«Ti prometto tuttavia che quando non ce la farò più andrò a riposarmi da qualche parte». La condizione operaia
«Ti prometto tuttavia che quando non ce la farò più andrò a riposarmi da qualche parte». La condizione operaia
Cultura

«Ti prometto tuttavia che quando non ce la farò più andrò a riposarmi da qualche parte». La condizione operaia

Cara Albertine, approfitto delle vacanze forzate cui mi costringe una leggera malattia (un inizio di otite, non è nulla) per chiacchierare un po’ con te. Altrimenti, durante le settimane di lavoro, ogni sforzo che debba aggiungere a quelli che …Leggi tutto

Cara Albertine,

approfitto delle vacanze forzate cui mi costringe una leggera malattia (un inizio di otite, non è nulla) per chiacchierare un po’ con te. Altrimenti, durante le settimane di lavoro, ogni sforzo che debba aggiungere a quelli che mi sono posti mi costa molto.

(…) quando penso che i bolscevichi pretendevano di creare una classe operaia libera e che di sicuro nessuno di loro – Trotzky no di certo, e nemmeno Lenin, credo – aveva messo mai piede in un’officina e quindi non aveva la più pallida idea delle condizioni reali che determinano la servitù e la libertà operaia, vedo la politica come una lugubre buffonata. (…).

Questa vita, a dirla francamente, è assai dura. Tanto più che i mal di testa non hanno avuto la cortesia di lasciarmi per rendermi più facile questa esperienza: e lavorare alle macchine col mal di testa è penoso. Solo il sabato pomeriggio e la domenica posso respirare, ritrovo me stessa, riacquisto la facoltà di avvolgere nel mio spirito dei lembi di idee. In senso generale, la tentazione più difficile da respingere, in una vita simile, è quella di rinunciare completamente a pensare: si sente così bene che questo è l’unico mezzo per non soffrire più. Anzitutto per non soffrire più moralmente. Perché la situazione cancella automaticamente i sentimenti di rivolta: fare il proprio lavoro con irritazione vorrebbe dire farlo male e condannarsi a morir di fame; non c’è nessuna persona a cui prendere interesse, non c’è che il lavoro. I superiori, non ci si può permettere di essere scortesi con loro; e d’altra parte molto spesso non danno nemmeno motivo di esserlo. E così verso la propria sorte non rimane, eccetto la tristezza, nessun altro sentimento possibile.

È vero che quando si è poveri e subordinati si ha sempre, come risorsa, qualora si possegga un animo forte, il coraggio e l’indifferenza alle sofferenze ed alle privazioni. Era la risorsa degli schiavi stoici. Ma questa risorsa è vietata agli schiavi dell’industria moderna. Perché vivono in un lavoro per il quale, in conseguenza della successione meccanica dei movimenti e della rapidità della cadenza, gli unici stimolanti sono la paura e l’appetito del guadagno. La cosa più semplice da fare, per soffrire il meno possibile, è allora abbassare tutta l’anima propria al livello di questi due sentimenti; ma questo vuol dire degradarsi.

Allora si è tentati di perdere puramente e semplicemente coscienza di tutto quel che non sia il tran-tran volgare e quotidiano della vita. Anche fisicamente, la tentazione maggiore è quella di lasciarsi andare ad una semi-sonnolenza. (…).

Che cosa si può fare allora? Ancora una volta, credo che far sentire a quegli uomini e donne che noi li comprendiamo sarebbe già, per i migliori di loro, un conforto.

So anche troppo (per via dei miei mal di testa) che cosa significa assaporare così la morte da viva; vedere gli anni stendersi davanti a sé, avere mille volte di che riempirli, e pensare che la debolezza fisica costringerà a lasciarli vuoti, che sarà un compito terribile anche solo percorrerli, un giorno dopo l’altro.

Ti prometto tuttavia che quando non ce la farò più, andrò a riposarmi da qualche parte.

Simone Weil, La condizione operaia

 

Dedicato a quelli che oggi sono costretti a lavorare e a quelli che anche volendo non possono.

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