confalonieri
Olycom
confalonieri
Economia

Confalonieri: un'alleanza tra reti tv per parlare dell'Italia all'estero

Al convegno "Italy is back" organizzato da IB&II l'idea del presidente Mediaset: lanciare un canale in inglese che racconti al mondo l'Italia che piace

Una tv italiana in lingua inglese capace di raccontare al mondo l’Italia che piace, e che attrae turisti e investitori: è l’idea che Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, lancia nel suo intervento conclusivo del convegno "Italy is back. Opportunities and new paradigm in doing business with the United States", nel meraviglioso Salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio, nel cuore di Firenze.

"In Italia ci potremmo dotare di una televisione tipo France 24 o Al Jazeera: un organo televisivo diffuso in tutto il mondo e che parli dell'Italia in inglese", dice Confalonieri. "C'è tanta Italia nel mondo, ma non sempre grazie a noi, con il ritorno economico che sarebbe necessario. Questa è una battaglia che si deve vincere e ci si deve attrezzare con i media". Già, ma come? “Si potrebbe anche pensare a una specifica alleanza tra Mediaset, Rai e altre reti”, prosegue il presidente di Mediaset, “per fare un canale di all news solo in inglese in modo che sia visto in tutto il mondo, per informare gli investitori ma anche i consumatori stranieri su ciò che l'Italia fa. Penso a una tv italiana in inglese fatta bene come si deve: potrebbe essere una voce importante per far conoscere la nostra politica, i nostri prodotti e molto altro al mondo".

Un problema (anche) di comunicazione
Già: perché c’è anche e forse soprattutto un problema di comunicazione a frenare il successo di molto “made in Italy” oltre frontiera, e a dissuadere molti potenziali investitori dal puntare i loro soldi sull’Italia: “La Volkswagen aveva fatto sapere al governo che avrebbe impiantato a Bratislava, e non in Itaia, a ridosso dello stabilimento di Bologna, le linee di montaggio dove sarà prodotto il Suv Lamborghini”, racconta Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, l’agenzia del governo che si occupa soprattutto dell’attrazione degli investimenti, “e spiegavano che dovevano fare questa scelta a fronte dei vantaggi sul costo del lavoro e dei maggiori incentivi governativi. Abbiamo potuto dimostrare alla Volkswagen che quel gap da loro ipotizzato sul fronte del costo del lavoro non c’era, che sul piano degli incentivi l’offerta italiana era equivalente e che il valore di un prodotto profondamente italiano realizzato in Italia è superiore a quello che potrebbe essere percepito nello stesso prodotto costruito altrove”.

I numeri del sentiment per l'Italia
Il clima – nella sala dalla bellezza mozzafiato che impreziosisce il più bel Palazzo comunale d’Italia - è di quasi incredulo “orgoglio Italia”, molto renziano peraltro, e Firenze aiuta; ma effettivamente, a guardare i numeri, si capisce che la bistrattata italietta che deve strepitare in Europa per farsi prendere sul serio, e con alterni esiti, è invece nonostante tutto molto apprezzata e appetita all’estero: secondo il rapporto “Doing business in Italy” della World Bank, siamo il primo paese al mondo per facilità di commercio con l’estero, e secondo il sondaggio del “Barometer”, cioè l’osservatorio che presenta al summit il capo di EY (Ernst Young) Donato Iacovone, partner fondamentale dell’iniziativa, insieme con l’American Chamber of commerce in Italy, “oltre la metà (57%) di 1700 dirigenti d'azienda di 45 Paesi intervistati prevede di concludere in Italia un'acquisizione nei prossimi 12 mesi”.

Ma… “c’è un ma”, e ben lo spiega Fedele Confalonieri: “Quando guardo ai numeri reali dell’Italia negli Usa e poi mi reco nelle maggiori città di quel Paese – New York, Washington, San Francisco - è impressionante quanta Italia si veda in giro”, sottolinea Confalonieri, echeggiando l’osservazione proposta poco prima da Andrea Guerra, a.d. di Eataly: “L’Italia negli Usa la vendono meglio i messicani che gli italiani, hanno esportato le paste, le pizze… avremmo dovuto farlo noi”. “Insomma”, conclude il presidente di Mediaset, “appare chiaro che tutti fanno business sul brand Italia tranne noi. Un Paese che correttamente, vuole essere destinazione di investimenti diretti esteri deve essere attrezzato per fare la sua ‘professione di amicizia’ nei mercati di interesse a partire dagli Stati Uniti d’America”.

I gap da colmare
Questa sintesi che riflette la “vocazione” di Fernando Napolitano, l’imprenditore di Italian business and investment iniziative (IB&II) che ha promosso il summit e lavora da 5 anni per portare investimenti americani in Italia, “va colmato il forte gap di conoscenza e comunicazione, anche semplicemente linguistica, che ancora divide Italia e Stati Uniti. Il lavoro che abbiano fatto negli ultimi cinque anni, da quando è nata IB&II, è andato in questa direzione e intendiamo svilupparlo esponenzialmente”.

Sotto la regia di Italian Business & Investment Initiative, negli ultimi cinque anni si sono sviluppati tre filoni di attività: il programma "Best in cooperation", in partnership con l’Ambasciata statunitense in Italia, l’Istituto Fulbright, Invitalia e la Fondazione Crt, che ha portato ad 80 borse di studio, la creazione di 37 imprese high tech in Italia con 330 nuovi posti di lavoro e l’attrazione di 50 milioni di investimenti. Il nuovo bando Fulbright decorre nel mese in corso. La futura scalabilità di questi risultati significa puntare, con il piano per il 2017, a 50 borse di studio puntando a raggiungere al più presto il “tetto” delle 300 all’anno.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti