Perché il cuore è barbaro
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Cultura

Perché il cuore è barbaro

Alcune parole contengono un residuo fisso – di storia, di estetiche, di atmosfere e affinità – che le rende pesanti e attraenti, quasi magnetiche. Sono le parole perfette: piccoli miracoli che durano frazioni di secondo, come se a lampeggiare fosse …Leggi tutto

Alcune parole contengono un residuo fisso – di storia, di estetiche, di atmosfere e affinità – che le rende pesanti e attraenti, quasi magnetiche. Sono le parole perfette: piccoli miracoli che durano frazioni di secondo, come se a lampeggiare fosse il loro tuono e a risuonare la loro luce. Una di queste è la parola “barbaro”.

Quanto residuo fisso contiene la parola “barbaro”? Quanto è scandalosamente priva di neutralità? Barbaro è sempre stato lo stigma del brutale e dell’incivile, il nome della crudeltà alle porte: eppure, quando la usiamo non per offendere o giudicare, la parola si veste di una specie di ironia e di incanto. L’amore non corrisposto è barbaro, e anche quello ricambiato a volte lo è; chi amiamo è un irriguardoso depredatore di risorse, che sfonda le frontiere con cui ci ripariamo e devasta i segni della nostra civiltà.

Lo sanno gli autori delle canzoni di amore e di guerra da Turoldo a Paolo Conte: il cuore è barbaro, barbaro, barbaro. Viene in mente che gli «amori barbari» erano quelli di cui parlava Jean-Pierre Poly, come li vedeva quel misto di superstizione, magia, fobia del corpo, rinuncia ascetica con cui l’etica cristiana, per tutto il Medioevo fino alla Riforma, aveva contaminato il mondo cosiddetto civile (mentre il barbaro vero, si suppone, rifulgeva di gioiose, erotiche cosmogonie al freddo).

La guerresca crociata della Chiesa contro il corpo implicava che ci fosse una gerarchia tra i comportamenti sessuali consentiti: ne Il corpo nel Medioevo di Jacques Le Goff si legge: «Al vertice è la verginità, che nella sua pratica, è chiamata castità. Poi viene la castità nella vedovanza e, infine, la castità nel matrimonio».

La capziosità dell’etica cristiana è talmente raffinata che arriva a liquidare come adulterio il sesso con la propria consorte se fatto “con più enfasi del necessario”.

Nei manuali destinati ai confessori, i penitenziali, «sono elencati i peccati della carne associati a pene e penitenze corrispondenti. Quello del vescovo di Worms, intitolato come altri Decretum domanderà, ad esempio, al coniugato se  l’accoppiamento è avvenuto da tergo, alla maniera dei cani. E lo condannerà, all’occorrenza, a una penitenza di dieci giorni a pane ed acqua».

L’elenco verso la barbarie è affascinante: «Fare l’amore con la moglie durante le mestruazioni, prima del parto o anche nel giorno del Signore, ad esempio, comporterà pene dello stesso tipo. Ingoiare lo sperma del proprio marito, “affinché egli, grazie alle tue azioni diaboliche ti ami maggiormente” – continua lo stesso Decretum ad uso delle donne – sarà un atto passibile di sette anni di penitenza». Fellatio, sodomia, masturbazione, poligamia, adulterio, fornicazione con le monache (per non parlare del cunnilungus, prossimo all’intelligenza col nemico-Satana) sono «l’essenza del primitivo».

Sotto, all’ultimo gradino, nei pressi di Lucifero, c’erano appunto gli «amori barbari»: «le presunte fantasie dei mariti – che ne vengono a sapere molto di più sui deliri dei teologi che sui peccati dei penitenti messi all’indice – o le presunte manovre delle donne che, è precisato, celano un pesce vivo entro il loro sesso, ve lo tengono fino a che sia morto, e dopo averlo cotto o arrostito lo danno da mangiare ai mariti perché questi si infiammino maggiormente per loro».

Per capire perché nel tardo Medioevo si tirino ancora in ballo i barbari per cose di eros si legga – ma d’altra parte del suo autore si dovrebbe leggere tutto – 9 agosto 378. Il giorno dei barbari di Alessandro Barbero, storia della battaglia di Adrianopoli in cui tra l’altro si ricorda come quelle che noi conosciamo come invasioni barbariche il mondo germanico conosce come Völkerwänderungen, migrazioni dei popoli.

E in effetti diciamo cose inesatte quando vediamo Goti e Unni (dimenticando peraltro i gloriosi Tervingi e Greutungi) come gente primitiva e feroce, capace di strappare e mangiare il cuore dei nemici con smorfie selvagge – benché è indubbio che i loro corpi fossero allenati a sentire la durezza della vita più che il vapore delle terme.

Se è vero che la loro pericolosità ha contribuito a costruire una identità nazionale (Petrarca si rivolge nel 1344 ai signori italiani: «perché ’l verde terreno del barbarico sangue si depinga?»), è anche vero che «i barbari più pericolosi, una moltitudine di tribù che i Romani, ogni tanto, cercano di inventariare, classificare, descrivere» erano ignorati, perché i romani «non riconoscono nessun valore alla diversità».

È vero anche che erano alti e biondi, ma per i romani «essere alto e biondo era già un marchio di inferiorità, di povertà, di barbarie», appunto. Poi, i cosiddetti barbari che varcavano le frontiere o cercavano di depredare qualche provincia subivano ritorsioni crudelissime, e alcuni di loro finivano dritti nelle fila dell’esercito romano, assetato di giovane sangue. Molti di loro si inurbavano, apprendevano usi e costumi dei romani, diventavano cristiani (per forza o per amore) e raramente tornavano nelle loro terre. Insomma, molti di noi, cristiani apostolici e romani, sono frutto di barbariche gonadi.

Applicare all’amore le qualità di un popolo di saccheggiatori è un’invenzione geniale e recente: liberato dalla tensione insieme oltraggiosa e rinunciataria dell’amore cortese, più rilassato riguardo il parafernalia di sangue, spine, ferite, piaghe del corpo sacro del figlio di Dio, concentrato su sé e sul corpo amato, l’amante che si lascia vandalizzare è sintesi genetica e culturale tra un barbaro e l’uomo della Vita Nuova di Dante (cioè Dante stesso) che alle tre di notte sogna Amore, il più barbaro degli dei, che tiene in braccio Beatrice e le porge il cuore ardente di lui e lei, sgomenta, barbaramente lo mangia.

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