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Catena di montaggio nello stabilimento Ford di Detroit, in Michigan (Getty Images).
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Industria

La crisi dei microchip frena l'industria automobilistica

La scarsità delle materie prime, a partire dai semi-conduttori, rischia di pregiudicare la ripresa dell'economia post-pandemica.


La carenza di microchip frena le attività dell'industria automobilistica: tra le grandi case le ultime in ordine di tempo ad annunciare uno stop alla produzione sono state le statunitensi General Motors e Ford. La prima taglierà le attività di due impianti che producono pickup, mentre Ford la ridurrà in tre stabilimenti a partire dalla prossima settimana.

I componenti elettronici sono infatti essenziali nella produzione dei veicoli, perché vengono usati per l'assemblaggio di vari pezzi, dai motori agli airbag, fino agli schermi presenti nelle autovetture. Le case automobilistiche devono rivaleggiare per le – scarse - forniture con i colossi dell'elettronica: questi ultimi verrebbero privilegiati agli occhi dei produttori perché utilizzano chip di concezione più avanzata rispetto a quelli adoperati nell'automotive, e quindi più costosi.

Gli stop hanno riguardato anche Stellantis, la casa nata dalla fusione di Fca e Psa, che nelle scorse settimane ha bloccato la produzione negli stabilimenti di Rennes e Sochaux, in Francia, e in quello tedesco di Eisenach. In Italia è stata invece sospesa la riapertura dello stabilimento di Melfi, proprio per la carenza di componenti elettronici: la fabbrica riprenderà le attività dal 13 settembre, ma solo per cinque giorni, e poi si fermerà come era già successo per Pomigliano d'Arco e per il sito Sevel di Atessa, in provincia di Chieti.

Per il settore automotive italiano, il cui indotto – solo per la parte della produzione – vale il 7% del Pil, la crisi dei chip si somma a un altro grande svantaggio: il costo dell'energia. Le grandi imprese del nostro Paese pagano infatti bollette salatissime rispetto al resto d'Europa: per realizzare in Italia una 500 elettrica bisogna calcolare 1.200 euro di puri costi industriali, mentre una Opel corsa elettrica prodotta a Saragozza ne costa 500.

La crisi dei chip non sta risparmiando nemmeno la Germania, dove la Daimler si sta preparando nei prossimi giorni a riavviare le operazioni in alcune fabbriche rimaste inattive nelle scorse settimane, sempre a causa della scarsità di chip. Anche Mercedes conta di riprendere la prossima settimana l'attività in quattro fabbriche tra Germania e Ungheria. Solo uno stabilimento, quello tedesco di Sindelfingen, rimarrà parzialmente chiuso.

Secondo Ola Kallenius, presidente del consiglio di amministrazione di Mercedes, la carenza di semiconduttori influenzerà le entrate e probabilmente avrà effetti «notevoli» sulle vendite del terzo trimestre. Da parte sua, anche Ford ha annunciato, il primo settembre, di voler chiudere l'assemblaggio della Fiesta nel suo stabilimento di Colonia: lo stop durerà almeno due settimane ed è dovuto al mancato arrivo dei componenti dalla Malesia. Nello stabilimento gli addetti all'assemblaggio della Fiesta sono un terzo del totale, 5.000 su 15.000.

Una situazione critica, che sta facendo sentire le sue conseguenze anche sul mercato dell'auto. In agosto le immatricolazioni in Italia sono calate del 27,3% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso, a causa del venir meno degli incentivi alla rottamazione previsti per il primo semestre, a cui «si è aggiunto l'estendersi della crisi nelle forniture di microchip, con ripercussioni pesanti sull'attività produttiva e quindi sui tempi di consegna delle autovetture», osserva il presidente del centro studi Promotor, Gian Primo Quagliano. E l'allarme riguarda tutte le imprese, in particolar modo le più piccole.

«L'irreperibilità delle materie prime, causata dallo sconvolgimento delle tradizionali catene di approvvigionamento e l'aumento dei prezzi delle stesse, a partire dai semiconduttori, dai chip, dall'acciaio e dal legname, rischiano non solo di pregiudicare la ripresa economica post-pandemica a livello globale, la produzione industriale, l'elettronica, la logistica e l'industria dei macchinari e la realizzazione dei progetti legati al Recovery Fund, ma penalizzano, in maniera esiziale, i tentativi di sopravvivenza e di recupero delle micro, piccole e medie imprese» è la denuncia del segretario generale di Unimpresa, Raffaele Lauro.

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