Antonio Paolacci, 'Piano americano' - La recensione

Informazione? Cultura? Intrattenimento? Un romanzo borderline mescola i generi per smascherare il trucco del nostro presente

Piano americano

Piano americano, particolare della copertina – Credits: immagine di copertina: Gabriella Kuruvilla

Michele Lauro

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"Scrivere è una meraviglia, ma essere scrittori è orribile" fa dire Antonio Paolacci al sé stesso protagonista di Piano americano. Con la creatura simbolica costituita dall'oggetto-romanzo ingaggia fin dalla prima riga uno strenuo corpo a corpo, seminando lungo la strada una scia di disordinati, spesso illuminanti pensieri. “Perché – si chiedeva Wittgenstein – non ci dev’essere un modo di espressione con il quale io posso parlare sopra il linguaggio?" Paolacci osa sfidare quel limite, incorporando nel flusso di coscienza una lingua affettiva accanto a quella “cognitiva”. 

La finzione della realtà, la realtà della finzione

Se quasi ogni romanzo contiene in sé una mescolanza di trucco palese e trucco camuffato, Piano americano demolisce l'ipocrisia smontando fin da principio l'architettura che sta alla base della finzione narrativa. Il proposito annunciato nel sottotitolo, Il romanzo che non scriverò, viene sconfessato adottando una forma ibrida: una composizione cubista in cui il "farsi della scrittura" si volge continuamente nel suo "disfarsi". Mentre il rituale magico associato al processo creativo viene osservato al microscopio attraverso la lente dello "scrivere per mestiere", mestiere che Paolacci ben conosce. 

Le azioni di personaggi immaginari e le elucubrazioni di personaggi veri si alternano sullo sfondo dell'immaginario contemporaneo, ingozzato dal menù proposto dalla rete massmediatica contemporanea. Tagliente, a volte furiosa, quella di Paolacci è una prosa antiletteraria eppure fluidissima, che mixa e incorpora una vasta gamma di figurazioni narrative, dal flashback alla citazione, dal sogno all'autobiografia, dal fantasy al racconto di formazione, alle digressioni visuali, tennistiche, psicanalitiche. Una prosa, per riprendere la caustica immagine che Giorgio Manganelli aveva usato per la Trilogia della città di K. di Agota Kristov, "che ha l'andatura di una marionetta omicida" e che forse nessuna major avrebbe avuto il coraggio di pubblicare.

Perché uno dei bersagli - un bersaglio comico mirato da una marionetta comica - è lo stesso mondo editoriale, la sua anacronistica spocchia, l'autoreferenzialità provinciale, la subalternità alle logiche di mercato, il settarismo che alle soglie degli anni Venti del terzo millennio ancora induce un editore come Bompiani a buttare giù dalla sua Casa di carte il critico che osa mettere in discussione i suoi autori (il saggio di Matteo Marchesini, bloccato dalla casa editrice a ridosso della stampa). Lo stesso mondo che un altro scrittore fuori dal sistema, Paolo Maurensig, ha fatto protagonista di una novella intitolata Il diavolo nel cassetto, dove il patto col diavolo è metafora del rapporto oscuro che lega scrittori ed editori.

Personaggi in cerca di autore

L'altra faccia di quel bersaglio è infatti la vanità dello scrittore, archetipo che Paolacci affronta con ironia pronosticando per sé e la propria creatura un destino fallimentare. Nel mondo della comunicazione ipertrofica, allo scrittore in bilico fra depressione e superomismo resta pur sempre una chance: "togliersi dai coglioni". Qualcuno l'ha fatto con un'eco devastante, come David Foster Wallace che in Piano americano viene ricordato con una memorabile citazione da Infinite Jest: "Dopo un pomeriggio di merda tutti noi, per quanto duri poco, sentiamo di avere un nemico comune. Questo è il loro dono per noi. La loro medicina..." 

Inchiodato nel mezzo di uno strampalato romanzo che non vuole più scrivere, il nostro scrittore sceglie invece di portare dentro il processo creativo qualche frammento di ciò che Freud chiamò ursprache (lingua originaria), analizzando la propria opera (in fieri) come se fosse un sogno. Alla fine arriva un punto in cui sono gli stessi personaggi a inchiodare l'autore alle sue responsabilità, accusandolo di aver dato loro un'identità incerta, interrotta. E anche il lettore viene sollecitato, consciamente e non, a partecipare alla decostruzione del plot secondo la lezione di Quentin Tarantino: siamo noi, noi spettatori a costruire la narrazione del mondo, nell'epoca della confusione mediatica la realtà è soltanto "un incidente di percorso".

Realtà e metarealtà, vista e punti di vista si rincorrono in territori pronti a sconfinare a loro volta altrove. Il cinema, prima di tutto. Come già suggerisce il titolo, Piano americano (cioè l'inquadratura che taglia l'attore dal ginocchio in su) contiene alcuni geniali microsaggi sulla settima arte, letta in chiave psicanalitica. Come Hitchcock, Chaplin, Orson Welles, Tarantino influenzarono la storia della cultura occidentale, utilizzando il canale audiovisivo per stimolare l'inconscio e creare un canone nell'immaginario di massa. Come Leni Riefenstahl amplificò la scenografia nazista usando al massimo grado di raffinatezza una tecnica, quella cinematografica, ancora agli albori. E da lì l'accenno alle piccole, inquietanti analogie tra la Repubblica di Weimar e l'Europa di oggi, tentata dal razzismo, dall'omofobia e dalla xenofobia.

La maledizione della verità

Mostrare la struttura dietro le quinte: Paolacci abbraccia l'ossessione di Brecht non solo dentro il Piano americano ma anche nelle microstorie che lo popolano. È un pugno nello stomaco il brano sulle violenze subite durante il G8 di Genova. Arriva così, senza preavviso, come tutto d'altra parte in questo libro. Ma è così che andrebbe raccontato a chi nel 2001 non era ancora nato, conservando intatta l'interiorità, la dimensione affettiva espunta dai documenti ufficiali: perché non si rischi mai più di confondere il discorso politico, quello etico e quello semplicemente umano.

In un momento chiave del suo percorso di uomo, lo scrittore costringe insomma se stesso davanti allo specchio. E proprio mentre mette a confronto vanagloria e paura subisce l'ultimo assalto dei suoi personaggi: qual è il confine tra verità e finzione nell'iperspazio della fiction cloud, la nuvola della comunicazione che ha sostituito i fatti? Chi può dirsi più reale, noi personaggi da romanzo che siamo le tue creature, o il figlio che tua moglie sta per partorire? Chi sei tu scrittore, oggi che tutti ci sentiamo scrittori? Interrogativi che si propagano, dopo aver chiuso l'ultima pagina. 

Ma intanto Piano americano ha trovato un editore, e un figlio ha trovato un padre ad attenderlo, preoccupato come tutti i padri di non essere all'altezza... Allora forse il senso di questo libro è molto più semplice di quello che sembra. “Ci sono momenti della nostra esistenza", ha spiegato Vittorio Sereni, "che non danno pace finché restano informi". Si scrive, di certo anche in questo caso, per poter dare un nome alle gioie e ai dolori, alle emozioni profonde dell’essere umano.

Antonio Paolacci
Piano americano
Morellini
250 pp., 14,90 euro

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