 al 2022; tra salvaguardie e Ape social i risparmi scendono di circa 12 miliardi; a questi vanno sommati i costi dei sussidi ai disoccupati e gran parte del reddito di inserimento, il Rei. Quindi come si vede, senza troppo clamore, i tre ultimi governi hanno già eroso il 20 per cento dei risparmi”.

Premiare il lavoro

A questo punto Brambilla precisa la sua ricetta per “umanizzare” il sistema pensionistico limitando il più possibile i danni: “Lo spirito di riformare la legge cancellando i provvedimenti che hanno creato i maggiori problemi è quello di introdurre uno schema universalistico flessibile uguale per tutti i lavoratori superando la rigida impostazione Fornero (e anche i provvedimenti del governo Gentiloni, Ape social e lavori gravosi che inevitabilmente creano disparità tra i lavoratori); e premiare il lavoro e chi ha lavorato a lungo consentendo di poter accedere al pensionamento in modo flessibile in funzione dello stato di salute del lavoratore, della sua situazione familiare e delle condizioni generali che possono influire positivamente o negativamente sulle decisioni del lavoratore stesso. Insomma l'uomo non è una confezione di alimenti con una precisa scadenza. Del resto i sistemi pensionistici che adottano il contributivo prevedono tutti uno schema flessibile”.

La controriforma in 5 punti

In pratica, secondo Brambilla, occorrerebbe introdurre una serie di cambiamenti i cui punti principali sono i seguenti:

  • consentire il pensionamento di vecchiaia anticipata al raggiungimento dei 64 anni di età anagrafica con almeno 36 anni di contributi (quota 100); si introduce così una flessibilità in uscita tra i 64 e i 70 anni. La pensione sarà calcolata con il metodo contributivo per i versamenti decorrenti dal gennaio1996;
  • consentire il pensionamento con 41 anni di anzianità contributiva di cui non più di due anni di contribuzione figurativa: l'anzianità contributiva viene svincolata dalla aspettativa di vita e la pensione è calcolata applicando sull'anzianità contributiva decorrente dal gennaio 1996 il calcolo contributivo.
  • la contribuzione per la previdenza a carico degli iscritti alla gestione separata è ridotta dalla stessa data al 24 per cento di cui un terzo a carico del lavoratore e due terzi del committente, oltre alle aliquote per le prestazioni temporanee (malattia, maternità, disoccupazione) e Inail.
  • le pensioni di invalidità possono essere certificate solo dalla commissione medica mista Inps- Inail; per tutti coloro che verranno certificati, la pensione di invalidità è equiparata alla pensione minima (508 euro).
  • dal 1° gennaio 2019 reintrodurre l'indicizzazione delle pensioni all'inflazione nella misura del 100 per cento fino a tre volte il minimo, 90 per cento da tre a cinque volte il minimo e 75 per cento oltre cinque volte la prestazione minima.

Costa 50 miliardi

Tutto questo quanto costerebbe? “Stimiamo un costo annuo delle proposte ad un massimo di 50 miliardi in 10 anni” sostiene Brambilla. “Le coperture sono ampiamente dimensionate e fattibili e potranno essere reperite per esempio attraverso la riduzione delle spese per le prestazioni temporanee, Naspi (compresa la contribuzione figurativa a carico dello Stato) e altre prestazioni di disoccupazione di cui beneficiano coloro che sono stati espulsi dal mercato del lavoro e non hanno alcuna pensione; la flessibilità può essere coperta per il periodo massimo di 5 anni dai fondi di solidarietà cui le aziende già versano il contributo dello 0,30 per cento e che verrà incrementato dalle aziende stesse in funzione del numero di lavoratori inseriti in tali fondi; un'altra copertura è rinvenibile nei fondi già impiegati per Ape social, per i lavori gravosi e parte del Rei, da un riordino delle varie spese per l'assistenza e dalla istituzione di una anagrafe dell'assistenza che può produrre agevolmente risparmi per circa 4 miliardi l'anno”.

Per quanto riguarda il timore che una controriforma del genere possa far saltare il sistema, Brambilla è ottimista: “Il rafforzamento del welfare aziendale introdotto negli ultimi due anni, il salario minimo, una revisione ragionata dell’organizzazione del lavoro e dei relativi contratti e gli incentivi alle imprese renderanno più competitivo il mercato del lavoro e consentiranno di portare il rapporto attivi pensionati dall’attuale 1,43 attivi per pensionato a 1,6 rendendo ancora più sostenibile la finanza pubblica e il sistema pensionistico”.

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