Euro

I rischi del deficit oltre il 3%

La campagna elettorale italiana si riscalda attorno ai vincoli di bilancio europei. Ma non rispettarli è un salto nel buio

di-maio

Andrea Telara

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Andare oltre il tetto del 3% nel rapporto deficit/pil. Da giorni, nella campagna elettorale italiana, si discute attorno alle dichiarazioni del leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio che, se diventasse premier, vorrebbe non rispettare per qualche anno i vincoli di bilancio europei, quelli che impongono appunto di contenere il disavanzo dello Stato al di sotto dei tre punti percentuali rispetto al prodotto interno lordo. 

Multa da Bruxelles 

Ma cosa comporterebbe per l’Italia il mancato rispetto di questi obblighi, fissati nel 1997 con la firma del Patto di Stabilità e Crescita, che diede il via alla nascita dell’euro? Le regole comunitarie prevedono una sanzione a carico dello Stato inadempiente, compresa tra lo 0,2 e lo 0,5% del pil, a seconda dell’entità dello sforamento del tetto. 

A parte queste procedure formali, che possono essere sospese nel caso in cui un governo concordi con Bruxelles un piano di rientro, un mancato rispetto degli accordi europei avrebbe però delle conseguenze politiche ed economiche oggi difficilmente prevedibili. Il patto di Stabilità, ritenuto da molti osservatori troppo rigido, fu ideato in primis per offrire una garanzia a quei paesi che erano restii a dar vita a un’ Unione Monetaria, mettendosi assieme a nazioni come l’Italia considerate a torto o a ragione troppo spendaccione, a causa di un  debito pubblico enorme. 

Tra debito e pil 

Obbligando tutti a tenere a bada il deficit, insomma, si voleva avere sotto controllo anche i rispettivi debiti pubblici. Poi, però, è arrivata la grande crisi economica del 2007-2008 che ha spinto molti a mettere in discussione il Patto di Stabilità . Con questo vincolo rigido del 3%, infatti,  i trattati europei hanno spesso impedito a diversi paesi (Italia compresa) di adottare misure anticiliche, cioè di spendere un po’ più del previsto per fare investimenti e far ripartire l’economia. 

E’  questa la posizione di Di Maio e di altri contestatori del Patto di Stabilità che, in sostanza, propongono una cosa: sforare il tetto del 3% per fare investimenti “a elevato moltiplicatore”, cioè con un alto impatto sulla crescita e economica. L’obiettivo è in sostanza spendere un po’ di più e  far salire con maggiore velocità il prodotto interno lordo, affinché si abbassi il rapporto debito/pil.  Se infatti la ricchezza nazionale aumenta a un tasso maggiore dell’indebitamento, lo stesso debito diventa più sostenibile. 

La tenuta dell’Eurozona

Peccato, però, che si tratti di considerazioni molto astratte che non tengono conto di parecchi fattori. Innanzitutto, sorge spontanea una domanda: come reagirebbero gli altri paesi europei se uno dei membri piu’ indebitati dell’Unione Monetaria, cioè l’Italia, dicesse unilateralmente  di voler sforare il tetto del deficit del 3%? Di sicuro la stabilità dell’Eurozona e la fiducia reciproca tra tutti i suoi componenti subirebbero un duro contraccolpo.

E come reagirebbero i mercati di fronte a questo scenario? E’ una domanda tutt’altro che campata in aria visto che, attualmente, le piazze finanziarie internazionali mostrano una certa fiducia riguardo alla stabilità dell’area euro soltanto grazie alla presenza di un’istituzione comunitaria: la Banca centrale europea (Bce) guidata da Mario Draghi, che ha azzerato il costo del denaro e inondato di liquidità i mercati, riuscendo così a neutralizzare la speculazione contro i titoli di stato dei cosiddetti paesi periferici, Italia compresa. 

L’incognita spread

Cosa succederebbe se, in un’Eurozona tornata a all’improvviso di nuovo instabile, venisse meno l’ombrello della Bce?  Non va dimenticato che oggi circa il 40% del debito pubblico italiano è in mano a investitori esteri, che non si farebbero certo problemi a venderli all’istante qualora temessero nuove turbolenze nell’Eurozona. 

C’è il rischio, insomma, che i prezzi dei nostri Buoni del Tesoro colino a picco facendo lievitare gli interessi e gli spread, cioè i loro differenziali di rendimento con i bund tedeschi, i titoli di stato del paese europeo giudicato più solido dal punto di vista finanziario. Ovviamente, è facilmente immaginabile le difficoltà che attraverserebbe una nazione già ultra indebitata come l’Italia  se fosse costretta a finanziarsi con alti assi d’interesse, mentre oggi riesce a farlo a basso costo , proprio grazie alla Banca centrale europea. 

I casi di Francia e Spagna

A parte le preoccupazione dei mercati finanziari, però, c’’è un altro interrogativo che merita risposta: siamo proprio sicuri che sforando il tetto del 3% di deficit il prodotto interno lordo torni a crescere così velocemente da far calare il rapporto debito/pil? Ci sono diversi dati che, a rigor di logica, dimostrano il contrario. 

Dal 2007 in poi, per esempio, l’Italia ha sempre rispettato il limite del 3% di disavanzo, tranne che nel biennio 2009-2011, quando la grande recessione mondiale ha fatto crollare le economie di tutti i paesi industrializzati, dalla Germania agli Usa, passando per il Giappone. Questo rigore di bilancio dei governi di Roma ha frenato l’economia, è vero. Ma, bene o male, ha tenuto in qualche modo a bada il nostro debito pubblico, cresciuto in dieci anni di 30 punti percentuali, dal 100 al 130% del pil. 

Ci sono altri paesi che hanno sforato il tetto del 3%, senza però riuscire a far calare il loro rapporto debito/pil, che è salito invece a ritmi più veloci che in Italia. E’ il caso della Francia e della Spagna che non hanno mai rispettato il vincolo del 3% negli ultimi 10 anni e hanno visto comunque lievitare il rapporto debito/pil . Nella Penisola iberica questo indicatore era al 40% nel 2007 e oggi è arrivato al 100%. In Francia, invece, il rapporto debito/pil era al 64% nel 2007 e oggi supera il 95%. A giudicare da questi numeri, insomma, non sembra che sforare il 3% aiuti molto a rendere il debito più sostenibile.

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