Perché la Turchia è sull'orlo di una crisi economica

Con disoccupazione e inflazione alle stelle, l'attacco americano alla lira rischia di far precipitare il paese nella recessione

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan – Credits: Chris McGrath/Getty Images

Claudia Astarita

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"Ho appena autorizzato il raddoppio delle tariffe su acciaio e alluminio nei confronti della Turchia, poiché la sua valuta, la Lira turca, si sta rapidamente deprezzando contro il nostro forte dollaro!". E' stato questo tweet di Donald Trump a innescare quella che potrebbe trasformarsi in una crisi tremenda per l'economia turca e non solo. Venti per cento di dazi sull'alluminio, cinquanta sull'acciaio, e il valore della lira turca in poche ore ha perso il 13,5% del suo valore sul dollaro, e la Borsa di Istanbul è colata a picco.

Cosa è successo

Se è vero che in 24 ore la lira ha perso oltre il 10 per cento del suo valore, è anche vero che da gennaio a oggi la moneta si è deprezzata del 34 per cento. La perdita complessiva delle borse ammonta invece al 17 per cento, mentre l'inflazione è arrivata a toccare quota 15. 

Se questi numeri confermano una crisi economica già in corso, e non una innescata dagli Stati Uniti, è importante ricordare come la reazione americana non sia soltanto legata alla necessità di "favorire l'interesse americano nelle relazioni economiche con la Turchia", quanto una vera e propria ritorsione contro il mancato rilascio da parte del regime di Recep Erdogan del pastore americano Andrew Brunson, arrestato in Turchia nel 2016 con l'accusa di terrorismo e spionaggio e ora agli arresti domiciliari.

Prodromi di una crisi annunciata

Anche isolando l'effetto dazi, le difficoltà economiche della Turchia restano tantissime. Anzitutto c'è un problema di investitori: sono tanti gli operatori finanziari convinti che le società turche che si sono buttate nel boom delle costruzioni oggi siano sempre meno in grado di ripagare i loro debiti, e oggi, con una valuta nazionale ancora più debole, l'ammontare dei prestiti è diventato ancora più insostenibile. 

Cosa farà Erdogan

A queste incertezze si aggiungono quelle generate da una politica economica, quella del Presidente Erdogan, che non ha elementi di prevedibilità. E se da un lato il suo controllo assoluto dei mercati permette di agire con decisione, dall'altro nessuno può sapere cosa deciderà di fare e quando. Tant'è che il suo ultimo appello "Non dimenticate questo: se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro Dio" e "Non dategli credito. Oggi stiamo meglio di ieri e domani staremo ancora meglio - ha promesso - Non ho dubbi su questo. Noi lavoriamo sodo" hanno suscitato non poche perplessità.

Secondo gli esperti, immaginare che il Presidente turco possa decidere di alzare i tassi di interesse, per stimolare gli investimenti dall'estero e frenare contemporaneamente la domanda interna, per provare a tenere sotto controllo la situazione è impensabile. Ma quali siano i suoi piani, ammesso che esistano, non lo sa nessuno. Certo è che più passa il tempo più le sue dichiarazioni si induriscono: in televisione ha parlato dell'inizio di una "guerra economica" e da un lato ha invitato la popolazione a scambiare tutta la valuta straniera in loro possesso con la lira, dall'altro ha sottolineato l'impossibilità di portare avanti relazioni di qualsiasi tipo con nazioni che si comportano in maniera irresponsabile e prevaricatoria, riferendosi, naturalmente, agli Stati Uniti. 

Le conseguenze per l'Europa

La Banca centrale europea ha già espresso le proprie preoccupazioni per la situazione in Turchia, e in particolare per l'esposizione che alcune banche spagnole, francesi e italiane avrebbero nel paese. Gli istituti più esposti sono la spagnola Bbva, l'italiana Unicredit e la francese Bnp Paribas (che controlla l'italiana Bnl). La situazione non è ancora considerata critica, ma preoccupante e pericolosa sì. Per Bloomberg, invece, l'Italia dovrebbe considerare la crisi turca come un monito per se stessa. E in particolare per gli effetti sugli investimenti di una politica economica confusa.

Se da un lato c'è chi sostiene che questa crisi della lira possa stimolare il turismo, la situazione politica della Turchia da tempo scoraggia i visitatori dall'estero. Al contrario, l'aumento del costo delle importazioni avrà certamente un effetto restrittivo sui flussi di merci in arrivo dall'estero già nel breve periodo. E mentre il tasso di disoccupazione sale (9,9 per cento) ed Erdogan continua a non lavorare su una strategia economica che possa stimolare la crescita nel medio periodo, le agenzie di rating iniziano a parlare di una possibile e sempre più prossima recessione.


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