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Città in fiamme: con Risk Hallberg arde il romanzo americano

Libro d'esordio stupefacente, regala una caleidoscopica visione di New York negli anni Settanta

Città in fiamme di Garh Risk Hallberg

Antonella Sbriccoli

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La prima sensazione che si ha leggendo questo romanzo è di trovarsi di fronte a un "libro mondo". I riferimenti letterari sono tanti e ognuno può trovarvi ciò che gli è più familiare: il Foster Wallace di Infinite Jest, il Tom Wolfe de Il falò delle vanità, la Jennifer Egan de Il tempo è un bastardo, il Don De Lillo di Underworld, mescolati ai film di Sidney Pollack: Quinto potere risuona infatti costantemente tra le pagine con le visioni apocalittiche del "profeta" Zig Zigler.

Poi, però, addentrandosi nella storia, tutto quello che non riguarda strettamente il libro di Gath Risk Hallberg, Città in fiamme si dissolve.

Si è troppo presi dai personaggi e dal groviglio di situazioni in cui si sfiorano le loro vite. Troppo concentrati nell'interpretare il materiale che Hallberg dissemina tra le pagine - una fanzine, lettere scritte a mano, un prontuario medico, una storia di artificieri macchiata d’inchiostro e caffè. Incredibile che uno scrittore nato nel 1978 in Louisiana sia riuscito a creare, con il suo primo romanzo, un così grande affresco della sua città di adozione, New York, in un'epoca che lui non ha vissuto. Se ne è accorto per primo Knopf, l’editore americano: per assicurarsi il manoscritto, ha versato 2 milioni di dollari. E se ne è accorto anche l'editore italiano, Mondadori, che a questa storia ha dedicato anche un sito web.

Leggendo Città in fiamme non si può non immaginare Hallberg al lavoro durante i sette anni che ha impiegato per scrivere questo grande romanzo, circondato da schemi, indizi, appunti che gli permettessero di tenere le fila della storia attraverso mille pagine densissime, piene di quella che l'autore chiama la "Muchness" di New York: una ricchezza che si tocca con mano grazie a tanti personaggi, tante ambientazioni e una scrittura che ci trascina tra le fiamme di una città che brucia di incendi veri e di disperazione. Una lettura intensa e che richiede tempo, a cui si perdona subito la prolissità in alcune parti, perché vale assolutamente la pena di immergersi in questo libro.    

La storia
“Forse l’anno non è questo, ma quello; e tutto ciò che segue deve ancora venire. Forse una molotov sta volando nel buio, forse un reporter sta attraversando di corsa un cimitero; forse la figlia del pirotecnico è ancora appollaiata su una panchina coperta di neve a proseguire la sua veglia solitaria. Perché se le prove indicano qualcosa, è che non esiste un’unica Città. O che, se esiste, è la somma di migliaia di varianti, tutte in gara per raggiungere lo stesso punto”.

Tutto ruota intorno a due colpi di pistola, sparati a Central Park West nella notte di Capodanno del 1976. La vittima è Samantha Cicciaro, una studentessa di origini italiane che vive con entusiasmo e qualche perplessità la nascente scena punk. Da qui si dipanano le storie di una serie di personaggi, tutti in qualche modo collegati alla ragazza. L'autore ne costruisce meticolosamente le identità, stratificando le loro vite, le azioni e i pensieri in un crescendo di tensioni individuali che culminano nel black out newyorkese del luglio 1977. Quella notte, l’oscurità e il caos totale travolgono ogni cosa. Non tutti usciranno dal buio, ma chi lo farà avrà l’occasione di ricominciare una nuova vita.

I personaggi
"In quegli anni, dovunque ti girassi vedevi collanine dell’amore, e poi love-in, Love Me Do e When a Man Loves a Woman. Era impossibile essere un cittadino di quell’epoca senza credere, in qualche modo, che l’amore, come diceva un’altra canzone, fosse tutto ciò di cui avevi bisogno."

Esponenti dell'alta società delusi e perduti, punk esaltati, tossici, ragazzini allo sbando in fuga dai loro genitori, professionisti di Wall Street alla rincorsa di una seconda possibilità, un ispettore di polizia indimenticabile, un giornalista disilluso, un afroamericano magnifico e tanti altri personaggi: tutti, in questa storia, sono alla disperata ricerca di un po' d'amore. Halberg costruisce un mondo di caratteri affascinanti, alle prese con la necessità di ridimensionare le proprie aspettative a misura della vita reale, anche se farlo è come “cercare di far rientrare il dentifricio nel tubetto". Le sue creature si muovono in una città allo sbando, in cui l'eccesso di libertà rischia di mandarle alla deriva. Man mano che il libro procede, l'autore continua ad arricchirne le storie, tanto che, alla fine, tutti i personaggi diventano vivi e distanti da noi solo una manciata di anni. 

La città
“Chi ha smesso di sognare un mondo diverso? Chi tra noi – se ciò volesse dire rinunciare alla follia, al mistero, alla bellezza totalmente inutile delle migliaia di New York un tempo possibili – è pronto perfino ora ad abbandonare la speranza?”

New York brucia di musica, di incendi, di droga, di omicidi, di affari, di anarchia. Una città dura, rigidamente divisa in classi sociali e governata solo dal denaro, ma popolata da persone che tentano di reimmaginarla con tutto ciò che hanno a disposizione. Sono gli anni della violenza e delle rivolte urbane, dei crimini e della bancarotta, del blackout del 1977, con le aggressioni, i morti e i saccheggi incontrollati. Hallberg ci trascina in mezzo agli incendi. Ci fa sentire il senso di abbandono e ci fa vedere i graffiti onnipresenti, mentre calpestiamo con le scarpe i segni della droga, camminando Uptown e Downtown, da Union Square Central Park, a Hell's Kitchen, al Bronx. 

La musica e la droga
“I ritmi erano cambiati, ma poco importava. Il punto, adesso come allora, era entrare in sintonia con qualcosa di più grande di te, e sentire attorno a te altri che provavano le stesse sensazioni”.

Il rock, il punk, Patty Smith e David Bowie dominano incontrastati i sogni dei giovani newyorkesi, insieme a tanto fumo, pastiglie, alcool, cocaina e eroina. Un’orgia di eccessi e immaginario che Hallberg ricrea alla perfezione, lasciandoci sentire l'odore penetrante della marijuana negli scantinati e nelle soffitte, insieme ai suoi personaggi. A noi lettori e solo a noi il compito di formulare un giudizio. 

Un antidoto contro la solitudine
"Vi vedo. Non siete soli."

La solitudine in cui tutti i personaggi del libro sono immersi culmina nel black out del 1977, con cui si chiude Città in fiamme e con cui, idealmente, si chiude un’epoca. Con la scomparsa del caos e degli eccessi, però, si dissolve anche il profilo di una città e della sua straordinaria creatività. Poi, tutto si confonderà di nuovo, diventando irriconoscibile. Hallberg ha scritto un libro magnifico sull'emarginazione e sul male di vivere e sulla loro capacità di cambiare aspetto. Quando la luce del mattino dirada l'oscurità, si può anche provare a immaginare un mondo in cui si è meno soli. 

Gath Risk Hallberg, Città in fiammeMondadori, 2016, 1005 p.

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