Paolo Di Paolo, 'Vite che sono la tua' - La recensione

Una antologia di emozioni, una biografia letteraria, uno schedario di affinità elettive: "il bello dei romanzi in 27 storie"

Vite che sono la tua

Vite che sono la tua, particolare della copertina – Credits: disegni di Andrea Antinori

Michele Lauro

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Paolo di Paolo si traveste nel maestro di italiano che tutti abbiamo sognato di incontrare e, da Le avventure di Tom Sawyer a Esperienza di Martin Amis, estrae l'intimo nucleo di un classico, la scintilla nascosta dietro una foresta di trame, personaggi, paesaggi, rimandi e connessioni. Vite che sono la tua: perché le storie da romanzo abitano la casa degli affetti prima ancora di quella della letteratura, e dunque leggere si accompagna al riconoscimento di qualcosa che non sapevamo di sapere, qualcosa che davvero ci riguarda.  

Se ogni viaggio è un romanzo

Sarà per il patto di confidenza che Di Paolo sempre instaura con i lettori grazie alla fabulazione della sua prosa, ma Vite che sono la tua è qualcosa di diverso dai - numerosi - libri sui libri che di solito imbarazzano i librai sul settore tematico dove accoglierne la giacenza (saggistica, letteratura, sociologia, distopia?). Diverso da raffinati pamphlet come l'Elogio della letteratura che Zygmunt Bauman ha consegnato ai posteri conversando con Riccardo Mazzeo, diverso dal prezioso vademecum per lettori selvaggi, Come diventare vivi di Giuseppe Montesano, e perfino dall'intrigante Fra l’ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire (2008) di Luca Ferrieri.

In un'epoca contrassegnata da una moltitudine di appelli alla lettura - per lo più astratti, freddi, apocalittici - lo scrittore romano offre un formidabile stimolo a imbracciare un libro come una chitarra, cioè a "fare entrare nella propria vita molte più persone di quelle che davvero riusciamo a incontrare per strada". Più che un canone estetico, spiega nell'introduzione-omaggio alla zia da cui ereditò l'amore per la lettura, suggerisce un canone affettivo. I 27 romanzi corrispondono infatti agli anni della sua vita da lettore, dai 7 ai 34, e più in generale alle passioni-pulsioni che improntano, per tutti, le diverse fasi della vita. Poi a corollario di ogni racconto ci sono altre suggestioni in pillole, piccoli stralci tratti da altri libri per assonanza emotiva.

Da ciascuna di queste storie, continua Di Paolo nel dialogo immaginario con la zia, "ho imparato qualcosa, ma non sempre nel senso che intendevi tu". Se un romanzo somiglia a un viaggio - o più precisamente Ogni viaggio è un romanzo, come si intitolava il suo reportage nei luoghi degli scrittori - non ci rende quasi mai migliori o peggiori, però quasi sempre cambiati. E come da ogni viaggio, anche dalla lettura di un romanzo si finisce per riportare sempre qualcosa. Magari un sussulto, una vibrazione che non riuscivi a tradurre in parole. Una storia, dice l'autore con un'espressione bellissima, "che ha ancora il tempo di somigliare alla tua". 

Una raccolta di consapevolezze inutili

Da ragazzo la scintilla scoccò per esempio con il Tom Sawyer di Mark Twain e Il giovane Holden di J.D. Salinger, cui era affidata la possibilità di Sopravvivere all'adolescenza, l'ingrato periodo durante il quale "comincia a spuntare qualcos'altro, un mutante, un alieno". C'è bisogno di condividerle, le esperienze, che a volte uno si crede incompleto ed è solo giovane, diceva Italo Calvino qui presente con Il barone rampante, romanzo enigmatico del quale Di Paolo ci riporta il "sogno estenuato": la follia non tanto di fermare il tempo quanto di non dismettere il sé autentico.

Oppure un libro può restituire la sensazione di non essere pronti, di avere per le mani l'oggetto giusto al momento sbagliato. Come è accaduto all'autore con La morte di Ivan Il'ič di Lev Tolstoj, che a una prima lettura gli era parso asettico, scabro, e solo più avanti ha svelato la potenza metafisica dei suoi pensieri sulla morte: la "penosa, indigesta verità del mondo che continua senza di noi". Non tutte le fasi della vita sono buone per lo stesso libro. A volte la sensazione è quella di perdersi, come nell'opera di Foster Wallace. Ma anche perdersi è un'occasione. Ciò che importa è la consapevolezza, diceva lo scrittore americano, di tutto ciò che è "così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti".

Lo spazio, il tempo e la Relatività in letteratura

Le mie storie preferite sono quelle legate all'ossessione del tempo, che lo scrittore ha scandagliato in tre romanzi molto diversi tra loro. La smisurata dilatazione dell'attimo nell'Educazione sentimentale di Gustave Flaubert, l'intensità dell'attesa come condizione drammaticamente umana. La resurrezione del passato con la sua qualità vitale intatta, nelle pagine di Marcel Proust, la coincidenza fra il ricordo di un'immagine e il rimpianto di un certo minuto. E l'apprendistato al contrario del protagonista di Sostiene Pereira, il vecchio che accettò la sfida di farsi contagiare dalla "temperatura emotiva" di due ragazzi idealisti. 

Sotto traccia, c'è in quel racconto l'apprendistato dello stesso Paolo Di Paolo presso Antonio Tabucchi, la scoperta di una cancellatura sulla pagina manoscritta del maestro capace di cambiare il ritmo dell'incipit facendolo diventare suono, refrain ripetibile all'infinito. Come per osmosi, quella musica si è reincarnata nella prosa dell'allievo, insieme all'idea di una letteratura in cui la coscienza civile sempre si interseca ai paesaggi esistenziali. Perché il viaggio verso un'isola del tesoro che si sposta di continuo è un'occasione imperdibile per continuare a sentirsi vivi.

Per approfondire

Paolo Di Paolo, Tempo senza scelte

Con gli occhi aperti: 20 autori per 20 luoghi

Paolo Di Paolo
Vite che sono la tua
Laterza
214 pp., 16 euro

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