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Industria

Whirlpool di Napoli, è finita. Per colpa dei sindacati e dei grillini

Alla fine si è arrivati dove l'azienda voleva: chiusura della fabbrica campana. E per due anni i sindacati e chi si era occupato del caso hanno cercato solo di salvare le apparenze con aiuti di Stato

«Con la presente le comunichiamo il recesso della nostra società dal rapporto di lavoro con lei intercorrente con effetto immediato al ricevimento della presente». Firmato Whirlpool. È questo il contenuto della lettera che ha come oggetto "licenziamento ex artt. 24 e 4, legge 223/1991" che stanno ricevendo tutti i 327 operai dello stabilimento di lavatrici di alta gamma di Napoli.

Gli operai licenziati possono scegliere però tra «un incentivo all'esodo di 85mila euro lordi» e «il trasferimento all'unità produttiva di Cassinetta di Biandronno (Varese)».

Due prospettive che ai sindacati non bastano, e non sono mai bastate sin dal principio. Gli operai (a Napoli non ci sono dirigenti o impiegati) inizialmente infatti erano 420, ridotti di un centinaio con l'incentivo all'esodo che all'epoca era di 75 mila euro e che molti avevano già accettato.

Sindacati che non hanno mai accettato neppure l'impegno di nuovi insediamenti societari. Hanno sempre detto no a tutto, alla pari del Governo che negli ultimi tre anni ha rifiutato ogni categorico e irremovibile annuncio di licenziamento da parte dell'azienda. E per evitarlo ha proposto, sempre, per ben tre anni, una sola alternativa: sussidi all'impresa e cassa integrazione alla società. Tutto tranne che lavoro. Ma l'azienda era stata chiara sin dall'inizio: a Napoli si chiude. Per una sola ragione: è uno stabilimento che non produce guadagni. Anche se gli altri settori di elettrodomestici fabbricati negli altri siti industriali italiani sono invece in forte espansione. Ma a Napoli si realizzano lavatrici di alta gamma, un prodotto che da troppi anni, con tutti i tentativi di rilancio, proprio non va. Lo ha scritto anche il giudice del lavoro, che stamattina ha rigettato il ricorso dei sindacati: "La società giustifica la chiusura del sito napoletano per impossibilità del raggiungimento dell'obiettivo prefissato del cd break-even, consistente nella vendita di 660.000 unità annue, stimato per il 2021. Obiettivo non perseguibile alla luce dei dati che, acquisiti solo successivamente, dimostravano, contrariamente alla previsioni, un calo ulteriore nelle vendite nel 2018 e nei primi mesi del 2019 anche in ragione di eventi macroeconomici interessanti il mercato estero ed europeo.

Deve pertanto ritenersi che non sia espressione di antisindacalità - scrive il giudice del lavoro di Napoli, Maria Rosaria Lombardi- il comportamento avuto dalla resistente, che non ha proseguito sin dal maggio del 2019 negli investimenti, così come previsto dal piano, e che ha cessato l'attività produttiva nel sito dal primo novembre 2020. Trattasi di scelte costituenti estrinsecazione del diritto di libertà di iniziativa economica previsto in Costituzione che, sebbene possa subire limiti per esigenze di carattere sociale, non può essere vincolato se non per volontà dell'avente diritto.

A parere di chi scrive - conclude il giudice - il piano industriale non è fonte diretta di obblighi nei confronti delle parti sociali, ma piuttosto costituisce un documento che illustra in termini qualitativi e quantitativi le intenzioni del management relative alle strategie competitive dell'azienda, le azioni cioè che saranno realizzate per il raggiungimento degli obiettivi strategici al fine di ottenere la fiducia sullo stesso".

Quella del ricorso al tribunale era una delle due possibilità che si erano dati i sindacati per evitare il licenziamento. Ed è andata male. L'altra, ancora peggio. Ed è quella affidata, per l'ennesima volta, alla politica.

Stavolta la finta speranza è stata data da Andrea Orlando che meno di due settimane fa aveva promesso "garantiremo continuità occupazionale". Continuità occupazionale che nella concezione del lavoro dell'attuale Ministro equivale a cassa integrazione. Altre 13 settimane di tempo avevano chiesto all'azienda (già fisicamente chiusa da un anno) che, ancora una volta, è stata chiara: per noi sono insostenibili, dobbiamo chiudere. E il motivo è che non si fidano più dello stato italiano. L'annuncio infatti è stato dato direttamente dal board americano. Secondo Whirlpool accettare il prolungamento delle cig significherebbe rischiare che il governo faccia un'inversione di rotta sullo sblocco dei licenziamenti approvato a fine mese, ripristinando lo stop a ottobre, rimanendo incastrata per l'ennesima volta.

La prima era stata nel 2018. Di fronte a una crisi sullo stabilimento di Napoli già conosciuto nei bilanci e nella cassa integrazione, fu l'allora Ministro DI Maio a dichiarare "Whirlpool, accordo raggiunto: nessuno perderà il lavoro".

L'accordo prevedeva un investimento di 250 milioni su tutti gli stabilimenti italiani (quasi 5 mila dipendenti diretti), in cambio da parte del governo di casa integrazione straordinaria tramite ammortizzatori sociali conservativi.

L'accordo prevedeva un controllo semestrale con sindacati, ministeri e azienda. Alla prima riunione, maggio 2019, nelle slide sugli ottimi risultati per siti italiani, spunta una x sullo stabilimento di Napoli. Solo lì le cose continuano ad andare male. Dimaio fa una sceneggiata e annuncia di voler ritirare i 20 milioni di finanziamenti. Fu Calenda a svelare, carte alla mano, che in realtà Dimaio sapeva da aprile della chiusura di Napoli annunciata con una lettera dell'azienda al Ministero cui erano seguiti incontri tra lo stesso e Invitalia. Ma per non compromettere la campagna elettorale delle europee, il ministro 5 stelle aveva aspettato il risultato delle elezioni per comunicarlo ai sindacati.

Si arriva con la cassa integrazione (senza alcuna formazione) fino al cambio di governo, con Patuanelli che scarica il dossier direttamente a Conte. Whirlpol trova anche un possibile acquirente: la Prs azienda svizzera di frigo conteiner. I sindacati si mettono di traverso, e Patuanelli li segue.

Arriva la cassa integrazione Covid e l'azienda chiude definitivamente lo stabilimento di Napoli.

A luglio avvia la proceduta che in 75 giorni porterà alle lettere di licenziamenti.

Il governo annuncia un fantomatico consorzio che possa rilevarla, anche se non fa lavatrici ma mobilità sostenibile. Ed è tutto da creare, se ne occuperà il governo. I sindacati vogliono i nomi, accettano solo se sono aziende solide. Ma i nomi non si possono fare, dice la sottosegretaria Todde tra le lacrime. Le sue. È lei infatti che è stata messa da Giorgetti, in altre faccende affaccendato tra una pizza con Dimaio e una chat con Salvini, a seguire li tavoli di crisi. Lei va a Napoli e piange. Orlando promette e non mantiene. Di Maio festeggia. Il sindaco Manfredi parla di operai modello. I sindacati manifestano, occupano, rifiutano. Quando l'allora segretario generale della Fim Bentivogli dopo l'ennesimo incontro a vuoto col Governo fu il primo a dire la verità, cioè che non c'erano alternative alla chiusura, alcuni di loro lo picchiarono sotto il Mise.

Oggi lo ammettono tutti "Nell'incontro tenutosi stasera, presieduto dal viceministro Todde- hanno dichiarato i metalmeccanici due giorni fa- il Ministero dello Sviluppo economico non è stato in grado di assicurare quella continuità occupazionale ai lavoratori della Whirlpool di Napoli che pure aveva a più riprese promesso. Il Governo si è inizialmente schermito dietro al fatto che Whirlpool avrebbe ritirato la disponibilità ad effettuare un trasferimento di azienda, ma poi è emerso che nemmeno da parte governativa c'è alcun progetto concreto che preveda di scongiurare i licenziamenti e di assicurare la continuità occupazionale. Anzi l'unico percorso prospettato da parte del Ministero dello Sviluppo economico prevede che la riassunzione dei lavoratori, che nel frattempo evidentemente verrebbero licenziati, partirebbe dopo sei mesi dalla data di perfezionamento del piano di investimenti del consorzio, al momento previsto per il 15 dicembre.

Si tratta di un percorso che evidentemente non scongiura i licenziamenti e tradisce le promesse fatte".

Restano 327 persone con una lettera di licenziamento e la possibilità di scegliere se prendere 85 mila euro per l'esodo definitivo, o andare a lavorare nello stabilimento di Varese che produce elettrodomestici a incasso, e vanno molto bene con produzione e vendite.

Forse se lo avessero accettato quando l'aveva detto l'azienda, già tre anni fa, bloccata dalla politica, oggi sarebbero tutti serenamente ricollocati. E invece qualcuno ancora promette altra cassa integrazione.

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