Diverse raised hands in front of blackboard
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La scuola e le sfide delle nuove classi miste

In un libro Mariangela Giusti, docente di pedagogia interculturale, spiega come la scuola dovrebbe cambiare metodi davanti alle esigenze di integrazione

Oggi è difficile che una classe di bambini abbia solo allievi italiani, ormai tra i banchi sono numerosi i piccoli cinesi e africani: i dati dicono che oggi, in Italia, i minori stranieri sono oltre 800 mila. Una realtà alla quale però spesso la scuola non offre risposte adeguate, sommersa da problemi e sfide difficili da superare. Per capire di più abbiamo intervistato Mariangela Giusti, professore associato all’Università Bicocca di Milano, dove insegna pedagogia interculturale, e autrice del libro Teorie e metodi di pedagogia interculturale (Laterza, 188 pagine, 20 euro).

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Come nasce questo libro?

Nasce dall’esigenza di aggiornare, con gli ultimi fatti e fenomeni dell’immigrazione, un argomento di cui mi occupo da oltre vent’anni all’università Bicocca di Milano. Il mio primo libro  uscito con la casa editrice Laterza è del 2004, quest’ultimo l’ho scritto fra gli ultimi mesi del 2016 e i primi del 2017.  
 
Perché ha deciso di specializzarsi proprio in pedagogia interculturale?

Ho iniziato verso la fine degli anni 90, quando per la prima volta la scuola italiana si è trovata di fronte a problematiche inedite di educazione interculturale. Prima non avevamo neppure una normativa di riferimento. In quegli anni ero una giovane insegnante toscana e nel giorno libero collaboravo con l’istituto di pedagogia dell’università di Firenze. Era, allora, una tematica che nessuno dei grossi nomi di pedagogia voleva fare proprio, fu chiesto a me di occuparmene per fare ricerca didattica nelle scuole e dare risposta ad alcuni insegnanti che si erano fatti avanti.
 
E che cosa ha scoperto?

Ho iniziato con piccole ricerche nelle scuole, cercando di capire quali problemi gli insegnanti affrontavano con questi bambini. Negli anni 95-98, a Firenze e in zone limitrofe, i bambini erano per la maggior parte cinesi, e iniziavano a vedersi anche piccoli african, provenienti soprattutto dal Maghreb e bambini figli di madri filippine. Bambini arrivati con le famiglie, o che nascevano in Italia quando la situazione lavorativa era più stabile.
 
Non c’erano statistiche in quegli anni…

Il Ministero non aveva neppure i numeri, la prima grossa indagine che commissionò fu tra il 1999 e il 2000: un’indagine su tutte le scuole e le regioni italiane.
 
Quali risultati dette la prima indagine del Ministero?

Oggi sono dati che fanno sorridere, risultò che erano 2 mila bambini.  Nel  2006 il Ministero si dotò di un Osservatorio”, strumento importante che ogni anno pubblica i dati relativi alla situazione degli allievi stranieri nelle nostre scuole. Al 31 dicembre 2016i dati dicono che ci sono 815 mila allievi stranieri in Italia, scuole materne, scuole medie, scuole superiori. E in alcuni anni, per esempio nei primi anni 2000  quando ci fu un calo di iscrizioni di bambini italiani, tante scuole e tante cattedre si sono rette grazie alla loro presenza.
 
Per le scuole però non è stato facile assorbire così tanti bambini di altre nazionalità... Quali sono stati i problemi maggiori?

Alla fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta per le scuole è  stato certamente un elemento nuovo; poi  negli ultimi anni le sfide sono cresciute. Le difficoltà maggiori sono linguistiche: questi bambini arrivano con competenze linguistiche elevate (molti di loro parlano più di una lingua, anche francese o tedesco), però spesso non  parlano italiano.
 
Perché francese o tedesco?

Molti bambini seguono la migrazione della famiglia, che sta per alcuni anni in Germania, per esempio, i genitori non imparano il tedesco ma loro sì. Poi magari la famiglia si sposta in Francia, e di nuovo il bambino impara francese, è il caso di tanti bambini cinesi. La cosa interessante è che le ultime normative del Ministero, del 2014, indicano di valorizzare le biografie linguistiche degli studenti.  
 
Nel libro lei racconta, a un certo punto, come questi ragazzi (soprattutto gli adolescenti che arrivano da soli sui barconi) facciano fatica a stare seduti a scuola, vorrebbero lavorare, non si sentono «bambini». In fondo, l’infanzia è un’invenzione occidentale...
 
In parte è così, ma non dimentichiamo che la nostra concezione dell’infanzia, di noi europei si basa su documenti  e una cultura costruita nel tempo, c’è il documento Onu sui diritti dell’infanzia, e noi abbiamo maturato nel corso dei secoli alla concezioni dell’infanzia che fa parte della nostra cultura pedagogica. Molti di questi bambini arrivano nel nostro paese da soli, anche molto piccoli, meno di 10 anni, hanno diritto a imparare, ad andare a scuola.
 
Come fa una famiglia a lasciar partire un bambino così piccolo da solo?

La famiglia li spinge a partire per sottrarli a situazioni di vita talmente povere e  pericolose, da zone di guerra, che un genitore spera che almeno il figlio si salvi e che qualcuno se ne occupi. Quest’anno l’Italia si è dotata di una legislazione nuova sui bambini stranieri non accompagnati, con una selezione di tutori volontari:  in Lombardia, per esempio, sono stati selezionate 300 persone soprattutto da Milano.
 
Resta il fatto che loro vorrebbero lavorare…si chiedono perché stanno lì  a scaldare la sedia...

Sì, gli adolescenti che arrivano in Europa e in Italia da soli vorrebbero mandare soldi alla famiglia. Ma hanno diritto all’istruzione. Spesso le cose non funzionano perché i professori non danno loro abbastanza tempo. Invece questi ragazzi hanno bisogno di tempo, e di impegnarsi a scuola  non solo stando seduti e ascoltando qualcuno che parla, ma partecipando, andando per gradi in laboratori, lavorando per gruppi. In fondo, rinnovare i metodi di insegnamento e apprendimento, e non solo per gli stranieri, potrebbe essere una scelta vincente per tutta la scuola.

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