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Dolomiti da paura con Luca D'Andrea

Il suo thriller, "La sostanza del male", è stato un caso editoriale. Con l'autore siamo andati nel Bletterbach, il canyon degli omicidi. E abbiamo scoperto...

Lo scrittore Luca D'Andrea

Stefania Berbenni

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Non si dovrebbe mai tornare sul luogo del delitto. E invece Luca D’Andrea sta tornando al Bletterbach, il canyon nel profondo Alto Adige dove ha ambientato il suo thriller, La sostanza del male, dieci settimane nella classifica italiana, 31 editori stranieri ad acquistarne i diritti e una corsa delle case di produzione (Hollywood compresa) per trasformarlo in film. Un caso internazionale insomma, libro d’esordio di questo insegnante precario 35enne che vive in affitto in un appartamento di 45 metri quadri a Bolzano e che ora, quasi per esorcismo, in auto mentre ci si avvicina al Geoparc del Bletterbach, ricorda il primo comandamento di assassini, detective e giallisti: non tornare sul luogo del delitto.

“Non ci vengo da quattro anni. Quando mi è venuta l’idea del libro, ho avuto l’istinto di prendere il pullman per rivedere questa gola di roccia millenaria. Ma mi sono fermato, perché sarebbe stato un errore. Mi sono detto: “No, deve essere un luogo immaginario, come Gotham city o Twin Peaks”. È fiction, devo reinventarlo”. Adesso è buffo pensare che molte persone siano venute qui in cerca del mio Bletterbach, pauroso, molto cupo”.

Alla cassa del Geoparc raccontano che il libro sta portando centinaia di turisti e molte scolaresche si sono prenotate per maggio quando, dopo la chiusura (31 ottobre), questo museo geologico a cielo aperto riaprirà i battenti. Lettori da ogni parte del mondo stanno cercando su internet informazioni su Siebenhoch, il paese dove si consuma la vicenda: “Non esiste, è un’altra invenzione”.

Ci sono voluti più di 250 milioni di anni per dare al Bletterbach l’attuale fisionomia: 271 ettari di estensione, una gola di rocce, stratificate, erose dall’acqua, con alternanze di colori che simboleggiano la lotta millenaria fra il mare e la terraferma. È un monumento naturale, il più piccolo sistema delle Dolomiti sotto la protezione Unesco. “Un tempo qui era tutta acqua. Siamo nella parte più antica, risale a 400 milioni di anni fa, mentre la cima data 250 milioni. Stiamo facendo un viaggio al contrario nel tempo” dice mentre costeggiamo il letto del fiume e scrutiamo le rocce in cerca di fossili.

Orme di rettili giganteschi, pesci fossilizzati, conchiglie e arbusti, è tutto scritto in questo Geoparc, dove la finzione del libro ha fatto morire tre ragazzi in una mattanza umana misteriosa. “Il prato nel quale hanno trovato i corpi massacrati dei tre è quello là in alto?» viene da chiedere. «Non ci sono prati nel Bletterbach, casomai radure, piccoli spiazzi. Sì, potrebbe essere quello, ma non c’è un luogo preciso”.

Eppure chi ha letto il libro se l’è visto, quel “prato”, con i corpi fatti a pezzi chissà da cosa, da umani, da animali preistorici sopravvissuti all’estinzione perché protetti dal microclima di questo canyon assurdo, spaventoso, angosciante.

Tecnicamente La sostanza del male è il tipico libro “page-turner”, termine tecnico che indica quando divori le pagine per sapere come andrà a finire la storia. “Giallo, thriller, noir? Odio le etichette. Rivendico invece quella di “libro d’evasione”. Si racconta un delitto a camera chiusa, anche se ci sono un paese e le montagne, ma la struttura è quella, un omicidio plurimo dentro un luogo chiuso, inaccessibile”.

Chiuso e inaccessibile soprattutto per il protagonista, Jeremiah Salinger, newyorkese, autore televisivo di factual (come lo è Luca D’Andrea di Mountain heroes su Dmax dal 18 ottobre), genere tv fra il documentario e la fiction. Si ritrova catapultato nell’Alto Adige ordinato e schivo, e inciampa nella vicenda nera dei tre ragazzi morti nell’85: è l’inizio della sua ossessione per trovare la verità. “Era da dieci anni che non scrivevo: la mia trilogia fantasy, Wunderkind (Ragazzo prodigio) risale al 2001. So che suona strano, ma la partenza del libro è stata un’immagine: c’era una bambina davanti a un’ammonite insieme al padre, era lei, di cinque anni, la saggia, che aiutava il padre a tenere i piedi per terra”.

Luca D’Andrea i piedi per terra giura di tenerli, anche adesso che gli stanno piovendo addosso proposte e migliaia di euro: “Sono felice del successo solo perché mi dà la libertà di fare quello che mi piace: scrivere”. Da tempo sta lavorando al nuovo titolo, ambientato sempre nella sua terra, ma totalmente diverso: “Salinger e la bambina sono due personaggi luminosi, stavolta invece ci sarà un grande cattivo”.

Con il casco rosso in testa, Luca D’Andrea cammina nel canyon della paura, dentro questa strana millefoglie di sasso, dove ogni strato parla di morte e di vita insieme: “Oggi c’è il sole, ma quando piove o c’è nebbia, il Bletterbach dà i brividi. Fulmini, fango, alberi che cadono, pezzi di roccia che si staccano…”. Piovono pietre, recitava un film di Ken Loach, spietata fotografia di un mondo disperato. La sostanza del male non risparmia scene ad alto tasso di adrenalina (diavoli e mostri primordiali compresi), qualcuna da filmone hollywoodiano. “Dica la verità: qualche volta ha esagerato?”. “Sì, sì, sì. Sono assolutamente consapevole di aver inserito qualche spacconata nella trama. Però perché accettiamo dagli americani scene di improbabilità assoluta e invece stigmatizziamo i nostri eccessi? È fiction e quindi è la fantasia a comandare. Quaranta anni fa Sergio Leone rovesciò i codici del western, un genere che più americano non si può…bestemmiò in chiesa perché quella era la loro etica. Cosa è successo poi? Gli sono andati dietro, lo hanno copiato”.

Gli eccessi adrenalinici, la paura piazzata scientificamente: forse per questo La sostanza del male sta girando il mondo, è già uscito in Cina, Spagna, Israele, Ungheria, a febbraio debutterà in Germania e a maggio negli Stati Uniti. D’Andrea lo ha scritto in 28 giorni, chiuso in casa, dopo aver fatto quattro mesi di ricerche. Si è messo davanti al computer con l’immagine della bambina saggia e del papà americano curioso e incosciente; poi gli è venuta in mente una delle poche visite fatte al Bletterbach (tre o quattro) e il cerchio si è chiuso. “Il libro è il mio gioco e come tutti i giochi lo prendo molto sul serio, ha delle regole: prima di scriverlo ho “studiato” i punti di svolta, dove mettere la tensione, cosa aggiungere o togliere. Mi sono dato un’autodisciplina: dalle otto di mattina alle otto di sera». D’Andrea aveva un altro comandamento: "La storia doveva emozionare anche me. La mia bussola è la suspense”.  

L’ex professore precario di lettere si sta godendo la dose di adrenalina da scrittura, eppure se si immagina in pensione, si vede in Norvegia a pescare aringhe. La natura è una sua passione: “Come il Bletterbach insegna, ogni essere fa parte di un cammino. Noi siamo animali che invece delle unghie e degli artigli abbiamo sviluppato il cervello, la nostra arma. La natura è più forte di tutto. La sfida è trovare la bellezza nella sua crudeltà”.

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