Perizia del limite. La durezza vertiginosa dei rapporti epistolari
Perizia del limite. La durezza vertiginosa dei rapporti epistolari
Cultura

Perizia del limite. La durezza vertiginosa dei rapporti epistolari

La incontra una sera a una specie di festa del liceo; lei è con un uomo, forse suo marito, un tipo che sa come catturare l’attenzione della gente, che sa ridere di colpo di una risata forte, virile, spumeggiante. Lui …Leggi tutto

La incontra una sera a una specie di festa del liceo; lei è con un uomo, forse suo marito, un tipo che sa come catturare l’attenzione della gente, che sa ridere di colpo di una risata forte, virile, spumeggiante. Lui osservandolo si contrae. Non sa nemmeno per cosa quell’uomo abbia riso, o di chi, ma tutti si sono uniti a lui, «forse solo per sguazzare un istante nella luce autoritaria del suo viso». Lui, non visto, guarda lei: cerca comprensione, o difesa, e nota che lei non ride. Al contrario, ha un brivido e si stringe nelle braccia.

Due giorni dopo le scrive una lettera. Quello che le propone è sconcertante:

«Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me».

Lei, incredibilmente, accetta. Con l’inaugurazione di quella violenza a cui lei acconsente come nei confronti di un piccolo peccato di gola, o di una breve follia, lui procede alla costruzione di una realtà valida solo per loro due, costringendo lei a provare una nostalgia di futuro impossibile, dove possono quello che invece, per volere di lui, non possono, cioè esistere. Le lettere, quotidiane, appoggiano su un equilibrio precario: in ogni istante lei potrebbe voler smettere di mandarne e riceverne. Una parola, apparentemente innocente, può suggerire ai suoi occhi la possibilità della pazzia, o della rovina o, peggio, dell’inutile illusione. Gli chiede di vedersi: in fondo, lui ha visto lei ma lei non sa con chi sta parlando. Lui dice no.

«Di certo ti chiederai cosa voglio da te, tutt’a un tratto. Perché faccio impazzire entrambi in questo modo. Non lo so. So solo che ora ti desidero disperatamente. Ma sono anche sicuro che ci è proibito persino osare di porre un piede nella realtà. Tutto si scioglierebbe, perderebbe vigore, ricadrebbe nei soliti cliché. I mille fili sottili e trasparenti con cui abbiamo ricamato noi stessi – di colpo quest’astratta bellezza si materializzerebbe nella carne e andrebbe perduta in un istante».

Lei, di cui non sentiamo la voce se non attraverso le lettere di lui, scalcia, si assenta, riflette. Non le basta l’astratta bellezza, ovvio. Lui ha la faccia tosta di sentirsi il torturato, l’abbandonato. Le chiede di recarsi in un posto: il «grande prato del kibbutz Ramat-Rachel, alla periferia di Gerusalemme, ai margini del deserto. Lo conosci? Potresti andare a vederlo, fare uno sforzo per me – che ci sarebbe di male? Io ci sono andato ieri, dopo aver ricevuto la tua lettera. L’ho letta davanti al deserto, ad alta voce».

Lei, odiandolo, ci va. Gli manda una foto del prato. Tormento supremo di camminare sullo stesso suolo in tempi diversi! Chi ha dimestichezza con la tortura (e con la sua forma più spietata: l’autotortura) sa che il gesto rivela la natura di sfasamento degli incontri a cui tutti siamo soggetti se non per brevi, miracolose occasioni.

Sarebbe bello, le dice, che ci fossimo incontrati in un bar, «in un negozio di verdura, dove la gente si incontra così, per caso», invece di essere incatenati a una assenza così tirannica. Ma è quella che entrambi amano, perché è tutto ciò che hanno, e perché è un capolavoro perfetto e intoccabile.

Il limite che lui la allena a sfiorare senza restarne bruciata prende fuoco da sé. L’impotenza di lui la raggela, perché non sembra impotente: ha una moglie, un figlio, le parla spesso di «scopate», «i miei piccoli tradimenti, il modo più comune per elevarci al di sopra delle convenzioni, come mi ha rivelato Nabokov una volta…». Lei, giustamente, si arrabbia. Gli rimanda indietro una lettera senza aprirla. Poi cerca di essere leggera, di far passare tutta questa storia come una distrazione, un flirt. Lui si incazza.

«Senti… Non è così semplice quello che hai fatto. E più ci penso, più mi sembra che tu abbia tradito me. Per qualche mese ti sei divertita con quell’innocuo pagliaccio che ti faceva delle smorfie, concedendoti qualche piccola eccitazione borghese. Il flirt segreto di una casalinga perbene. Poi, quando ha cominciato a farsi troppo intenso, quando improvvisamente hai sentito dentro di te un fremito autentico e vivo, ti sei spaventata e hai cominciato a gridare “aiuto”! Leggo la letterina spermicida che hai accluso alla mia busta ancora chiusa e stento a crederci: adesso, dopo tre mesi, ti viene in mente di accusarmi dicendo che flirteggio non con te, ma con una “perpetua tentazione d’infedeltà” dentro di me. Un auto-corteggiamento interiore?! A volte usi delle espressioni anacronistiche e puritane che mi fanno morire… E con quanta sicurezza ti permetti di stabilire che, pur desiderando di liberarmene, è proprio questa tentazione (incontrollata, automatica!) a non volermi abbandonare, così che provo un godimento perverso nell’umiliare e imbruttire tutto quello che è veramente prezioso e puro…».

Stronzo! Una notte va davanti casa sua. La osserva da lontano, poi scende e viene circondato da tre cani; comincia a correre, e per sette volte gira intorno la casa come intorno a Gerico. Si spoglia nudo. Lo fa sperando e temendo che lei lo veda, per provare attraverso la meschinità del suo corpo con cui non vuole insudiciare il suo, che è ancora libero da lei, come se ancora ci fosse uno spazio libero dalla goccia di miele che lei gli ha versato dentro.

Lei, incredibilmente, non gli scrive, come lui si aspetta, “basta, pazzo, esci dalla mia vita”, ma si mette a parlare del suo corpo, dei suoi vestiti, del modo in cui le cadono sul sedere o le fasciano il seno: rivestendo i suoi difetti, perdona lui che si è denudato. Non solo: gli confida di avere annusato il pelo dei cani per cercare resti del suo odore.

Lei è la prima a scrivere la parola desiderio: descrive scene che non esistono, che lui traduce con “sveltine”. Cominciamo tutti ad odiarlo. Lei, esausta, infatti gli dice: «Forse ti sei solo ritagliato nella notte una figura di donna».

Lui:

«Ci arrenderemo, ti è chiaro, vero? Quando nel cuore si sarà accumulata una dolcezza triste, pastosa e pesante (…). Bene, per quanto tempo riusciremo ancora a trasformare questo sperma in inchiostro? È colpa dei tuoi occhiali dalla montatura nera se evito di scriverti cosa mi sta passando per la testa e dove esattamente ti immagino: con i vestiti, senza vestiti, con quella gonna arancione che ha uno spacco laterale, con la maglietta morbida e  aderente. In piedi, distesa, un po’ selvaggia, con l’aria dolce, in auto. Le tue caviglie sottili avvinte intorno alla mia schiena. Muoio dalla voglia che avvenga un miracolo e che tu mi compaia davanti per caso, in strada…».

Ma poi: «Io mi sarei subito sentito obbligato a sedurti, a scoprirti in quel mio modo rozzo, come se tu fossi merce in vendita».

Lei si ribella, ma sa, come lo sappiamo noi, di non avere alcun diritto. Sta per sperimentare la rinuncia, quell’attimo misto di concretezza e egoismo in cui si decide di lasciare qualcuno al proprio destino. Lui la prende in giro, riaccendendola: «se continuerò con questi giochi clandestini o con l’idea della “ghigliottina” che calerà su di noi tra qualche mese, non potrai credere con tutto il cuore nemmeno alle cose “oneste ed emozionanti” che ti racconto. D’altra parte, non sopporti nemmeno di stare nell’angolo in cui vieni sospinta dai miei illusionismi, l’angolo di un uomo chiuso, critico e freddo. Mi hai  rinfacciato altri tre rigidi “nemmeno” con un tono da maestra con lo chignon. Poi, improvvisamente, le tue labbra hanno tremato e ti è sfuggito un “non” piccolo e impudente (“avrai già notato, credo, che non mi spaventa la passione vera nei rapporti e nei sentimenti. Tutt’altro, tutt’altro…”). Ogni volta che arrivo a questo “non” impulsivo il cuore mi si stringe per il piacere (come se ti fossi tolta una calza di seta davanti a me)».

Lei gli dice che ha un amico, a cui pensa tutte le mattine al risveglio. Ne cita le parole: «Considero i rapporti degli altri con me. Per quanto poco sia, qui non c’è nessuno che abbia comprensione di me nel mio complesso. Oh, possedere qualcuno che abbia questa comprensione, non so, una donna, vorrebbe dire essere sostenuto da ogni parte, avere Dio…». Lui capisce che si tratta di Kafka, e da allora prende a citarlo, inserendo anche quella mediazione – quintessenza dell’impossibilità – nella loro impossibilità. Che tu sia per me il coltello col quale frugo dentro me stesso, come disse K a Milena. Lei detesta quella frase: quale donna accetterebbe una simile imposizione? Le disse anche “voglio prenderti da tutti i lati, quindi anche da quello della gelosia», ma lui non lo cita. Le dice invece: «Voglio avere con te dieci tipi diversi di rapporto, perché no?».

Basta, dice lei. Basta, lui. Cosa sarà di loro? Non hanno alcuna speranza. La realtà, come per K, è per loro un sacco chiuso con dentro un animale che soffoca.

«Hai scritto che, se non fossi certa che alla fine verrò da te, allo scoperto e con coraggio, mi avresti già lasciato perdere. Lo so. Ma dentro di me nutro il timore che non riuscirai nel tuo intento. Vorrei aiutarti, lo vorrei davvero, ma ne sono assolutamente incapace. Per legge, per mia legge insensata. C’è qualcosa di inanimato laggiù, nel punto bianco e vuoto al centro dell’essere. Qualcuno è steso là, morto. Io posso solo guardare i tuoi eroici sforzi di rianimazione come uno spettatore impotente, niente di più. E pregare che non ti dia per vinta».

Andando con loro verso l’inevitabile fine – che non rivelo – sentiamo crescere un senso di ubriacatura, di disgusto vertiginoso per quell’insieme di eccesso e di ritenzione insopportabili. Eppure, perdonandoli, preghiamo anche noi che non smettano, sentendo al contempo come nostra la durezza del limite di quella legge insensata.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti